Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 30 Lunedì calendario

Tra Trump e l’Iran vince la Cina?

La crisi di Suez è stato il momento nel quale la Gran Bretagna mostrò al mondo che non era più una superpotenza: il fallimento della guerra-lampo progettata con la Francia per riprendere il controllo del Canale dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser suggellò il declino dei grandi imperi europei.
Allora accadde anche qualcos’altro: il dollaro superò definitivamente la sterlina come valuta di riserva per le banche centrali di tutto il mondo. Senza il sostegno di un bilancio pubblico sano, indebolita da decenni di deficit degli scambi con il resto del mondo e ora anche senza una potenza militare schiacciante – dunque incapace di controllare le rotte marittime vitali – la Gran Bretagna vide la sua moneta passare dall’80% delle riserve mondiali nel 1948 a meno del 3% una trentina di anni più tardi. 
Il declino delle potenze
Il mondo aveva smesso di pagare (e farsi pagare) le materie prime essenziali con una valuta di cui Londra aveva il controllo. Il Regno Unito non poté più godere di tassi d’interesse bassi a piacimento sul proprio debito, di conseguenza dovette limitare la spesa militare e con quella la propria proiezione di potenza.
Ora, gli Stati Uniti sotto Donald Trump non sono come Gran Bretagna di Anthony Eden del 1956. Godono di una supremazia tecnologica che allora Londra aveva perso da oltre mezzo secolo; controllano con i propri titoli emessi sul loro territorio circa il 70% dei mercati finanziari internazionali e continuano ad avere l’esercito più potente al mondo. 
Ma esiste una lezione per l’America nella crisi di Suez? Il blocco di Hormuz accelera l’ascesa della Cina come superpotenza geopolitica? Può intaccare il predominio schiacciante del dollaro come valuta di pagamento delle materie prime? Impossibile dirlo, prima di sapere come finirà la guerra. Ma ogni giorno di più, questa è la posta in gioco. Perché, allo stato attuale, la Cina è in posizione di rafforzarsi. Per sette ragioni.
«Un antico proverbio cinese recita: Se il tuo nemico sta facendo un errore, non lo interrompere». Così l’economista di Pechino Keyu Jin, oggi alla Hong Kong University of Science and Technology, ha commentato la guerra di Trump all’Iran tre giorni fa al Forum Teha di Cernobbio. Keyu Jin quasi certamente si sbaglia, perché sembra che il detto fosse in realtà di Napoleone. Ma il senso è chiaro e Jin, figlia di un altissimo funzionario della Repubblica popolare, lo ha ben presente. 
In questa crisi, la Cina mantiene un basso profilo o almeno finge di farlo. Fa il possibile per mostrare di non avere alcun ruolo e di non agire in alcun modo per approfittare della guerra. Si dichiara preoccupata solo per la stabilità internazionale e cerca di isolarsi dagli effetti dello choc del Golfo. 
Intanto però continua a comprare petrolio dall’Iran e soprattutto, a quanto pare, aiuta Teheran a condurre la guerra così come aiuta la Russia contro l’Ucraina. Molti rapporti convergenti spiegano che Pechino mette a disposizione il proprio sistema di navigazione satellitare BeiDou3 e altri sistemi di ricognizione che permettono alla Guardia rivoluzionaria di individuare i bersagli e colpire con precisione. 
Inoltre, Pechino starebbe vendendo all’Iran missili supersonici molto importanti per continuare a imporre il blocco sullo Stretto di Hormuz. Xi Jinping vede in questa guerra un fattore che destabilizza i mercati dell’export cinese; eppure, non può sfuggirgli come questa sia un’occasione d’oro per rafforzare lo status del proprio Paese. 
