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 2026  marzo 29 Domenica calendario

Napoli e la sirena

«Che tu venga dal cielo o dall’inferno, cosa importa,
o Bellezza! Mostro enorme, ingenuo, tremendo!
Se i tuoi occhi, il tuo piede, il tuo sorriso
mi schiudono ancora ignorato un Infinito che amo?
Da Satana o da Dio, cosa importa? Angelo o Sirena,
cosa importa se tu - fata dagli occhi di velluto, ritmo,
luce, profumo, o mia sola regina!- mi rendi
meno ripugnante l’universo, meno grevi gli istanti?»
(Charles Baudelaire)

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Nell’immaginario poetico della città, Napoli non è solo una città fondata da una Sirena ma è la Sirena stessa, il suo corpo disteso e pietrificato. Sospesa tra immaginazione e sogno, l’immagine del profilo della costa disegna una figura femminile adagiata: la collina di Posillipo, con le sue curve dolci che degradano verso il mare, rappresenta la testa reclinata della Sirena, i cui capelli si sciolgono nelle onde di Marechiaro. Il ventre è il centro storico, la parte bassa e densa della città, che si estende verso il porto: è il ventre materno e accogliente di Partenope. L’isolotto di Megaride occupa una posizione centrale: è qui che il cuore della sirena ha smesso di battere per trasformarsi in pietra.
È una visione cara ai poeti, agli innamorati e agli Dei. Napoli non può essere separata dal suo mito perché il mito abita i tessuti della città. Ogni vicolo è una vena, ogni collina un muscolo. A Napoli il mito non è mai lontano dal reale, ma è il soffio poetico che lo anima dall’interno, come un respiro lontano e potente: come il battito ancestrale dei vulcani. Se la Sirena "abita" la Città-corpo, fino ad identificarsi con essa, non c’è da stupirsi che il suo mito continui ad affascinare.

Al mito di Partenope, la Sirena e la Città il Museo Archeologico Nazionale di Napoli dedicherà una mostra (dal 3 aprile al 6 luglio) che si preannuncia imperdibile. Si tratta di un’esposizione straordinaria che esplora il legame millenario tra il mito della sirena Partenope e la fondazione di Napoli attraverso un percorso multidisciplinare: saranno presenti oltre 250 pezzi, tra reperti archeologici, opere d’arte e installazioni contemporanee.
Numerosi i prestiti internazionali: la mostra vanta collaborazioni di prestigio, tra cui il Musée du Louvre, che ha concesso in prestito una serie di vasi antichi legati all’iconografia delle sirene. Il percorso si snoderà tra archeologia, mito e arte, includendo anche un’installazione monumentale di 45 metri quadri dell’artista Bosoletti che dialogherà con le opere classiche.
La mostra al MANN utilizzerà l’immagine del corpo di Partenope non solo come reperto archeologico, ma come un organismo vivente che continua a trasformarsi attraverso l’arte moderna e contemporanea. L’opera dell’artista argentino Francisco Bosoletti è il cuore pulsante di questo dialogo. Si tratta di un’installazione di 45 metri quadri pensata proprio per evocare la fusione tra corpo femminile e territorio: l’opera gioca con la percezione visiva. Da lontano, le macchie di colore rivelano il profilo sinuoso di una donna che sembra sciogliersi nelle rocce e nelle onde, richiamando esattamente l’idea della sirena come Città-corpo.

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È un’immagine misterica e forte, che ha appassionato generazioni di archeologi, infiammato la fantasia dei poeti, diviso storici, antropologi e letterati. È la storia di un luogo leggendario che s’incrocia con il mito della fondazione di Napoli, mito che nasce da una base storica, anche se è stato poi trasfigurato dalla fantasia e dalle credenze popolari. Com’è noto, furono i coloni provenienti dalla Grecia orientale a importare il culto delle sirene. Nel luogo dove si insediarono, tra il promontorio di Monte Echia e la foce del Sebeto, i coloni portarono i loro culti e le loro credenze. A cominciare dal culto per il misterioso essere mitologico che avrebbe dato il nome alla città: Partenope. Un culto che nasceva dal terrore per queste semidee marine. E faceva parte del bagaglio dei primitivi e audaci naviganti che, sfuggiti a Scilla e Cariddi, dopo aver attraversato il burrascoso canale di Capri, trovarono finalmente il dolce approdo del nostro Golfo.

La faccenda si complica quando - ci hanno provato in tanti - si tenta di passare dal Mito alla Storia. Se quello della sirena, essere mitologico con la testa di donna e il corpo d’uccello, in seguito rappresentato metà donna e metà pesce, era solo un culto, perché fior di geografi, studiosi e letterari si sono messi alla ricerca del suo sepolcro perduto? Erano stati, per primi, gli stessi fondatori a sostenere che la sirena fosse stata sepolta nel luogo scelto per il loro insediamento, nell’area dell’attuale borgo Santa Lucia; per la precisione, anzi, nelle fondamenta dell’attuale chiesa di Santa Lucia a Mare. Un nascondiglio opportunamente misterioso giacché l’attuale tempio, frutto di successive costruzioni a strato, fu innalzato sui resti di una struttura primitiva paleocristiana, ed è impossibile accedere alla parte più antica delle fondamenta. Altri studiosi, invece, hanno collocato l’antico santuario dedicato a Partenope nella zona dove oggi sorge la basilica di San Giovanni Maggiore.

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Il mito descrive la sirena come un demone marino o uccello antropomorfo, umanizzato al punto da morire per amore, diventando così il simbolo e il custode dello spirito della città. Sospesa tra immaginazione e sogno, la "favola" di Partenope vuole che la Sirena, disperata per non aver saputo ammaliare Ulisse di ritorno da Troia, si dissolse prendendo la forma della città. Nel loro lungo viaggio verso l’ignoto queste figure hanno cambiato più volte sembianze. Partenope ricompare in forma di uccello nella cinquecentesca fontana di Spinacorona, mentre con il suo latte spegne l’eruzione dell’intemperante Vesuvio; ma quando la sua immagine viene scolpita nel basamento della guglia di San Gennaro o in quello del guglia di San Domenico, la Sirena ha definitivamente conquistato le fattezze della donna pesce. I tempi cambiano e quando il paganesimo finisce in soffitta, per far spazio ai nuovi simboli della religione cristiana, le ali non sono più concesse alla nostra Partenope; diventano un attributo consentito solo alle schiere angeliche. Le grandi ali della Sirena sono proprio come quelle degli Angeli destinati, tra gli altri compiti, a trasportare i pesanti corpi delle anime del Purgatorio innanzi alla Madonna che doveva dare il suo assenso per l’ingresso in Paradiso.
Per il popolo napoletano, il mito delle origini non è un reperto polveroso, ma un sentimento viscerale di appartenenza. La sua essenza si è riverberata nel culto egizio di Iside, nella devozione per Santa Patrizia, fino a scorrere nei poteri magici di Virgilio e nel sangue prodigioso di San Gennaro. Il senso profondo di questa eredità sta tutto nell’affermazione perentoria della Serao, che suona come una verità eterna: «Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta». La sirena non è sepolta nel passato, ma continua a respirare tra le pietre e il mare di una Napoli che resta, per sua natura, immortale.