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 2026  marzo 30 Lunedì calendario

Inigo Lambertini parla dell’italofilia di Re Carlo

È stato il primo ambasciatore a presentare le credenziali a re Carlo, salito al trono solo da qualche mese, nel dicembre del 2022: in questi giorni Inigo Lambertini conclude il suo mandato di massimo rappresentante diplomatico dell’Italia a Londra, al termine di una carriera che lo ha portato dal Brasile agli Stati Uniti, fino al ruolo di Capo del Cerimoniale diplomatico del Quirinale, ultimo incarico prima dello sbarco sul Tamigi.
Gentiluomo napoletano d’altri tempi, ma con lo sguardo ben fisso sul presente, Lambertini in questi anni ha costruito un solido rapporto con la casa reale, e in particolare con re Carlo: «Alla morte della regina Elisabetta ci si interrogava sul futuro della monarchia – fa notare l’ambasciatore – ma quando Carlo è salito al trono sono venuti fuori tanti aspetti significativi di un uomo interessante, a tutto tondo, curioso intellettualmente».
E, soprattutto, caratterizzato da una netta italofilia.
«Su questo non c’è dubbio. Ricorderò sempre che quando parlavo con una giovane esponente della casa reale, raccontava che la sua famiglia è fatta di militari, a partire dal nonno, il principe Filippo: quindi sport, attività fisica, umorismo da caserma. E poi, diceva, avevamo quello zio (Carlo) che parlava di farfalle, di arte, di musica, tantissimo di giardinaggio... ma ha dovuto fare il re!».
Con una sensibilità così, volta all’arte, al paesaggio, alla musica, una certa simpatia verso l’Italia è inevitabile.
«Ma in Carlo c’è molto più di questo: lui ha una profonda ammirazione per la slow life, per l’approccio italiano. In uno dei nostri primi incontri mi disse che nella sua vita lui ha due grandi passioni: l’ambiente e il cibo italiano. Ma non si fermò qui, cominciò a elaborare su quello che abbiamo fatto nei secoli per difendere i diversi ecosistemi ed evitare l’uniformizzazione del cibo. Il passaggio decisivo per il cibo di qualità, secondo il re, è nato con lo slow food: e lui considera Carlo Petrini uno dei suoi migliori amici».
Come è nata l’idea della celebre cena italiana col re alla residenza reale di Highgrove, l’anno scorso?
«Carlo parlava sempre anche di Stanley Tucci e del suo documentario gastronomico sull’Italia. Quando incontrai l’attore americano – cosa che è più difficile che incontrare il re, ma alla fine ci riuscii – lui mi disse che gli era rimasta la passione per il cibo a chilometro zero. Così mi venne in mente di fare un evento in cui, usando prodotti a chilometro zero inglesi, si cucinasse all’italiana».
Carlo sembrava davvero entusiasta, a giudicare dalle immagini che sono state diffuse.
«Quella è stata veramente la prova di quanto il re apprezzi la vita italiana. Ha fatto pure la scarpetta nell’olio e non voleva farsi portare via il piatto dal cameriere mentre finiva l’operazione: e intanto parlava con Brunello Cucinelli, con Carlo Petrini, con Giorgio Locatelli... Un monarca che ha una ampia conoscenza dell’Italia».
Quella cena fu il preludio alla visita ufficiale dei reali nel nostro Paese, che si è svolta lo scorso aprile: e dopo Roma, l’altra tappa era stata Ravenna, dove Carlo voleva vedere i mosaici. Come andò davvero?
«Nel breve volo da Roma, il re mi chiama e mi chiede come saranno accolti nella città: nessun problema, lo rassicuro. Ma arrivati al Municipio ci troviamo di fronte a una targa con i risultati cittadini del referendum istituzionale del 1946: per la Repubblica oltre 48 mila voti, per la monarchia appena poco più di 3 mila... Allora il presidente Mattarella, che era lì, mi sussurra: “Forse è meglio che il re non legga quella targa...”. Ma quel bastione repubblicano era poi tutto per strada a salutarlo. Particolarmente la regina Camilla rimase colpita da quella partecipazione popolare».
Quando ha visto l’ultima volta il re?
«L’ultimo incontro è avvenuto quattro mesi fa e non era in ottima forma, anche se adesso sembra stare decisamente meglio».
Sulle sue spalle ricade la responsabilità di traghettare la monarchia dall’era elisabettina a un futuro che sarà inevitabilmente diverso e che toccherà a William delineare, anche se il principe appare un po’ riluttante.
«Ho avuto a che fare con lui meno che col padre. William è una persona estremamente gentile ed elegante».
Il viaggio in Italia era stato in ogni caso fondamentale nel cementare i rapporti bilaterali fra Roma e Londra.
«Veniamo da quattro anni di relazioni sempre più forti e intense. Quello che si apprezza molto negli ambienti politici ed economici qui a Londra è il messaggio di stabilità che arriva dall’Italia: soprattutto considerando le nostre antiche abitudini e quelle loro recenti, è un messaggio molto forte. Poi ci sono tante altre cose che aiutano, perché siamo due Paesi simili ma diversi, che si piacciono ma si ignorano, che si conoscono ma si nutrono anche di stereotipi».
E a proposito di stereotipi va ricordata la copertina pubblicata dall’Economist subito dopo il suo insediamento, in cui sotto il titolo «Britaly» si raffigurava una Britannia che brandiva una enorme forchetta di spaghetti, a simboleggiare una presunta deriva italiana della Gran Bretagna. Lei fece subito pubblicare una reazione sui social media che diventò virale, con centinaia di migliaia di visualizzazioni.
«Quella copertina fu davvero un infortunio di un grande giornale. Ma dopo la nostra replica ho avuto un rapporto di rispetto da parte dell’Economist come da parte di nessun altro. Da allora c’è stata sicuramente un’evoluzione, oggi è più difficile avere lo stereotipo dell’italiano simpatico ma inaffidabile. È molto facile essere italiani nel mondo, perché in linea di massima in questi contatti di lavoro prevalgono gli stereotipi positivi, che non sono solo stereotipi: quindi la simpatia, il calore, la cultura, il cibo, la moda».
Insomma, essere italiani apre delle porte che magari ad altri sono precluse.
«Abbiamo anche noi le nostre responsabilità storiche, ma non abbiamo una storia così complicata come altri Paesi a noi simili. Siamo molto popolari in tutto il Medio Oriente, lì sono entusiasti di noi, ma i più patiti dell’Italia sono i giapponesi: l’entusiasmo che hanno per noi lo manifestano anche al di là del loro modo di essere».
Un esempio?
«La riprova si è avuta quando a Londra è venuto in visita di Stato l’imperatore del Giappone: al pranzo ufficiale del Lord Mayor della City, che è anche più fastoso di quello a Buckingham Palace, al tavolo d’onore c’erano il duca di Edimburgo, il Lord Mayor, sua moglie, l’imperatore e... io, l’ambasciatore italiano. Così ho avuto modo di parlare con l’imperatore, che mi ha detto che gli anni più felici della sua vita sono stati quando ha studiato a Oxford e quando poi è venuto in Italia. Quando gli ho raccontato che vengo da Napoli, che è gemellata con Kagoshima, mi ha rivelato quanto gli piacerebbe tornare lì, ma come una volta, senza che nessuno lo riconosca».

