la Repubblica, 30 marzo 2026
Normale vita da Banksy
«Ciò che accade a Vegas, resta a Vegas», dice un proverbio. Non così per Banksy, il più celebre street artist contemporaneo, anonimo e misterioso almeno fino a qualche tempo fa. Perché dopo le ultime rivelazioni sulla sua identità, ora si scoprono molte altre cose. Dove vive, chi è la moglie, la sua casa con pollaio, la sua vita di borghesia alta ma ordinaria, nonostante i milioni guadagnati in carriera. Fino a quel matrimonio di vent’anni fa proprio a Las Vegas, la “città del peccato” in Nevada, costato la miseria di cento dollari. Per quella che fu un’epica cafonata. Riassunto delle puntate precedenti. Una recente e straordinaria inchiesta della Reuters ha scoperto la vera identità di Banksy, incrociando indizi vari, tra cui i suoi viaggi in Ucraina nel 2022 per alcuni murales alla periferia di Kiev con l’amico e cantante dei Massive Attack, Robert Del Naja, e un clamoroso arresto di inizio secolo a New York, per aver profanato una gigantesca pubblicità di Marc Jacobs su un grattacielo di Manhattan.
Dove Robin Gunningham, vero nome di Banksy nel verbale delle forze dell’ordine, viene beccato dalla polizia e condannato a cinque giorni di servizi sociali. Poi, una quindicina di anni fa, Gunningham cambia il suo nome all’anagrafe in David Jones, quello di battesimo di un’altra leggenda come David Bowie. Ma ciò non basta: dovrà continuare a nascondersi.
Ma ora è cambiato tutto. Perché l’inchiesta della Reuters – invocando il diritto di cronaca – ha scoperchiato il vaso di Pandora e scatenato i media britannici, sinora sempre molto cauti con Banksy a causa delle severissime norme sulla privacy in Inghilterra e i minacciosi avvertimenti dei suoi avvocati. Adesso invece è liberi tutti, e così ieri ilMail on Sunday – che già nel 2008 si era permesso di associare Banksy al cinquantunenne Gunningham (entrambi guardacaso di Bristol) grazie alle foto a tradimento scattate da un “amico” giamaicano – ha ricostruito l’odierna vita agra di “David Jones”.
Innanzitutto, emerge ora, Banksy, quando era ancora Robin Gunningham, il 2 gennaio 2006 si sposa a Las Vegas con la moglie Joy Millward, una consulente conosciuta tre anni prima e in passato assistente di un deputato laburista britannico, Austin Mitchell. Le nozze di Gunningham e Millward, come dimostra la copia del certificato di matrimonio ottenuta dal tabloid, avvengono alla cosiddetta “Chapel of the Bells”: tra sosia di Elvis Presley e casinò, dove si è sposato pure l’attore Leslie Nielsen e dove bastava pagare cento dollari per un matrimonio senza complicazioni in questa “cappella delle campane” dalle luci rosa, per alcuni di cattivo gusto.
Vent’anni dopo, oggi Banksy e Millward vivono ancora insieme, a quanto pare con almeno una figlia adolescente, nelle bucoliche campagne del “triangolo d’oro” del Somerset dove oramai pullulano resort a cinque stelle come The Newt, Babington House e Hauser & Wirth, a un’ora di macchina da Bristol, città dell’artista. Eppure, pare che la coppia non sia affatto appariscente, nonostante le decine di milioni di euro guadagnati da Banksy negli anni, e girerebbero in due suv vecchiotti. E, per restare in tema religioso, dopo la “cappella delle campane”, ora vivrebbero in una ex chiesetta cristiana, rurale e metodista, eretta due secoli fa e comprata nel 2014 da un compare artista, con una tomba e un’altra lapide in giardino.
Ma questa è solo la facciata della loro magione, un multi-cottage di pietra, che a quanto raccontano i vicini di casa è recintato da cancelli massicci e super controllato da telecamere – alla faccia della critica di Banksy alle videocamere di sorveglianza. Nel retro, ci sono un orto e anche un pollaio. Gli altri residenti chiamano Banksy “David”, non coscienti del suo famosissimo alias, in un villaggio dove ogni tanto passeggia con gli occhiali scuri, tra un caratteristico pub campagnolo inglese, un alimentari e una chiesa. Qui, a quanto pare, il “gentiluomo” Banksy si reca regolarmente. Un’altra “passione”, dopo il giardinaggio.
Una vita da Banksy. «So che incontra regolarmente altri pittori e artisti in zona, e presumo che sappiano perfettamente chi sia, ma fanno parte di quella cerchia ristretta che ha mantenuto il segreto per decenni», dice il detective privato spagnolo Francisco Marco, che lo ha rintracciato per la prima volta nel villaggio del Somerset molti anni fa: «Quell’ambiente è stato fondamentale per permettere a Gunningham di continuare a creare senza interferenze». Ora, invece, Banksy non sembra trovare pace. Perché la pace è finita. Free Banksy.