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 2026  marzo 30 Lunedì calendario

Intervista a Charlie Sheen

A un certo punto della parabola discendente che lo ha portato dai tappeti rossi alle peggiori crackhouse d’America, Charlie Sheen ha rischiato di finire ucciso. Non per un’overdose, ma per mano del Cartello di Sinaloa. I narcotrafficanti più feroci del mondo ce l’avevano con lui perché comprava «talmente tanta droga che si erano convinti che la spacciassi e gli facessi concorrenza: non potevano credere che un uomo solo potesse farsene così tanta tutta insieme».
Di aneddoti come questo, al confine tra il tragico e il grottesco, è pieno The book of Sheen. Un memoir (Baldini+Castoldi), l’autobiografia in cui l’ormai sessantenne protagonista di Platoon e Wall Street ripercorre la sua vita folle. Dall’infanzia in una delle famiglie più note e rispettate di Hollywood – suo padre è Martin Sheen, suo fratello Emilio Estevez – alla celebrità che lo travolse poco più che ventenne. E che portò con sé una tale quantità di scandali, arresti e tentativi di disintossicazione e una così totale e pervicace dissipazione di talento, salute e dignità che sembrava potesse concludersi solo nel modo più tragico. Invece, Sheen ce l’ha fatta: ormai è sobrio da più di otto anni e lo racconta in oltre 400 pagine scritte senza farsi sconti e con un inaspettato genio letterario che, assicura, è tutta farina del suo sacco: «Quando mi hanno proposto questo libro, ho posto una sola condizione: niente ghostwriter. Volevo scoprire se fossi capace di farcela da solo», spiega al telefono da Los Angeles.
E com’è andata?
«Una faticaccia, anche perché sono un indaffarato padre single di due gemelli di 17 anni. Ma la mia famiglia mi ha aiutato molto: grazie a loro ho ricostruito molti eventi fondamentali».
A partire dalla sua nascita. L’attacco del libro è fulminante: I was born dead, sono nato morto.
«Avevo il cordone stretto intorno al collo, in pratica ero già sul carro funebre. Ma il medico mi salvò a forza di schiaffi. Di secondo nome, mi chiamo Irwin in suo onore. Un ottimo inizio, eh?».

