Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 30 Lunedì calendario

Meloni: il governo va avanti

Nel silenzio occorre attaccarsi alla terzultima riga di un post sui social. Alle otto di domenica sera Giorgia Meloni interviene sul fermo preventivo disposto per 91 anarchici e scrive che sulla sicurezza «il governo continuerà a muoversi». Un modo, per chi è costretto a esercitare doti da esageta, per dire che «si va avanti». Come d’altronde ripete in privato la premier a chiunque le scriva o lo chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle». Oggi sarà una settimana dalla sconfitta sulla riforma della giustizia. La presidente del Consiglio non ha impegni istituzionali in agenda fino a dopo Pasqua.
Gli scenari però continuano a volteggiare, come cattivi pensieri, sopra alla sua villa a sud di Roma. Quello più politico riguarda la legge elettorale che domani sarà incardinata alla Camera in Prima commissione (atto tecnico, più che altro). Su questo dossier Meloni sembra aver dato disposizioni chiare: è una priorità per la stabilità del Paese, il voto che porterà alla prossima legislatura, quella che eleggerà il nuovo presidente della Repubblica, non può terminare con un pareggio, un quadro esiziale che aprirebbe a governi di larghe intese o, peggio ancora, tecnici. Da qui il suo avviso ai naviganti del centrodestra: sulla legge elettorale non si scherza, abbiamo i numeri per approvarla, se qualcuno farà scherzi, il voto anticipato, magari in autunno, resta un’ipotesi (nella Lega non la smentiscono). Sono pistole sul tavolo in un momento in cui il centrodestra è sotto choc: Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile (oggi c’è una segreteria politica del Carroccio), Antonio Tajani è in missione verso l’Ucraina ma deve badare alle voci di dentro che provengono da Forza Italia, dopo le dimissioni coatte di Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato.
In agenda non ci sono nemmeno Consigli dei ministri, anche se il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili: torna l’ipotesi di un bonus benzina per le famiglie meno abbienti o di sgravi settoriali. La misura in vigore finora è costata 600 milioni di euro e non ha prodotto benefici concreti per gli italiani. «Quindi va rivista», anticipano dal ministero dell’Economia.
«Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, ove necessari, per tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», ha spiegato il ministro di FdI Francesco Lollobrigida, a margine del primo Forum della cucina italiana, promosso da Bruno Vespa. Ottima occasione, tra i capannelli ghiotti di notizie, per parlare di rimpasti e non solo di soufflé tanto che lui aggiunge : «Se dovesse servire, il mio posto è sempre a disposizione».
La premier non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana: la calcolatrice dice 1.255 giorni, terzo posto, a 157 dal record del Berlusconi II. Oltre i numeri però ci sono ministri da sostituire o operazioni «chirurgiche» da portare a termine. Tra le tante ipotesi ce n’è una che manda in fibrillazione la Lega: quella che Luca Zaia possa sostituire Adolfo Urso al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) con Urso al posto di Santanchè. Non è tanto il fatto che – se di rimpasto si discute – non si possa prescindere da un ragionamento sul Viminale per Matteo Salvini. L’interessato, il Doge trevigiano, non si fa scucire una sillaba. Ma nel partito il malumore si fa sentire. Nulla contro l’ex governatore veneto. Ma il ragionamento è semplice: è leghista il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Se diventasse leghista anche il ministro alle Imprese, il partito diventerebbe l’intestatario di tutte le (difficili) scelte economiche all’orizzonte. Un deputato leghista sceneggia: «Già me li sento, quando sarà necessario far trangugiare il non trangugiabile, che prendono l’arietta pragmatica e la lasciano cadere: “d’altronde, tutti i ministri economici sono leghisti”».
Ieri il deputato di FdI Gianluca Caramanna, a proposito del dopo Santanchè, è tornato a Roma dopo la missione a Dallas per il Cpac. Chissà che non faccia un salto al ministero, d’altronde resta il consigliere politico della ministra. Peccato che intanto si sia dimessa.