Il Messaggero, 29 marzo 2026
Intervista a Giorgio Parisi
Giorgio Parisi, partiamo dalla sua famiglia.
«Mio padre aveva una laurea in Economia e Commercio. Per un certo periodo aveva aiutato suo padre nel campo delle costruzioni, poi aveva fatto lavori saltuari. Quando sono nato io, si è impiegato alla Cassa del Mezzogiorno. Mia madre era una casalinga».
Cosa l’ha spinta a fare della Fisica la sua ragione di vita?
«Non c’è stato un momento decisivo. Da bambino avevo imparato a fare il gioco del 15, quello in cui bisogna mettere i numeri in ordine su dei quadratini. A 10 anni ho incominciato a leggere i libri di fantascienza, a 13 anni sono passato ai testi sulla storia della matematica. All’università ero molto indeciso se iscrivermi a Matematica o Fisica. Ho scelto la materia di cui conoscevo meglio la storia recente, perché i libri che avevo letto trattavano la fisica del Novecento, mentre c’era un vuoto sulla matematica del Novecento, difficile da raccontare e più astratta».
Ma utile per vincere il Nobel.
«Nel mio caso senz’altro. C’era un problema, non è che mi interessasse particolarmente in sé, però ero curioso di capire come si potesse risolvere dal punto di vista matematico».
Il problema dei vetri di spin.
«Glielo spiego in maniera essenziale. Immagini che ci siano tante persone e che alcune siano fra loro simpatiche e altre antipatiche. Dobbiamo formare due gruppi, ma è impossibile mettere nello stesso gruppo tutte le persone che sono simpatiche fra loro. Il problema consiste nel calcolare, quando il numero di persone diventa estremamente grande, qual è il numero minimo di persone antipatiche tra loro che appartengono allo stesso gruppo. È un problema classico della fisica statistica e anche dei sistemi disordinati, perché il fatto che le persone siano antipatiche o simpatiche non è a priori prevedibile. Quando mi sono interessato al problema, le analisi teoriche portavano a risultati contraddittori».
Poi arrivò Parisi e la sua formula.
«I matematici hanno impiegato 25 anni per dimostrare che il risultato finale era corretto».
Si considera un genio?
«Non saprei dire, credo che ci sia tutto uno spettro di capacità, in un campo o nell’altro, per cui la definizione di genio non mi pare in generale appropriata. Parlerei di persone molto capaci di fare le cose nel proprio campo».
Quanto conosciamo della realtà fisica?
«C’è una parte che ignoriamo totalmente. Non sappiamo cosa succede nell’infinitamente piccolo, per esempio. O su grandi scale. Non sappiamo come è cominciato l’universo, quanto è grande. Non siamo nemmeno in grado di capire bene come funzionano certi sistemi complessi, per esempio il cervello».
La scienza ammette il mistero?
«Tante cose sfuggono alla nostra comprensione. Perché le leggi della natura siano quelle che sono, è qualcosa che non possiamo comprendere. Ma il compito della scienza è un altro: assumere le leggi della natura, e dimostrare che quello che succede è compatibile con esse».
È credente?
«Sono agnostico. Penso che la religione e la scienza siano due sfere decisamente distinte. La scienza cerca di spiegare il mondo tramite il mondo, la religione pensa di spiegare il mondo tramite qualcosa che esiste fuori dal mondo».
È riuscito a conciliare l’impegno quasi totalizzante per la scienza con la vita privata?
«Sì, ho una moglie, due figli, tre nipoti. Mia moglie ha lavorato alla Corte Costituzionale, anche se la sua formazione non è giuridica, ma legata alla letteratura greca, alla commedia di Aristofane. Mia figlia è una sociologa, mio figlio informatico. Il più affine a me».
Perché l’Italia non è un Paese per giovani?
«La situazione è peggiorata negli ultimi due decenni. Da un lato è aumentato enormemente il precariato. Dall’altro per accendere un mutuo, viene richiesto un contratto a tempo indeterminato. Ma l’angoscia per il futuro è un problema per tutto l’Occidente».
Vale anche per la scienza?
«Gli italiani la amano abbastanza. È la politica ad essere sorda, forse perché la scienza è un investimento a lungo raggio. Non siamo mai riusciti a fare una cosa che proposi 15 anni fa: piani decennali, con l’indicazione di finanziamenti minimi, previo accordo fra maggioranza e opposizione. Se vuoi attirare ricercatori dall’estero, devi offrirgli una prospettiva. La ricerca costa».
E quindi il suo Nobel è il frutto del talento, non di un sistema?
«Non è così. In Italia, la fisica è privilegiata rispetto alle altre discipline. Si è riusciti, con gli sforzi di tanti, di Edoardo Amaldi e Giorgio Salvini, a creare l’istituto di fisica nucleare, l’INFN, un fiore all’occhiello. Abbiamo rapporti con il CERN e altri centri europei, il nostro livello di finanziamento in passato è stato superiore a quello per biologia o matematica. In Italia si è sviluppata una fortissima scuola di fisica teorica, fondata a Roma da Bruno Touschek, un geniale austriaco, maestro di Nicola Cabibbo. Roma è l’unico dipartimento, l’unica città al mondo, dove ci sono tre scienziati che hanno ricevuto la medaglia Boltzmann, il maggiore riconoscimento per la fisica statistica».
Può diventare un hub?
«Per tanti aspetti lo è già. Alla Sapienza attiriamo dottorandi da tutto il mondo».
Lei ha vinto il Nobel nel 2021. Qual è stato il suo primo pensiero?