Dopo è anche meglio: a 10 anni era nelle Filippine con suo padre Martin, protagonista di Apocalypse Now. Il set era davvero folle come si racconta?
«Al di là di ogni immaginazione. Girava ogni tipo di sostanza perché c’era moltissima pressione: stiamo parlando di Hollywood al suo apice e di gente come Francis Ford Coppola e Marlon Brando. Quanto mangiava! Un giorno venne a pranzo da noi e mamma preparò per tutti una grande ciotola piena di spaghetti al burro e parmigiano. Brando se la mise davanti e iniziò a divorarla, lasciandoci a bocca asciutta. Noi eravamo increduli. Ma era una persona davvero affascinante, intelligente, quasi soprannaturale».
Guardandolo le è venuta voglia di fare l’attore?
«In realtà, no. Il mio sogno era giocare a baseball ma mi sono fatto male e, nel frattempo, mio fratello Emilio era già lanciato, aveva fatto I ragazzi della 56esima strada, e anche Sean e Chris Penn, nostri amici d’infanzia e vicini di casa, si stavano facendo strada. Per cui mi sono detto: ma sì, proviamoci. Non ho nulla da perdere».
E a soli 21 anni è diventato una star grazie a Platoon. Un altro set folle sul Vietnam e sempre nelle Filippine.
«Sembra una roba karmica, vero? Prima delle riprese, Oliver Stone ci fece partecipare a un training in stile marines. Una cosa fuori di testa. Peccato non fossi addestrato anche per il successo».
Nel libro scrive che quel film segnò “l’inizio della sua trentennale battaglia con la fama”. Viene da una famiglia dello show business, non le avevano fornito degli anticorpi?
«No, non sai mai che cosa succederà quando accadrà a te. Ero un perdente – andavo male a scuola, non avevo successo con le donne – e poi, bum, all’improvviso potevo avere tutto. E sono cominciati i problemi».
Cioè, alcol, droghe e sesso in quantità industriali. Alcuni degli aneddoti più divertenti del libro riguardano le scorribande con i “Jackson Five”: il gruppo di amici di cui faceva parte anche Nicolas Cage.
«La sera prima del mio ingresso riabilitazione per la prima volta ero con loro, a un concorso di bikini a Palm Springs. Questo per far capire quanto l’avessi presa seriamente. Nic è un pazzo vero ed è ancora un grande amico, ci siamo divertiti insieme. Però quei passatempi avevano anche un’altra funzione: attutire l’ansia e le paure che mi divoravano».
Di cosa aveva paura?
«Di essere smascherato: la classica sindrome dell’impostore. Aggravata da quello che io chiamo lo stuttering ghoul, il demone balbettante. Fin da bambino mi succede di bloccarmi sul più bello: le parole smettono di uscirmi dalla bocca. Per questo ho cominciato a bere. Ma poi ho capito una cosa».
Ovvero?
«Che per affrontarlo dovevo smettere di provare vergogna: per questo, ho deciso di rivelarlo nel libro, per la prima volta. Nella mia vita ho confessato di tutto – di essere un tossicodipendente, di essere cliente abituale di prostitute e di avere l’Hiv – ma questa è stata la cosa più difficile da dire e ora mi sento sollevato da un peso enorme. Se tornerò su un set, lo farò da uomo libero».
Con chi le piacerebbe lavorare?
«Quentin Tarantino, penso che faremmo scintille insieme. Ma ho una mia società di produzione e non mi dispiacerebbe se da questo libro nascesse un film. Penso che la mia storia sia unica e non perché riguarda me, ma perché oggi una cosa del genere non potrebbe più accadere. Hollywood è cambiata. I giovani attori sono molto più protetti ed è più facile chiedere aiuto. A volte mi dico che forse, per invertire la rotta, mi sarebbe bastato qualcuno che mi avesse messo una mano su una spalla e mi avesse detto: “Hey amico, adesso basta, dacci un taglio. Non devi provare niente a nessuno”».
In effetti, a un certo punto, sembrava che ci provasse gusto a fare il paria. Nel 2011, dopo una celebre intervista tv alla Abc in cui sproloquiava completamente fatto, divenne una specie di meme vivente. Bret Easton Ellis ha scritto che con quella performance si inaugurava l’era della post-celebrità che ha condotto alle follie di Trump. Ora può dircelo: che diavolo le passava per la testa?
«Saperlo! Quando mi rivedo in quelle immagini provo un disagio incredibile, non mi riconosco. Eppure, più facevo l’idiota, più il mondo mi amava. E questo forse ti dice qualcosa sul mondo. Quando sono stato licenziato da Due uomini e mezzo, ho toccato il fondo: amavo quella sit-com ed ero veramente bravo a farla. È una delle cose che rimpiango di più, insieme ai tatuaggi. Me li sto facendo togliere tutti. E il fumo: è stato più difficile smettere con le sigarette che con il crack».
Insomma, è diventato un bravo ragazzo.
«Lo sono sempre stato: un bravo ragazzo che si è ritrovato a fare cose cattive. Ma non sono diventato noioso. Per questo ho lanciato una birra analcolica: si chiama Wild AF e la vendiamo online. Non ha nulla da invidiare alla birra vera, non come certi drink analcolici che sembrano caramelle liquide. Anche noi ex alcolisti abbiamo il diritto di bere bene e divertirci».
Le capita mai di chiedersi perché è sopravvissuto?
«Sempre, perché è incredibile che io sia ancora vivo. Sono arrivato alla conclusione che Dio o chi per lui ha dei piani per me. E anche se non sarò mai un esempio, sarei felice se la mia storia riuscisse ad aiutare qualcuno. Io sono la prova che non importa quanto in basso cadi: se lo vuoi, puoi sempre rialzarti. E ricominciare a vivere».