Di grandi della Terra ne ha visti sfilare tanti a Roma, come capo del cerimoniale del Quirinale: come sono visti da vicino?
«Osservarli dietro le quinte li fa vedere in maniera più intima e riservata, ma non è che sono come dottor Jekyll e Mr Hyde: quello che sono in pubblico lo sono anche privatamente, in linea di massima. C’è però un approfondito apprezzamento e riconoscenza verso Mattarella, proprio a un livello personale, anche da parte di ospiti non necessariamente vicini all’Italia come altri. È comunque un’esperienza unica, vedi cose che non potresti mai immaginare, come quando mi sono ritrovato solo con Mattarella nello Studio Ovale di fronte a Donald Trump, all’epoca del suo primo mandato».
Per concludere, quale Paese si lascia oggi alle spalle? È ancora una Grande Bretagna o è diventata una Piccola Inghilterra?
«È un Paese in evoluzione, in grado di cambiare, un Paese moderno, accogliente, in cui convivono comunità da tutto il mondo: ma dall’altro lato è un Paese che forse in questo momento non ha ben chiaro cosa vuole essere nel futuro».
E il futuro invece dei nostri rapporti?
«La cosa che mi ha colpito di questo Paese è l’importanza che danno alla loro esperienza del passato romano: ma siamo anime gemelle perché siamo diversi. Noi siamo più passionali, ma abbiamo anche una capacità di adattarci, di risolvere diversità che loro non hanno; loro hanno una capacità organizzativa e forse una conoscenza della storia superiore. In qualche maniera, ci integriamo a vicenda».