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 2026  marzo 29 Domenica calendario

Il calvario dei 22 migranti gettati in mare

Erano partiti da Tobruk, nella Libia orientale, lo scorso 21 marzo a bordo di un gommone. Erano almeno 48 persone migranti provenienti da diverse nazionalità, ammassate e dirette in Grecia per chiedere asilo all’Unione europea. Ma durante la navigazione hanno perso l’orientamento e sono rimaste alla deriva nel Mediterraneo per sei giorni, senza acqua e senza cibo. Così, ventidue di loro hanno perso la vita e, nei giorni scorsi, forse per alleggerire il carico dell’imbarcazione pneumatica, i loro corpi sono stati gettati in mare su ordine dei trafficanti. Al momento dell’intercettazione, nella serata di venerdì al largo dell’isola di Creta, la nave dell’agenzia europea Frontex ha trovato e soccorso solo i 26 migranti rimasti a bordo del gommone, tra cui una donna e un minore, la cui nazionalità non è ancora stata specificata. I sopravvissuti, dopo essere stati tratti in salvo sulle coste greche, hanno iniziato a raccontare il naufragio alla Guardia costiera. Due di loro sono stati trasportati in ospedale a Heraklion, sempre sull’isola di Creta, ma ancora non si hanno informazioni sulle loro condizioni di salute. Gli altri potranno presto iniziare il loro percorso nel sistema di accoglienza per chiedere protezione internazionale all’Unione europea. I due presunti trafficanti, invece, secondo le autorità greche sarebbero stati arrestati: si tratta di due giovani sud-sudanesi di 19 e 22 anni.
Quella al largo delle coste greche è solo l’ultima delle tragedie che quotidianamente si consumano nel Mediterraneo: l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha già contato 807 migranti scomparsi nel Mediterraneo dall’inizio del 2026. Ieri mattina, l’ong Alarm Phone ha registrato altri due allarmi di naufragi. Il primo riguardava 17 persone disperse dopo essere salpate domenica sera da Sabratha, in Libia. Le condizioni meteo, ieri, non erano favorevoli: «Le famiglie ci stanno contattando, ma non abbiamo ancora notizie sulla sorte di questo gruppo – spiegava ieri l’organizzazione umanitaria -. Non siamo a conoscenza di alcun salvataggio che possa corrispondere a quello dell’imbarcazione scomparsa». Il secondo allarme, invece, riguardava 56 migranti alla deriva nel Mediterraneo centrale, partiti al mattino dal porto di Sfax, in Tunisia. «Siamo stati informati dai parenti che sono in grave pericolo in mare a causa del maltempo», affermava Alarm Phone. Nessuno dei due gruppi di migranti è stato ancora avvistato dalle navi dei soccorsi.
Intanto, prosegue il braccio di ferro tra le navi di soccorso delle ong e il governo italiano. Il tribunale di Salerno, lo scorso 23 marzo, ha annullato il terzo fermo amministrativo della Geo Barents, la nave di Medici senza frontiere che è attraccata in un porto norvegese dal dicembre 2024. L’imbarcazione, dopo oltre 12.600 soccorsi, era stata ritirata a causa delle leggi stringenti introdotte dal governo Meloni, che vietano i salvataggi multipli e impongono fermi fino a 60 giorni per chi ignora l’assegnazione dei porti o il coordinamento della cosiddetta Guardia costiera libica. Alla Geo Barents ne erano stati imposti quattro, tre dei quali sono già stati annullati dai giudici italiani.
Il principio alla base della sentenza è semplice: non si può sanzionare l’inosservanza di ordini che portino alla violazione di obblighi di soccorso. In particolare, il tribunale di Salerno ha stabilito che l’onere della prova delle violazioni spetta alle autorità italiane, che non hanno fornito prove sufficienti. «I fatti contestati – si legge nella sentenza – sono indimostrati in quanto si basano su e-mail che, però, non riportano alcun specifico e concreto elemento». In secondo luogo, i giudici sostengono che gli ordini della cosiddetta Guardia costiera libica, che spesso impone alle navi di soccorso di allontanarsi dalle zone di salvataggio, non possono essere considerati «coordinamento da parte dell’autorità competente». Piuttosto, si tratta di richieste che contraddicono «il carattere assoluto che connota, a livello internazionale, il dovere di soccorso a carico di tutti i comandanti delle navi». In altre parole, se non sono a rischio la nave o i suoi passeggeri, gli equipaggi delle ong sono sempre obbligati a portare a termine i salvataggi in mare. Anche quando questo significa contraddire gli ordini libici o quelli delle autorità italiane.