1. Dall’inizio del conflitto, la Cina cerca di coltivare la propria credibilità internazionale come sola superpotenza prevedibile. Pechino condanna la «violazione del principio di sovranità» dell’Iran e il comportamento «da egemone» degli Stati Uniti, chiedendo un cessate il fuoco. Ma giorni fa il titolo di un articolo del South China Morning Post, uno dei pochi di analisi sulla guerra, recitava: «I social media cinesi sono inondati di critiche agli Stati Uniti, ma è possibile che esse vadano troppo lontano?» Il testo parla degli attacchi a Trump che appaiono sulle piattaforme cinesi e di quando la censura interviene a cancellarli. Proprio il titolo era il messaggio: il partito non perde il senso delle proporzioni. Si presenta come un’entità affidabile – la sola dotata del controllo di tecnologie di punta, supremazia industriale, dell’arma atomica e di un approccio razionale – con cui qualunque Paese può trattare.
2. C’è una logica commerciale in tutto questo. Con il blocco di Hormuz, l’industria cinese delle rinnovabili e dell’auto elettrica racchiude per miliardi di persone la promessa di una minore dipendenza da petrolio e gas. In reazione alla guerra Paesi come Pakistan, Thailandia, Singapore, Indonesia, Corea del Sud e Vietnam stanno accelerando la diffusione dell’auto elettrica o degli impianti industriali alimentati da pannelli fotovoltaici. Già da prima del conflitto, per puri motivi di autonomia energetica, l’Etiopia ha messo al bando l’import di auto e veicoli commerciali con motore a scoppio. Dopo la lezione di Hormuz queste tendenze possono solo diffondersi in reazione allo choc petrolifero: proprio come dopo la guerra dello Yom Kippur negli anni ’70 le auto divennero sempre più leggere e a basso consumo. E la Cina, di gran lunga campione mondiale di tecnologie rinnovabili e auto elettriche, farà affari d’oro. Dall’inizio della guerra all’Iran le grandi case occidentali dell’auto, legate ai motori tradizionali, stanno crollando in Borsa: Stellantis meno 15,2%, Volkswagen meno 14,2%, l’indice dell’automotive allo S&P500 di New York meno 10,3%; invece il titolo del colosso cinese dell’auto elettrica Byd è salito del 18% e quello di CATL, leader mondiale nelle batterie di accumulo, è quasi del 22%.
3. C’è poi una specifica posizione di predominio industriale che conferisce oggi a Pechino ancora più potere. La Repubblica popolare controlla circa l’80% di produzione e raffinazione mondiale del tungsteno, metallo che diventa duro quasi come il diamante e con una temperatura di fusione altissima nella sua forma derivata come carburo di tungsteno WC, considerato indispensabile all’industria militare moderna. 
Tutti i missili americani ed europei più avanzati dipendono dal tungsteno, ma dall’anno scorso la Cina ha introdotto stretti limiti all’export. Ora, nessuno sa quanto siano svuotati gli arsenali degli Stati Uniti dopo un mese di combattimenti nel Golfo, ma secondo il Wall Street Journal lo stato delle scorte potrebbe essere «peggio di quello che pensate». E per disporre di nuovi volumi di tungsteno senza dipendere dalla Cina servono anni. Anche in questo Xi Jinping potrebbe avere nelle mani una leva in più, avendo già dimostrato di non avere scrupoli nell’usarla quando può.
4. Legato a questo c’è un vantaggio strategico più immediato per la Cina: pressato dalla relativa scarsità di forniture militari, da settimane il Pentagono sta spostando asset militari dall’Estremo Oriente al Golfo. Vale per le forze navali come per gli intercettori, dalla Corea del Sud allo Stretto Taiwan. Il nervosismo degli alleati dell’America nell’area, Seul e Tokyo per primi, è palpabile. La Cina invece si vede sempre più liberata dalle forze che contengono la sua aggressività ai confini orientali. «Qualunque indebolimento della presenza statunitense nell’area dell’Asia-Pacifico andrà a vantaggio di qualcuno. E ci possiamo immaginare di chi», dice Li Yihu, capo del Taiwan Research Institute all’Università di Pechino e deputato del Congresso del popolo.
