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 2026  marzo 30 Lunedì calendario

L’Iran: aspettiamo le truppe Usa

Nel trentesimo giorno di guerra, non è la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei a tenere il discorso commemorativo per la ricorrenza, ma Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, leader de facto del regime decapitato. Ghalibaf, ultraconservatore pragmatico forgiato nei ranghi dei Guardiani della Rivoluzione, ha proclamato che le forze iraniane sono pronte all’arrivo delle truppe statunitensi «per dar loro fuoco e punire per sempre i loro partner regionali». Ha accusato Donald Trump di parlare di negoziati mentre pianifica segretamente un attacco di terra. E ha formulato la frase che più di tutte spiega lo stato d’animo degli uomini della Repubblica Islamica: «Continuiamo a sparare. I nostri missili sono in posizione. La nostra determinazione e fiducia sono aumentate».
Ed è proprio così. Più passano i giorni e più gli ayatollah-pasdaran sembrano non sentirsi in una posizione di svantaggio. Sembrano non avere alcuna intenzione di farsi imporre le condizioni di un cessate il fuoco dalla coalizione israelo-americana. Al contrario, sono convinti di poter continuare a logorare gli avversari e portarli ad accettare almeno una parte delle loro richieste. Lo stesso Ghalibaf ha liquidato con disprezzo il piano di pace in quindici punti consegnato a Teheran tramite mediatori pachistani, considerandolo un mero catalogo di pretese fallite sul campo di battaglia. Ovvero tutto ciò che la campagna militare di Netanyahu e Trump non è riuscita a imporre finora: dalle concessioni sul programma nucleare alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Sulla testa degli ayatollah, però, pende un ultimatum che il presidente americano ha prolungato per la seconda volta, una scadenza per ora fissata al 6 aprile: se Teheran non riapre la rotta di Hormuz, l’esercito americano colpirà le infrastrutture energetiche iraniane. Mossa che rischia di portare a opzioni di escalation dalle conseguenze imprevedibili, tra cui un assalto via terra.
Sabato un corpo di spedizione di 2.500 marines è arrivato in Medio Oriente, aggregato a un gruppo di navi equipaggiate per operazioni anfibie. La mobilitazione americana arriva così a oltre diecimila uomini in più rispetto ai quarantamila già presenti nella regione. Un segnale che per Teheran suona come inequivocabile conferma: arrivano i «boots on the ground». I nemici sul terreno.
Ieri, i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si sono riuniti a Islamabad per cercare una via per la de-escalation. I colloqui proseguiranno, forse, con i «protagonisti» presenti, dice il ministro pachistano, anche se dal primo confronto – raccontano fonti diplomatiche – emerge che le probabilità di un cessate il fuoco restano basse, con Washington e Teheran ancorate a richieste reciproche inaccettabili.
Mentre la diplomazia provava, timida, a immaginare soluzioni, le bombe non hanno risparmiato nessuno. L’esercito di Netanyahu ha bersagliato pesantemente l’Iran prendendo di mira Teheran, mentre la Repubblica Islamica ha contrattaccato su Israele facendo suonare le sirene in oltre cento città, con il supporto delle milizie libanesi di Hezbollah. Gli attacchi missilistici Usa-Israele hanno centrato una banchina in una città portuale vicino a Hormuz, uccidendo cinque persone, e l’Università di Isfahan ha denunciato un secondo raid aereo. In Israele, un missile e i suoi detriti hanno colpito un impianto chimico Adama nella zona industriale di Neot Hovav, a sud di Beersheba, scatenando un vasto incendio e allarmi per possibili fughe di materiale tossico. Nelle ultime 24 ore l’aeronautica israeliana ha condotto oltre 140 attacchi contro la Repubblica islamica – interruzioni di corrente a Teheran – che ha continuato a bersagliare Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Nella periferia meridionale di Beirut centinaia di persone hanno partecipato ai funerali dei tre giornalisti libanesi uccisi sabato in un raid dell’esercito israeliano, che accusava uno di loro, Shoieb, senza fornire prove, di essere un membro di Hezbollah «sotto copertura». Netanyahu ha poi annunciato l’espansione della zona di sicurezza nel Libano meridionale «al fine di contrastare la minaccia di invasione e prevenire attacchi». Sempre in Libano, un soldato Unifil è stato ucciso e altri sono rimasti feriti dopo un attacco alla base di Aadchit al-Qsair.