La Stampa, 30 marzo 2026
Barbara Bouchet parla della sua carriera
«Continuo a ripetere che voglio ruoli in cui appaio brutta e vecchia. Mostrarmi per quello che sono, una donna grande, non mi provoca nessun problema. Ho una certezza, i fan ti amano comunque, anche con le rughe, l’importante è non sfigurarsi. Non mi piacciono le bocche gonfie e tutto il resto, non ho mai fatto nessuna di quelle cose, per carità. Mi chiedo anche, ma come fa un regista a scritturare un’interprete con quelle labbra assurde? Eppure lo fanno». Nata a Reichenberg, in Baviera, nel 1944, Barbara Gutscher in arte Bouchet, è un monumento di teutonico orgoglio femminile, una signora bionda, perfettamente truccata e pettinata, dritta come un fuso, con due occhi blu che sprizzano vitalità, in un viso che non ha mai conosciuto violenze da bisturi o simili: «Oggi più che mai mi capita di vedere donne che hanno cambiato i loro connotati. Mi meravigliano molto certe pubblicità di creme antirughe, le fanno fare a ragazze di 24 anni, che di segni non ne hanno nemmeno l’ombra. Trovo che non sia una scelta coerente».
La bellezza è un dono oppure un peso?
«Tutte e due. Un dono perché ti apre le porte, poi però devi essere pronta a mostrare che hai anche talento. Spesso può diventare un problema, dare una connotazione negativa, ci sono tante persone che pensano “questa è bella, ma non balla”. Non si viene mai considerate per quello che si è davvero, non ci si ricorda mai del fatto che dietro l’aspetto fisico c’è una persona, magari molto diversa dalle apparenze. Sono stata vista come un simbolo del sesso, e la gente ci ha creduto, mi ha giudicata per come ero sullo schermo, io invece non sono mai stata in quel modo. Questo ha reso tutto difficile, anche con gli uomini».
In che senso?
«L’uomo si sente inferiore, non vive bene la fama della donna che ha accanto. Mi è capitato con un signore pugliese, eravamo insieme in un locale, io sono andata in bagno, all’uscita c’era una signora che mi ha chiesto l’autografo, lui si è girato dall’altra parte e poi è sbottato “certo che ti chiedono tutti l’autografo”. Ho capito che soffriva, che non era abbastanza sicuro di sè per accettare il fatto che la gente mi conoscesse. Mi è successo tante altre volte, gli uomini non ce la fanno, non riescono a guardare la persona oltre la celebrità».
Tra i suoi tanti ammiratori c’è Quentin Tarantino. Che cosa vi siete detti quando vi siete incontrati per la prima volta?
«È un tipo di poche parole, purtroppo con lui non mi sono trovata bene, è molto preso dalla sua fama e da se stesso, mi ha dato buca tre volte».
Cioè?
«La prima volta a Venezia. Mi ha dato appuntamento, mi sono presentata e non è arrivato. Il direttore del ristorante è venuto a dirmi “signora, mi sa che non viene nessuno”. Avevo speso 100 euro di taxi per arrivare puntuale. La seconda volta ero stata chiamata da un regista che stava preparando un corto per Prada. Il protagonista era Caligola, aveva chiesto a Quentin di farlo, lui aveva accettato a patto che io facessi sua moglie. Andai a Los Angeles, feci le prove costume, trucco, acconciatura. Poi vedo arrivare il regista disperato».
Che cosa era successo?
«La segretaria di Tarantino chiamò per dire che lui non se la sentiva. Non potevo crederci, un regista che dava buca a un altro regista. Credo che in quel periodo si fosse montato la testa. C’è stata anche una terza volta, Tarantino voleva organizzare una settimana di proiezioni dei miei film nel suo cinema di Beverly Hills. Gli ho detto che se mi dava ancora buca, non sarei nemmeno partita, lui mi rassicurò. Sono andata. Mi disse che mi sarebbe venuto a prendere, non venne, mi portò sul palco e dopo poco se ne andò spiegando che aveva altro da fare. Da allora con lui ho chiuso».
È stata premiata al Bif&st per l’interpretazione in Finale: Allegro (dal 9 nei cinema), il film di Emanuela Piovano liberamente ispirato al romanzo L’età ridicola di Margherita Giacobino. Il suo personaggio riflette sull’avvicinarsi della fine. Lo fa anche lei?
«Ho 82 anni, è normale cominciare a pensare a tante cose, a quando avverrà, a come sarà, a come organizzarsi. Penso che voglio sistemare tutto, non voglio lasciare niente al caso, e ovviamente spero che ci sia una fine senza malattia, ma questo nessuno può saperlo. Di una cosa sono certa: non accetterei nessun tipo di accanimento terapeutico, non vorrei mai che qualcuno pensasse di prolungare la mia sofferenza».
Come ha reagito quando le hanno proposto il ruolo?
«Ho pensato: finalmente un ruolo drammatico, in un film che tratta argomenti importanti e molto attuali. Ho faticato tanto per uscire fuori dalla mia gabbia dorata, dalle mie parti da sex-symbol, per riuscirci ho accettato piccole parti, pur di rimanere nel mondo del cinema».
Alla terza età si può vivere una nuova giovinezza?
«Io ci credo. Vivo da sola, ma ho tante amiche che hanno più o meno la mia età, tranne una, che è sui 56 anni, a cui dico sempre “ma tu che ci fai con noi che siamo vecchie?” Mia madre mi raccomandava sempre di farmi nuovi amici, più giovani, diceva che se si frequentano solo coetanei succede man mano di perderli, e allora bisogna averne altri».
Di cosa è più soddisfatta e di cosa, invece, non lo è affatto?
«I mei film erano sempre considerati di serie B, erano commedie e quindi secondo i critici importanti non avevano alcun peso. Io sono convinta che far ridere sia molto più difficile che far piangere, ma mi hanno sempre scansato e non mi hanno dato la possibilità di fare altro. Poi Tarantino ha detto che ero la sua icona: apriti cielo, tutto è cambiato, ho guadagnato i suoi fan, alla Mostra di Venezia mi salutavano tutti, lui venne a conoscermi di persona, poi le ho detto come è andata».
Ha mai provato imbarazzo sul set, nelle scene di nudo?
«No, assolutamente, vengo da una famiglia numerosa, eravamo sei figli, dormivamo tutti in una stanza, ci facevano il bagno insieme, nella stessa tinozza, non avevamo problemi nel mostrare il corpo».
Con quale attore si è trovata meglio sul set?
«Con David Niven. È stato il migliore, siamo stati fianco a fianco un anno e mezzo per Casino Royale, un partner eccezionale».
E con chi è stata a disagio?
«Con Yul Brynner: molto maleducato, senza empatia. Con gli italiani invece mi sono trovata sempre benissimo, con tutti. D’altra parte io non sono un tipo complicato, non mi comporto da diva, anche loro stavano bene con me».
Ha rimpianti?
«Mi sarebbe piaciuto fare viaggi più lunghi, in posti lontani, come la Nuova Zelanda”.
E rimorsi?
«Non me ne viene in mente nemmeno uno».