5. Ho già scritto sulla capacità della Repubblica popolare di assorbire lo choc petrolifero e del gas più a lungo di qualunque altro Paese (non produttore) al mondo. Le sue scorte di greggio restano un segreto, ma Xi Jinping aveva dato ordine di aumentarle tre anni fa e oggi coprono probabilmente sei mesi di consumo: più della somma di quelle delle 32 democrazie avanzate dei Paesi riunite nell’Agenzia internazionale dell’energia. La Russia può coprire parte delle forniture bloccate dai Paesi arabi del Golfo, l’Iran ha persino aumentato l’export alla Cina, mentre il gas che non arriva più dal Qatar contava ormai per meno del 9% della produzione elettrica (in Italia, per oltre il 40%) e molto meno delle rinnovabili della Repubblica popolare. Pechino è disturbata dallo choc in corso, ma può contare su una notevole tenuta.
Il garante di Hormuz e i petro-yuan
6. L’insieme dei punti di cui sopra – autonomia strategica, controllo dei colli di bottiglia produttivi, ruolo di alleato e finanziatore vitale di Teheran – conferiscono a Xi Jinping un potere che oggi nessun altro leader mondiale detiene: solo la Cina può costringere l’Iran a una sistemazione che riapra Hormuz; solo lei può garantire la credibilità di un eventuale accordo con il regime degli ayatollah e dei guardiani della rivoluzione. L’anno scorso la Repubblica popolare è stata la prima acquirente del greggio uscito dallo Stretto (quasi il 38% del totale) ed è naturale che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar – le tre potenze sunnite del Golfo – si rivolgano sottotraccia direttamente a Pechino in cerca di soluzioni. Vi è già un indizio in questo senso: quando è parso che potesse avviarsi un negoziato fra Stati Uniti e Iran il ruolo di mediatore è spettato al Pakistan, la potenza asiatica a ovest di Pechino più integrata alla sfera d’influenza cinese. Islamabad non può aver accettato quel compito senza prima consultare Xi.
7. Tutto questo porta a ciò che oggi ai cinesi interessa davvero: comprare materie prime e altri prodotti essenziali nel mondo non i dollari ma nella loro valuta, lo yuan renminbi. Come l’America con il dollaro, vogliono poter fare acquisti all’estero in una moneta che loro stessi hanno il potere di creare. Pochi Paesi hanno fretta di assecondarli, perché lo yuan non è pienamente convertibile: quando si è pagati con esso, non è facile trasformarlo in dollari, euro o oro; può dunque essere usato quasi solo per importare prodotti cinesi. Anche per questo, Pechino impone contratti internazionali nella propria valuta ogni volta che ne ha il potere. Lo fa con il petrolio russo da quando Mosca è stata messa sotto sanzioni nel 2022, lo fa con Brasile e Argentina su certe materie prime, lo fa con il Pakistan o il Laos. Il grafico sopra mostra come, dalle sanzioni alla Russia del 2022, la quota di yuan nelle transazioni internazionali sia più che quadruplicata (all’8,3%). Pechino sta cercando di erodere la supremazia del dollaro. Ha già chiesto ad Arabia Saudita ed Emirati di accettare pagamenti in yuan per il greggio. E adesso Xi Jinping li imporrà, se avrà occasione di giocare un ruolo in una futura sistemazione per Hormuz senza esporsi troppo. In questo caso la terza guerra del Golfo – in dosi omeopatiche – sarebbe per l’America di Trump ciò che la crisi di Suez fu per Londra.
Non è certo che finisca così: dipende dalla capacità degli Stati Uniti di imporre la riapertura dello Stretto o il cambio di regime con la forza, evitando che l’Iran reagisca a un’invasione di terra distruggendo le infrastrutture petrolifere o civili nel resto del Golfo. L’operazione militare potrebbe ancora riuscire, benché con costi umani immensi per gli stessi americani. Trump ha già commesso grandi errori di calcolo nell’avviare e condurre questa guerra. Se ne ripetesse nei prossimi giorni e settimane, allora potrebbe passare alla storia come l’Anthony Eden degli Stati Uniti (foto sopra da AI): il leader che credeva di riaffermare il suo impero, invece accelerò l’ascesa del prossimo.