il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2026
Intervista a Lino Guanciale
Lino Guanciale s’immagina, pensa, vive “come un attore degli anni 80 e 90”, parole sue. Ostinatamente anacronistico per alcuni, resistente per altri.
Nei fatti, ha ragione.
Lino Guanciale non separa mai l’uomo dall’artista, conserva sempre la sua visione dell’esistenza non tratta il lavoro, l’arte, come possibile via di fuga dalle responsabilità di cittadino-uomo. Si schiera. Ragiona. Non rifiuta un futuro in politica (“Come per i copioni, dipende da cosa c’è scritto”); assapora cosa gli accade attorno (“Sul set de Il gioiellino, davanti a maestri come Servillo e Girone, ho capito che potevo starci…”); è bravo e credibile sia a teatro (è al Piccolo con Miracolo a Milano) sia nel nuovo film di Carlo Verdone, Scuola di seduzione (dal primo aprile su Paramount+) dove interpreta un maestro ultra-quarantenne e ultra-vessato dai timori della madre. Un film bello, garbato, non urlato, ben recitato, corale come solo Verdone sa: “Sono felicissimo per Carlo e non perché ha bisogno di conferme. Lui è una leggenda”.
Quindi?
Carlo vive di cinema, e non dal punto di vista materiale, solo sostanziale; negli ultimi anni si è concentrato sulla serialità, un impegno non semplice, faticoso, dove è stato protagonista, sceneggiatore e regista. Ma la serialità gli ha restituito una luminosità tutta sua.
Verdone crede molto nell’armonia del gruppo.
Il set, con lui, è stato il più tenero e accogliente della mia carriera: ha un rispetto sovrano degli attori. Poi ti protegge, ti mette nelle condizioni giuste, ti tratta alla pari, chiede contributi, non è immobile nelle sue idee.
Qui è un santino.
Non è mica comune e scontato quello che ti permette Verdone; (pausa) lavora tantissimo sulla sceneggiatura, e ha ragione quando afferma che il cinema è forte se è solido nello scheletro, e grazie a questo trovi la libertà di creare sul set.
Secondo Verdone la commedia non è molto rispettata dal cinema – presunto – alto.
Non so da quale archetipo arriva, ma ha ragione: la commedia spesso è considerata una forma deteriore di comunicazione, una semplificazione.
Lei passa dal drammatico alla commedia.
Tutti gli antichi trattati di retorica non trattano la commedia da genere negletto; anche Dante la chiama Commedia, fino a Boccaccio che tanto usa il linguaggio comico perché è quello più realistico, fino a Gargantua e Pantagruel; c’è tanta parte delle letteratura che utilizza quei codici, per conoscere il mondo, il comico spesso è meglio del sublime tragico.
Il film è pieno di domande, una di queste è: “Da dove passa la tua connessione emotiva?”.
Come persona è detonante il momento in cui sta per cominciare qualcosa: una scena, l’entrata in palcoscenico, l’uscire dal camerino per girare; (pausa) sul set il momento più importante è tra il ciak e il regista che grida “azione”.
Anni fa al Fatto ha dichiarato: “Avere paura del palco è fondamentale, me lo ha insegnato Proietti”.
Fa parte dell’emozione; ho imparato che il modo giusto di affrontare la paura è godermela nel momento in cui la sento; o prenderci confidenza.
Proietti insegnava o imponeva?
Gigi aveva una virtù: non pretendeva di insegnare. Aveva un’umiltà sovrana, ti metteva in condizione di sapere, poi dipendeva da te se accoglierlo.
Come, quando…
Ci ripeteva di non dare mai del “tu” al palcoscenico, altrimenti “te se magna”. Ma con Gigi era un’evidenza, un fatto.
Sempre dal film: “Il fallimento è fondamentale…”.
Da un certo punto di vista non è necessario rassegnarsi, ma capire che è inevitabile poter fallire e cercare di tramutare il fallimento in qualcosa da cui ripartire. La questione è dominare l’ansia, in un corpo a corpo continuo.
Tipo di ansia.
L’ansia da prestazione, l’ansia di risultare all’altezza delle aspettative, l’ansia di rendere al meglio in una scena; l’hic et nunc del palcoscenico.
Verdone a 7 ha parlato di attacchi di panico da successo…
(Ride) Chi meglio di lui può parlare delle implicazioni, pure dolorose, del successo? Ed è normale che avvenga.
Come sta il suo colon?
(Titubante, per educazione risponde) Bene, decisamente.
Non è infiammato?
Ora no, ho cambiato terapia.
Per Verdone ogni artista ha il colon infiammato.
Sottoscrivo e senza saperlo. Questo è certamente uno dei motivi per cui mi sono trovato bene con Carlo.
Le ha dato consigli medici?
Ovvio, e li dispensa a buon diritto; (pausa) sul set era una processione.
Cioè?
Durante l’ora di pausa, gli operatori, gli attori, la troupe andavano da lui per porre problemi e ricevere consigli.
Ci prende, siamo testimoni.
Ha una grande competenza medica e la sua non è ipocondria, ma passione; (sorride) tratta le persone come i vecchi medici di famiglia, quelli che ascoltavano.
Lo sa bene: papà-Guanciale è medico.
Quando ascoltavo Carlo, il suo tono, il suo atteggiamento, pensavo a mio padre; (ride) al momento della diagnosi, Carlo, serissimo, come fosse un personaggio di un film, esordisce con “questa potrebbe essere…”.
