Il Messaggero, 29 marzo 2026
Intervista a Ubaldo Pantani
Anche se il passaggio sanremese non sembra aver aggiunto granché al suo profilo arruolato da Carlo Conti dopo il pasticcio Andrea Pucci, la terza serata del Festival ha proposto la rodatissima maschera di Lapo Elkann. Ubaldo Pantani va avanti come uno schiacciasassi: stasera è come sempre da Fabio Fazio nel suo Che tempo che fa (in diretta sul Nove, ore 19.30), domani sarà fra i protagonisti del GialappaShow (Tv8, ore 21), e dal 10 aprile darà il via al tour teatrale del suo spettacolo di imitazioni Inimitabile (Teatro Sociale Camogli, Genova).
Sia sincero: dall’esperienza al Festival si aspettava di più?
«No. Non avendo una canzone in gara... Diciamo che ho fatto la mia parte e mi sono anche divertito, cosa non proprio scontata su quel palco così importante e delicato».
La lezione più importante che ha portato a casa qual è?
«Farsi trovare sempre pronti».
È successo qualcosa di particolare?
«No. Però il Festival è una macchina gigantesca e in un secondo può cambiare tutto».
Lei ha iniziato come calciatore, si è laureato in Scienze politiche, ha debuttato in teatro con Giorgio Albertazzi... Che c’è voluto per farcela come comico?
«Pazienza e lungimiranza. Ho sempre pensato a un percorso e all’inizio per me il massimo era arrivare alla Gialappa’s Band. Ce l’ho fatta ormai da tempo».
Non sognava di fare l’attore serio?
«No. Mi ritrovai a studiare con Giorgio Albertazzi per caso, ma grazie a lui ho avuto una formazione teatrale classica basata su una disciplina che poi, a prescindere dal registro comico che ho abbracciato, mi è servita tantissimo».
Come nel 199,7 quando Gianni Boncompagni – durante il provino per il programma “Macao” di Rai2 – le chiese di improvvisare qualcosa tratto dal cabaret norvegese?
«Sì, certo (ride, ndr). Visto che mi ero presentato cercando di fare una gag con un santone indiano in stile demenziale, alla maniera del grandissimo Freak Antoni degli Skiantos, lui rilanciò con la Norvegia. Preso completamente alla sprovvista, iniziai a dire qualsiasi cosa. Risultato? Nello studio, tranne Boncompagni, nessuno rideva. Alla fine mi prese lo stesso e così debuttai in tv. Ricordo il capo struttura che sottovoce gli diceva: “Gianni, ma sei sicuro?"».
Albertazzi e Boncompagni. Ha fatto una gavetta di lusso, poi a un certo punto è stato folgorato da Pino Insegno: conferma?
«Sì. Non lo conosco ma anni fa ricordo di aver letto una sua intervista in cui diceva che anche Max Tortora, attore che stimo tantissimo, era dovuto passare per le forche caudine delle imitazioni... Pensai subito che allora potevo e dovevo farle anch’io senza remore. Per me fu una svolta».
C’è ancora un po’ di pregiudizio verso le imitazioni, considerato un genere comico minore?
«Di questa cosa non ci si libera mai fino in fondo. Il problema è la confusione che si fa tra imitatore e comico che fa le imitazioni. Io appartengo a quest’ultima categoria. In questo caso si parte da una componente tecnica legata alla riproduzione più o meno fedele della voce, ma poi si fa un grande lavoro autoriale per amplificare e alterare certe caratteristiche grazie alle quali costruirci una parodia. Detto questo, alla fine conta solo una cosa: far ridere. Il comico quello deve saper fare. Punto».
Tornando a Insegno, quest’estate durante un incontro pubblico a Lugano ha detto di non conoscerlo e di non averlo mai incontrato anche perché non va a raduni politici come Atreju. Da figlio della Toscana rossa, è contento per i risultati del referendum?
«Mi è piaciuta la grandissima partecipazione. Per il resto, non entro nel merito perché il miglior modo per fare politica è non parlarne. Non serve esporsi, sono un comico».
Anche un comico è un cittadino, la sua è una risposta un po’ da vecchio democristiano.
«Chi mi conosce sa che che sono così. Farlo sarebbe controproducente».
È vero che Pier Silvio Berlusconi si è arrabbiato per la sua imitazione?
«No, sono chiacchiere. Ci siamo anche sentiti al telefono. Con me non si arrabbia nessuno».
Visto il lavoro che fa, sicuro che sia sempre un bene?
«Io sono un comico che fa intrattenimento leggero. Preferisco così. La satira è una cosa seria e per farla bene devi essere disposto a sopportare critiche feroci. Va bene per chi non ha ha figli (Pantani ne ha due: una di 19 anni e uno di 7, ndr) e non deve rendere conto a nessuno».
La regola del “Tengo famiglia”.
