la Repubblica, 30 marzo 2026
Vergassola ricorda David Riondino
«Mi ritengo molto fortunato per aver vissuto trent’anni e più di amicizia, lavoro e viaggi con David: lui era uno capace di cazzeggiare meravigliosamente, e poi di essere un sofisticato intellettuale, supercolto e superintelligente che sapeva tutto e di tutto. E infatti, adesso si può dire che quelli che comandano in televisione non hanno mai capito chi era Riondino, lo hanno utilizzato solo per fargli fare “ogegé”, il brasileiro, ma era molto molto di più». Dario Vergassola ha fatto decine e decine di serate e spettacoli con David Riondino, scomparso il 29 marzo a 73 anni: lui il battutaro, l’altro il saltimbanco poeta, lui orgogliosamente ignorante, David il professore erudito, insieme dal primo I cavalieri del Tornio nel ‘97 fino a Todos caballeros, e poi La Traviata delle camelie e i recital sull’Iliade, l’Odissea, Raffaello, Madame Bovary. Nelle prossime settimane sarebbero partiti per una nuova tournée con Scene di vita di Bohème.
Vergassola, lei perde un amico, un collega, un sodale...
«…e la mia università. Io ignorante come una talpa, ogni viaggio, ogni serata con lui era come fare un corso di cultura accelerato, un Bignami, un Cepu personalizzato. David era completamente, strampalatamente di un’intelligenza grandiosa, superiore. Era davvero genio e sregolatezza».
Partiamo dal genio.
«Forse perché aveva lavorato alla biblioteca di Firenze era uno che mangiava libri e aveva una memoria eccezionale. In macchina, durate le nostre nottate, mi traduceva le canzoni argentine, oppure improvvisava lì per lì la vita in versi del trombettiere del generale Custer che poi divenne un libro con Milo Manara. Su qualunque argomento era capace di tenere una lezione. Si ricorda le “brigate Pascoli” che fece con Stefano Bollani ? La gente non capiva che alla fine di ogni puntata del Maurizio Costanzo Show, quando lui faceva in ottave il riassunto di quello che era successo, improvvisando, era una cosa complicata, straordinaria ma che lui faceva con assoluta naturalezza».
E la sregolatezza?
«Nel senso che tra i due, a volte, ero io lo svizzero, dunque pensate a come eravamo messi. Nella sua follia sbagliava orari, copione. Una volta via fax ci ricordarono una serata a Isera e c’era scritta la sigla “TN”: io arrivo e lui è a Terni, si era sbagliato con la sigla. Era stralunato. Ha scritto Maracaibo e all’inizio non l’aveva firmata, una cosa pazzesca, perché in diritti d’autore è come Imagine di John Lennon».
È per questo che, come lei diceva, non tutti hanno capito il valore della sua intelligenza e cultura?
«Sì, perché David era umile e senza spocchia. Mai sgomitato. È sempre stato stato mite».
Quando vi siete conosciuti?
«Da poco ero anche io costanziano, all’inizio degli anni 90. Una sera venne a Spezia e andai a salutarlo, e lì abbiamo cominciato a frequentarci, poi a fare insieme degli spettacolini, poi i recital: lui volava alto, io andavo sul basso. David spaziava dalla musica alla poesia al cinema. Amava Cuba e aveva fatto un film meraviglioso che era Velocipedi ai Tropici, che doveva essere una sorta di Ladri di biciclette cubano. Citava Dante a memoria. Poi lo portavo con me a La Spezia, al bar di depressi come siamo noi della provincia e si accordava con la nostra frequenza con semplicità».
L’ultima volta che vi siete sentiti?
«Tre giorni fa sono andato a Roma. Era immobile ma il cervello gli andava ancora a tremila. Non ha smesso di parlare un attimo e faceva progetti per altri 15 anni. Mi mancava quando c’era, figuriamoci adesso. Vorrei salutarlo con una battuta come quelle che ci dicevamo quando si cazzeggiava al bar. Su Instagram faccio una cosa che si chiama Educazione civica e spesso lui ed io facevamo questo gioco quando moriva qualcuno, per sdrammatizzare. Non posso non farlo per lui stavolta, e penso che dirò così: martedì alle 11 ci sono i funerali di Riondino, sarà la prima volta che arriva in orario».