I fallimenti che le hanno insegnato qualcosa.
C’è un dittico di serie tv a cui sono molto legato: Noi e Sopravvissuti. Progetti coraggiosi. Ma per questioni diverse, entrambi, sono andati sotto le attese. Ma entrambi mi hanno aiutato a compiere uno scatto in avanti a livello artistico.
Anche La prima linea, ispirato a Sergio Segio, è stato un boomerang per polemiche e accuse…
Mentre lo giravamo eravamo convinti di cogliere nel segno, nell’interesse del momento; di compiere una sorta di servizio nei confronti della documentazione storica; lì Renato De Maria ha realizzato un bel lavoro dal punto di vista registico: lui ha un grande talento e ha vissuto quel film in prima persona perché raccontava gli anni della sua giovinezza; a me La prima linea ha aperto tante porte.
C’era un bel cast.
Da lì hanno iniziato a notarmi.
Il film della svolta.
Il gioiellino, e mi sono trovato davanti attori di un valore assoluto come Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Fausto Maria Sciarappa e lo stesso regista, Andrea Molaioli. Tutte persone diventate amiche, dei compari; su quel set ho preso confidenza con un dato: non era improbabile che mi trovassi a lavorare con persone di tale capacità.
Uno scarto.
Dopo Il gioiellino mi sono sentito più confidente nel rispondere “sì” ai lavori televisivi; prima avevo deciso di dedicarmi solo al teatro.
Rifiutava le offerte?
Ricevevo copioni ma declinavo.
Osava il “no”.
Peggio: andavo, sostenevo il provino, lo superavo e poi scattava il “no”.
Il suo agente?
È il momento fondante del nostro rapporto: se non mi ha mandato a quel paese lì…
Ha rischiato di uscire dal giro e non entrarci più.
È quello che mi ripeteva il mio agente: “Non comportarti così, poi non ti chiamano…”.
Cosa vinceva?
L’ansia nel saper gestire i momenti del set.
Esempio.
Temevo di non essere pronto a recitare con quella rapidità, quella decisione; a sfruttare l’istante come richiede il set cinematografico e ancor più televisivo.
Come impiega i momenti morti?
Sono quelli che uno deve imparare a gestire.
Barbara Bouchet fa da sempre la maglia.
A chi chiedeva consiglio a Mastroianni, lui ripeteva: “Trovateve ’na sedia…”. Bisogna curare i momenti morti come momenti di intimità: devi distenderti e allo stesso tempo non perdere la concentrazione.
Lei che fa?
Parlo con la troupe e poi mi godo il silenzio, la contemplazione, seduto su una sedia. Poi leggo molto.
Ha sempre un libro di Sanguineti sul comodino?
Ora anche Il dramma barocco tedesco di Walter Benjamin e Totò il buono di Cesare Zavattini e un libro meraviglioso di Ernesto Sabato, Sopra eroi e tombe.
E il suo Flaiano?
Un amore che non muore: difficile leggere qualcosa di suo che non sia alla sua altezza; (pausa) nonostante le differenze, Flaiano e Zavattini avevano centrato lo stesso punto: il gioco legato al mestiere creativo; (torna a prima) dopo Il gioiellino mi sono sentito pronto a rispondere “sì” perché avevo visto colleghi così importanti in grado di giocare.
Servillo?
Toni sul set è aperto, condivide, gestisce la pressione in maniera leggera.
Intimorito da lui?
Tantissimo. All’inizio non proferivo parola con nessuno, poi tutto è cambiato in sala trucco quando ho capito il loro approccio.
Si definisce un attore da anni 80 e 90.
I miei punti di riferimento sono legati a film di quelle stagioni e penso ai capolavori girati da Gabriele Salvatores e la battuta “erano anni che non mi divertivo così” di Fabrizio Bentivoglio in Marrakech Express …
Non ha ancora citato Volonté. Siamo preoccupati.
(Sorride) Se ha pazienza, ci arriviamo.
Ancora il film: nel cast c’è Karla Sofía Gascón.
Forza della natura. Donna di una positività, di un’energia, di un’accoglienza fuori dall’ordinario. È delicata nonostante sia colossale.
Ha perso l’Oscar per delle affermazioni controverse. Ne avete parlato?
No, ma una sera le ho detto: “Lo sa il mondo che quell’Oscar è tuo”. In Emilia Pérez l’ho ammirata tanto.
Cosa ha provato lunedì scorso alle ore 15?
Una grande soddisfazione. Ho votato No.
Ne eravamo certi.
Questo Paese, tra le tante cose, ha bisogno di una riforma della giustizia e ora abbiamo la possibilità di trattare questo tema con le chiavi giuste.
Quali?
Con un dibattito parlamentare serio, lucido, che parta da una base: i poteri non devono limitarsi o prevaricarsi.
Si candida?
La vita è lunga. Vedremo.
Il prezzo del suo lavoro.
La più grande sfida è difendere il tempo della vita privata e famigliare. Il prezzo da pagare è la difesa di quel tempo.
Lei chi è?
(Ride, tanto) Rinuncio alla tentazione di rispondere “sono Lino, sono un uomo, sono un padre”.
Di meloniana memoria.
Sono una persona a cui è capitata la fortuna, anche, di essere padre e che ha l’altra grande fortuna di far coincidere il proprio mestiere con la propria passione.