«Sì, è così. Poi quello che sono come come artista, e quello che cerco di fare arrivare, passa comunque. Il mio obiettivo è far ridere a modo mio».
Va bene, ma quello che ha costruito con un po’ di perfidia in più qual è?
«Forse Marco Travaglio. Lui è molto vanitoso e ama cantare. Mi sono divertito parecchio».
Lei è stato a lungo legato alla collega Virginia Raffaele: stesso lavoro e amore sono inconciliabili?
«Non parlo di questa cosa».
Per uno che si maschera sempre come lei, qual è l’equivoco più ricorrente e fastidioso?
«Agli inizi ci restavo male se mi confondevano con qualche collega, ma bastava farsi una risata e passava tutto. Da quando vado anche nei teatri con le mie maschere, e li riempio, rido ancora di più».
Ha iniziato a farlo solo nel 2023 con “Born in the Solvay": perché così tardi? Martedì compie 55 anni.
«Perché facendo tanta tv, in teatro volevo proporre i miei progetti di narrazione storica come quello sul Gino Bartali, che durante la Seconda guerra mondiale salvò centinaia di ebrei portando documenti con la bici, da Firenze ad Assisi (Gino Bartali, il campione e l’eroe, ndr). Poi un giorno Carlo Conti, arrabbiandosi, mi disse di buttarmi e portare in teatro le mie imitazioni. E basta. Gli ho dato retta, per fortuna (Conti è uno degli autori, ndr). Ora sto finalmente conoscendo il mio pubblico. Il teatro è il mio Tinder: dopo che ci siamo visti a distanza, ora consumiamo... (ride, ndr)».
Di cosa è particolarmente fiero?
«Aver ottenuto la piena fiducia di gruppi di lavoro diversi nel corso degli anni. La sensazione di essere stato consapevolmente scelto mi fa davvero molto piacere. Parlo di Gregorio Paolini, Gialappa’s Band, Fabio Fazio...».
Il prossimo sfizio da togliersi?
«Mi piacerebbe fare uno spettacolo teatrale dedicato al grande Freak Antoni (storico e indimenticabile leader degli Skiantos, morto nel 2014, ndr), una sorta di apologia dell’insuccesso che un po’ in vita lo ha accompagnato sempre».
Ha fatto in tempo a conoscerlo di persona?
«Sì. Facevo parte di un fan club e siamo diventati amici. Per me era ed è un punto di riferimento assoluto».
Un film tutto suo, invece, lo farebbe?
«Non voglio essere io a proporlo, certe cose devono venire da sole. Sono fatalista, vediamo che succede».
Film serio o alla Checco Zalone?
«Non lo so. Bisognerebbe vedere quello che arriva. Comunque, ho talmente rispetto per il cinema, e l’editoria, che dovrei pensarci bene».
Per caso sta dicendo che è uno dei pochi personaggi dello spettacolo che si è rifiutato di firmare un libro?
«Sì. Me l’hanno offerto e ho glissato. Non me la sono sentita. E poi non ho tempo. Le cose voglio farle con attenzione».
L’errore più grande che ha fatto qual è stato?
«Aver ricominciato a giocare a pallone. Vent’anni fa, circa, avevo già smesso da qualche mese quando la prima squadra del mio paese, Ponteginori, mi chiamò per il derby di Coppa Toscana contro Montaione, campo neutro a Castelfiorentino. Io entrai gli ultimi cinque minuti e segnai il gol decisivo per passare il turno. Fu un trionfo. Quale miglior modo per attaccare le scarpette al chiodo? Niente. Mi feci convincere a continuare. La partita successiva, con i ragazzini che correvano come fulmini, io che avevo quasi 40 anni ero a pezzi. Un dinosauro mezzo morto. Che cazzata...».
È vero che sta seguendo il corso per ottenere il patentino Uefa da allenatore?
«Sì. Ho allenato per molti anni squadre amatoriali e vorrei prenderlo davvero. Quella dell’allenatore potrebbe davvero essere la mia seconda vita. Per ora mi diverto tantissimo facendolo per la Nazionale Cantanti, il capitano è Sal Da Vinci. Il calcio è la mia grandissima passione».
A proposito, che ne pensa del presidente della Fgci, Gabriele Gravina, che ha già fatto sapere che resterà al suo posto anche se l’Italia non si qualifica?
«Imbarazzante. È proprio vero che in Italia la poltrona non si lascia mai».
Invece lei se lo ricorda un suo momento d’imbarazzo, in cui si è sentito ridicolo e fuori posto?
«Certo. Nel 2000, truccato da Alessandro Nesta, mi ritrovai in collegamento con il Tg2 dopo che l’Italia era stata eliminata dalla Francia, proprio davanti alla loro ambasciata in piazza Farnese a Roma. La gente in strada era inferocita e durante il mio intervento, completamente inutile, arrivò anche il disturbatore Paolini. Volevo sprofondare».