«Sincerarmi che non fosse uno scherzo. Precedentemente, subito dopo aver vinto il premio Wolf, avevo cominciato a fare ricerche, a mettere a fuoco quello che stava succedendo. Ero convinto che non avessi più di un 20% di probabilità. Da tempo si accostava il mio nome al Nobel, ma in molti meritano quel premio. Non che lo escludessi. Quella mattina avevano messo vicino alla mia postazione di lavoro tutti e due i telefoni, il portatile e il fisso. In effetti uno dei due ha squillato, e con mia grande sorpresa era il fisso. Mi sono sempre chiesto come fossero riusciti ad avere quel numero».
Il complimento più bello?
«Che non me la tiro».
È così?
«Direi di sì. Certo, sono costretto a rifiutare tantissime richieste che, prima del Nobel, avrei accettato, perché erano cento volte di meno».
Si ritiene che un Nobel abbia una risposta per tutto.
«Un po’ quello, un po’ il fatto che tra i Nobel italiani in vita, sono l’unico che non è emigrato. Nessuno pensa di invitare Rubbia che abita a Ginevra, o Mario Capecchi partito a 10 anni per gli Stati Uniti. Spero che in futuro venga assegnato ad altri italiani residenti in Italia, mi sentirei più leggero».
Ma lei una valvola di sfogo l’ha trovata. Il ballo.
«Frequentavo una palestra e organizzavano balli di gruppo. Poi mia figlia mi ha segnalato un posto dove si insegnavano balli greci. E ho scoperto che mi piacevano, li trovavo molto rilassanti. Il passo successivo sono stati i balli di coppia».
Con sua moglie?
«Purtroppo no, mia moglie non sopporta di girare su se stessa, ha problemi di labirintite. Abbiamo provato a fare un po’ di tango e di valzer, abbiamo tentato con il quickstep: alla fine ha mollato».
Cosa la attira in pista?
«Il fatto di affrontare problemi insoliti. Intanto c’è il tema della sincronizzazione con la musica, che all’inizio non ero proprio in grado di fare, e pian piano sono riuscito a imparare. Adesso vado a tempo. E poi il piede come lo metti, con quale angolo, appoggiando il tacco o la punta?».
Qual è stato il momento più difficile nella sua vita?
«Dovevamo far operare mia madre per un meningioma e non trovavamo un chirurgo bravo che fosse disponibile a intervenire. Ne avevamo consultati sei-sette. Mia madre aveva 85 anni, era a rischio. E un luminare non ha molta voglia di ritrovarsi una paziente che gli muore sotto i ferri».
Com’è finita?
«Un mio caro amico ci ha indirizzati a un chirurgo di New York, primario alla Columbia University. Se non avessimo fatto qualcosa, mia madre sarebbe morta nel giro di un anno».
Nel suo ultimo libro, “Le simmetrie nascoste”, lei mette in relazione i sistemi complessi con i circuiti neurali, umani e artificiali. Che differenza c’è tra il nostro cervello a l’AI?
«I Large Language Model, vale a dire ChatGpt, Gemini, Claude e via dicendo, hanno a disposizione una quantità enorme di testo scritto: imparano essenzialmente le correlazioni statistiche fra le varie parole. Il problema è che non hanno alcuna conoscenza del mondo esterno. Un bambino, se tocca una superficie calda e il padre gli dice “scotta”, capisce cosa vuole dire “scotta”, non perché il concetto sia necessariamente correlato alla parola caldo, ma perché si è fatto male. L’anno scorso gli ingegneri di Claude avevano fatto un test, affidando all’intelligenza artificiale la gestione di un negozio di liquori tramite posta elettronica. Un giorno che non erano state fatte le consegne, il chatbot manda una mail e dice: domani le consegne le faccio io, aspettatemi davanti ai cancelli, indosso un vestito blu e una cravatta rossa. Ovviamente non si è mai presentato».
Arriverà mai l’intelligenza artificiale generale? Quella in grado di relazionarsi con il mondo esterno?
«Probabile. Ma non per piccoli passi incrementali».
Una nuova rivoluzione?
«Una delle idee nuove su cui si fondano i Large Language Model è il sistema Transformer. Si tratta, in qualche modo, di sintetizzare le parole più importanti di un testo lungo e, quindi, creare un contesto, esattamente come facciamo noi umani. Questa idea è venuta una decina d’anni fa e ha completamente cambiato le cose. È possibile, anzi probabile, che in futuro emergeranno architetture molto diverse da quelle attuali».
Lei ha messo in guardia dai rischi dell’AI. A cominciare dal monopolio sull’informazione.
«Se uno incomincia a chiedere all’intelligenza artificiale: “Fammi il riassunto della giornata”, quello che succede è che l’intelligenza artificiale legge una copia del Messaggero o di qualsiasi altro quotidiano in abbonamento, mette tutto dentro e dà la risposta. La soluzione è che, in qualche modo, l’intelligenza artificiale paghi per ottenere questo tipo di notizie. Però, se diventa il principale fruitore delle news, corriamo il pericolo che si trasformi in un bignami della rete, l’unico canale di accesso all’informazione».
Lei cosa chiede all’intelligenza artificiale?
«La soluzione a problemi di fisica, questioni di programmazione. Ho scritto un breve saggio basato su un’intervista fatta a DeepSeek sul problema del sangue in Bandello e in altri novellieri del Cinquecento. Erano interessanti le risposte che dava. Ho provato ad obiettare: sì, tu parli di sangue, ma ci sono le emozioni, che non conosci. E l’intelligenza artificiale ha replicato: chiaramente le emozioni sono qualcosa che vanno al di là della mia capacità, però conosco il sangue per come si connette a tutte le altre parole che voi usate. E poi ha aggiunto: “sono come uno specchio che riflette le vostre stelle"».