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 2026  marzo 30 Lunedì calendario

Lucia Marotta ricorda il suo fu marito Paolo Cirino Pomicino

Lucia Marotta, lei è stata venticinque anni accanto a Paolo Cirino Pomicino.
«È stata una vita senza pause. I fratelli morti giovani, i guai giudiziari, la guerra dei Roses con l’ex moglie, il trapianto di cuore e quello di reni. Un altro si sarebbe suicidato».
L’ex ministro è morto una settimana fa all’età di 86 anni.
«Ha sempre voltato pagina. “E sai perché?”, gli dicevo. “Perché sei un superficiale”. Mi ha insegnato la leggerezza».
Lei li ha conosciuti tutti.
«Daniela Santanchè era seduta qui, su questo divano, a prendere ripetizioni».
Cioè?
«Paolo le dettava gli interventi da fare in Parlamento e io la cronometravo, perché doveva stare entro i due minuti».
Pomicino a “Report” disse che la Santanchè era solo interessata al potere.
«Una sete di potere gigantesca. Con Paolo, che le fu amico, non è stata altrettanto generosa».
Pomicino avrebbe votato no al referendum.
«Una volta, in un dibattito televisivo, Giorgia Meloni definì Paolo un dinosauro. “E lei è un moscerino”, commentò lui. Al referendum la premier ha perso anche perché è circondata da una classe dirigente mediocre».
Ci sono due Cirino Pomicino? Il ministro potente e spregiudicato, caduto per Tangentopoli. E quello, dopo, amico di Zuppi, e a cui in tanti chiedevano un consiglio.
«Aveva perso potere ma guadagnato in autorevolezza. Lo sa che venne qui anche Luigi Di Maio?».
Cosa voleva?
«Consigli su come affrontare il nuovo incarico nel Golfo. Io ero contraria, perché ricordavo tutte le maleparole che i grillini avevano pronunciato contro la casta».
Lo accolse?
«Paolo era democristiano. Non rompeva mai con nessuno. Uscendo Di Maio mi disse: mi sono abbeverato a suo marito».
Pomicino sostenne di non aver mai voluto lavorare per Berlusconi. Ma è così?
«Gli dava dei consigli. Una volta lo convocò alle tre del mattino a palazzo Grazioli per sbrogliare la matassa della Finanziaria. E alla fine gli disse: “Beato te che te ne torni a dormire, io ho una signorina che mi aspetta di là”».

 
Non gli piacque “Il Divo”.
«Invece Paolo Sorrentino lo raffigurò bene. Amava ballare, cantare. Una volta a Parigi ci trovammo accanto a una tavolata con Khashoggi e la sua corte, e una signora si alzò, venne da lui e allegra lo approcciò: “Paolo, ricordi, sono venuta a una delle tue feste a Capodanno?”».
Pomicino non minimizzava troppo le sue disavventure in Tangentopoli?
«Ha avuto 42 processi, una sola condanna, per il finanziamento alla sua corrente nel processo Enimont. Come Bossi».
Non si è arricchito con la politica?
«Assolutamente no».
La sua storia fece rumore. Lei aveva 27 anni in meno.
«Gian Antonio Stella una volta scrisse che ero “più giovane di due secoli e due metri più alta”. Un giorno andammo al Quirinale da Ciampi e lui ci accolse così: “Ah, vedo che è arrivata con la figliola”».

In molti pensarono che non sarebbe durata?
«Potenti di cui non faccio il nome si fecero avanti con me, convinti che fosse una relazione leggera. Non ritenevano possibile una grande storia d’amore».
Cosa la fece innamorare di lui?
«Me l’hanno chiesto in tanti, per anni. Una sera, a cena, la moglie del banchiere Pellegrino Capaldo, mi domandò: “Ma tu, così giovane, così bella… cosa ci hai visto?”. E Capaldo: “Se fossi stato una donna anch’io mi sarei innamorata di Paolo”».
Era ricco. Potente.
«No, guardi tra i due la benestante sono io. Vengo da una solida famiglia borghese: papà grande avvocato. Quando ci sposammo il prete gli suggerì di fare la separazione dei beni. E lui lo fece: ma per tutelare me».
Come vi siete conosciuti?
«Una sera al cinema, nel 2000. Io avevo 34 anni, lui 61. Mi ero appena separata dal calciatore Odoacre Chierico, ex Roma, ed ero appena tornata da Lourdes dove facevo la crocerossina. Gli dissi: “Si ricorda di me?” Anni prima, amica della figlia Ilaria, ero stata a casa loro. “Dammi il tuo numero, veloce, veloce”. Non aveva da scrivere, ma lo memorizzò».
Perché veloce veloce?
«Perché era in compagnia di una donna che in quel momento stava cercando parcheggio».
Era impegnato?
«Si era separato. Dotato di un’autostima spaziale era convinto di essere un gran figo. Le donne non gli mancavano. Una sera, in un ristorante, una signora gli infilò un biglietto nella tasca della giacca».
E lei?
«Lo presi. C’era scritta: Nausicaa. E un numero telefono. All’indomani la chiamai: “Leviamo mano”. Erano convinte che avesse i miliardi».
Cosa vi ha tenuti insieme?
«Ridevamo di tutto. Eravamo compenetrati. Voleva che leggessi sempre i suoi articoli prima. Sono stata amata come nessuno mai. Ho provato ad avere i figli. Non li ho avuti».

Persino “il manifesto” lo ha ricordato con l’onore delle armi.
«Aveva una passione politica enorme. A casa invece era un ebete totale. Non sapeva cosa fosse un frigorifero. Pretendeva tutto, come un bambino. E quando glielo facevi notare, spazientita, ti rispondeva: “Ma io sono un intellettuale!”».
Perché all’inizio ha parlato di Guerra dei Roses?
«Con l’ex moglie. Ci vollero tredici anni prima che ci potessimo sposare».
Che ricordo rimane?
«Di un uomo che mi ha cambiato la vita. Era simpaticissimo. Ha pianificato i suoi funerali. E disposto che nella sua bara ci fosse una trombetta».
Cosa ci faceva con una trombetta?
«Gliel’ho chiesto anch’io. E lui: “Se invece sono vivo, poi come vi avverto?”»