Corriere della Sera, 30 marzo 2026
Orbán, il leader che teme la fine.
La narrazione della paura, a iniziare da quella dei migranti, ha spinto Viktor Orbán per tre mandati consecutivi alla guida dell’Ungheria. Ma questa volta, a due settimane dal voto che potrebbe segnare la fine di un’era, sembra soprattutto lui ad essere in preda al panico, mentre arranca nei sondaggi dietro al suo rivale, Péter Magyar. Quando l’altro giorno è stato fischiato a un suo comizio a Gyor, città guidata dall’opposizione, il leader magiaro ha perso le staffe e ha iniziato ad accusare chi gli chiedeva conto della disastrosa situazione economica di promuovere «gli interessi ucraini», di puntare a «un governo filo ucraino» e di voler trasferire «i soldi degli ungheresi in Ucraina». Slogan onnipresenti nella sua campagna elettorale, tutta incentrata contro Kiev, nei manifesti («Sono pericolosi!» recitano cartelloni con le foto del presidente ucraino accanto a Magyar, in stile wanted) e in ogni suo intervento («dovete scegliere tra me e Zelensky» aveva tuonato nella mega marcia del suo partito, Fidesz, il 15 marzo a Budapest). Ora questi slogan sono stati scagliati come insulti contro quegli ungheresi non allineati. Ci mancava poco e sarebbero stati bollati anche loro come spie, come è accaduto in questi giorni al giornalista investigativo ungherese Szabolcs Panyi, autore dell’inchiesta sui colloqui segreti prima e dopo le riunioni Ue tra il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó e il suo omologo russo Sergey Lavrov: Panyi ora è stato formalmente accusato di essere una spia al soldo degli ucraini.
Nell’incalzante conto alla rovescia verso il voto, le elezioni in Ungheria appaiono una spystory dai contorni sempre più foschi, con rivelazioni e contro rivelazioni.
«La storia del “cyberattacco di Stato” sta crollando sotto il suo stesso peso» ha osservato ieri sui social il portavoce del governo Zoltán Kovács. Il riferimento è all’inchiesta della testata investigativa ungherese Direkt36 che descrive il tentativo dei servizi segreti di Budapest di infiltrarsi nel partito di opposizione Tisza, caso che Magyar ha ribattezzato «Orbán gate». Un agente, identificato come «Henry», avrebbe cercato di reclutare due informatici che lavoravano per Tisza con l’obiettivo di introdursi nel server del partito. Quando i due informatici hanno deciso di smascherare l’agente, sono stati accusati di pedopornografia, ma nulla di compromettente è stato trovato e l’accusa si è rivelata infondata, tanto più che un agente della polizia ha poi parlato delle pressioni esercitate su di loro dai servizi segreti.
Ora questa versione è stata ribaltata dal governo, che ha reso pubblici quelli che ha definito elementi declassificati di un briefing sulla sicurezza nazionale: uno degli esperti informatici di Tisza avrebbe «ammesso di essere stato reclutato da agenti ucraini, addestrato all’estero e collegato a reti legate a Zelensky». E così l’«attacco governativo» si trasforma in «operazione di controspionaggio in difesa dell’interesse nazionale».