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 2026  marzo 30 Lunedì calendario

Il Pentagono pianifica l’intervento di terra

Settimane di operazioni militari a terra in Iran. Il Washington Post scrive che a questo si prepara il Pentagono e la Casa Bianca non lo smentisce, limitandosi a dire che il presidente Trump non ha ancora deciso, ma il compito dei militari è mettergli sul tavolo tutte le opzioni possibili.
Anche per far fronte a questa eventualità i ministri degli Esteri dei Paesi mediatori si sono incontrati ieri in Pakistan nella speranza di trovare una via d’uscita diplomatica alla guerra, partendo dalla riapertura della navigazione nello stretto di Hormuz, e Islamabad ha annunciato che «presto ospiteremo colloqui tra Usa e Iran». I preparativi bellici in corso a Washington del resto si scontrano con le resistenze sul fronte interno e gli allarmi per potenziali attacchi terroristici da parte delle cellule iraniane dormienti.
I 2.500 marines del Tripoli Amphibious Ready Group sono arrivati nella regione e quindi potrebbero entrare in azione il qualsiasi momento. Il Pentagono però non intende limitarsi a questo e secondo il Washington Post si prepara alla possibilità di condurre operazioni di terra per settimane, con la prospettiva di mobilitare altri 10.000 soldati. Lo scopo non sarebbe un’invasione di terra per marciare su Teheran, che richiederebbe molti più uomini e mezzi, ma azioni mirate condotte dai marines e altri reparti delle forze speciali. L’obiettivo spesso citato è il terminale petrolifero sull’isola di Kharg, da occupare o forse minare, ma anche la costa sullo Stretto di Hormuz usata dagli iraniani per paralizzare la navigazione; o, ancora, altre isole strategiche nella regione. È stato lo stesso Trump in un’intervista al Financial Times a ipotizzare l’obiettivo Kharg: «Forse prendiamo Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni. Significherebbe anche che dovremmo rimanere (sull’isola di Kharg) per un certo periodo».
La speranza – riferisce ancora il quotidiano della capitale – è che soffocare la principale risorsa economica iraniana e umiliare il regime con la presa di alcuni territori aiuti a farlo cadere, incoraggiando l’insurrezione che finora non si è materializzata. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, non ha smentito: «Il lavoro del Pentagono è fare i preparativi allo scopo di dare al Comandante in capo le più ampie possibilità di scelta. Questo non significa che il presidente abbia preso una decisione».
L’ambiguità era e resta un elemento centrale della strategia americana, voluta o meno, magari anche allo scopo di alzare la pressione su Teheran, in vista della scadenza dell’ultimatum per i bombardamenti sulla rete elettrica, spostato al 6 aprile. Il Pakistan ha ospitato ieri a Islamabad una riunione con Egitto, Turchia e Arabia Saudita. Finora si sono concentrati sulla riapertura di Hormuz, costituendo un consorzio per gestirlo, ma il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha annunciato che i colloqui fra le parti si terranno «nei prossimi giorni». L’Iran però non è disposto a cedere sulla sovranità e sulle limitazioni al programma missilistico, e il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf – attuale uomo forte di Teheran – ha avvertito che «stiamo aspettando l’arrivo delle truppe americane sul terreno per incendiarle e punire per sempre i loro partner regionali».
Trump, a sentire la sua portavoce, non ha ancora deciso. Ma la maggioranza degli americani sì, se è vero il sondaggio della University of Chicago secondo cui il 62% è fortemente contrario all’uso di truppe sul terreno, opzione appoggiata solo dal 12%. A questo si somma l’allarme per le cellule dormienti: durante gli anni dell’amministrazione Biden 1.504 cittadini iraniani erano stati arrestati mentre cercavano di entrare illegalmente negli Usa. Il timore è che ce ne siano molti altri non intercettati che ora potrebbero lanciare attentati.