Specchio, 29 marzo 2026
Intervista a Lino Patruno
«La Stampa?... Ah, Torino... Sa che ho vissuto per anni ad Avigliana? E a Torino andavo al cinema con mia madre. Ho visto lì il mio primo, indimenticabile film: Primo bacio con Deanna Durbin che interpretava Amapola. Avevo quattro anni e uscendo dal cinema già la canticchiavo. Mai dimenticata quella canzone: nei miei concerti c’è sempre». È un fiume in piena Lino Patruno: ti presenti, La Stampa vuole intervistarlo, e subito inizia a raccontare. Nato a Crotone, salito al nord per via del lavoro del padre, milanese onorario, ora vive a Roma. Pronto a celebrare le 92 primavere a ottobre, la sua è una vita piena di ricordi trasversali ai tanti campi in cui si è mosso: musicista, compositore, scrittore, attore, showman, ha abbracciato il dixie da giovanissimo, portato in Italia in cabaret “alla francese”, cantato la mala e una certa milanesità, intrattenuto il popolo televisivo, interpretato film, percorso l’Italia in lungo e in largo per diffondervi il verbo del jazz («quello delle origini, però, non quello “freddo”, cool: né allora né oggi»), conosciuto e suonato con artisti di ogni dove («i più grandi»). La memoria ferrea è un archivio di aneddoti senza fine.
Altri ricordi seminali?
«Passa qualche anno e nella mia personale storia del cinema entra – fondamentale – Due ragazze e un marinaio. Avrò avuto circa 7-8 anni e, dopo una tappa a Tarquinia, ci eravamo trasferiti a Roma. E lì vedo questo film, il protagonista era Van Johnson, ma io fui fulminato dal trombettista Harry James: era il mio primo contatto con il jazz. Accese una scintilla che avrebbe incendiato tutta la mia vita».
A Milano invece quando arrivò? Era forse perché allora Milano era un po’ la capitale italiana del jazz che tanto amava?
«Ero in terza media. È vero a Milano si respirava il jazz, ma ancora una volta il lavoro di papà a farci trasferire. Erano parecchi i locali in cui si faceva jazz e numerosi i complessi che lo suonavano: la Milan College Jazz Society, la Original Jazz Band... Io fondai la Riverside Jazz Band. C’era una bella atmosfera nell’aria».
Lei suonava il banjo: strumento insolito per l’epoca.
«Ma era immancabile nelle band degli anni 20: il solo davvero americano, a fronte di strumenti tutti di provenienza europea. Il primo, nuovo, mi costò 10mila lire che pagai a rate da 1000 lire al mese. Dopo ne avrei avuti tanti altri. Ora, poiché è pesante e ingombrante, ne ho uno in ognuna delle città a cui faccio più spesso capo nelle mie tournée».
Uno in ogni città come le ragazze?
«Confermo. Banjo e ragazze... Mi piacciono tanto le ragazze. Sono un infedele di fondo. Forse per questo non mi sono mai sposato. E poi condivido con Alberto Sordi un principio: perché mettersi un’estranea in casa?».
Altra citazione, allora: è vero, come dice Paolo Conte, che “le donne non amano il jazz”?
«Forse perché le donne sono concrete e il jazz è astratto? Però... Io mi sono “fidanzato” con parecchie bellissime coetanee. In particolare ricordo Didi Martinaz: bellissima ed essenziale per la mia futura carriera».
Racconti, prego.
«Dopo una lite furiosa, per fare la pace mi telefonò alle 3 di notte, creando non poco subbuglio a casa (vivevo ancora con i miei): voleva invitarmi in un locale dove sarebbe andata con amici. Lì conobbi un ragazzetto reduce dalla leva militare, tal Nanni Svampa: appassionato di musica francese, mi raccontò di avere tradotto durante la naja le canzoni di Georges Brassens in milanese. Didi, inoltre, era imparentata con il proprietario del Santa Tecla, locale allora molto in voga dove si suonava forse il miglior jazz milanese: c’era bisogno di un musicista che si unisse a Svampa e Brivio per accompagnarla. Mi avrebbero dato 8 mila a sera: ci stavo? Ma per quella cifra avrei venduto la nonna!»
Si era formato il gruppo base dei futuri Gufi, insomma.
«Sostanzialmente: Didi se ne andò (ci saremmo ritrovati a esperienza Gufi finita), e arrivò un buffo tipo, Gianni Magni, attore e mimo».
Gufi come mai?
«Eravamo animali notturni. E anche le nostre canzoni erano abbastanza cupe: quelle della mala e della tradizione popolare lombarda, oltre – appunto – al Brassens tradotto. Per distinguerci scegliemmo di vestirci tutti di nero: abbigliamento e colore vagamente esistenzialisti. D’altronde il nostro repertorio si rifaceva molto alla Francia, e “parigino” era il cabaret che ci ispirava».
La vostra base a quel punto divenne il Derby: già mitico?
«Il meglio di una certa comicità era lì. Noi, Jannacci, Gaber, Viola, un po’ più giovani Cochi e Renato, e più giovani ancora i Gatti di Vicolo Miracoli. Abatantuono era (letteralmente) un bambino: ricordo che presenziava alle prove, ma all’ora dello spettacolo era già stato mandato a letto».
Arrivò anche la tv e fu successo travolgente e popolare, ma per poco tempo.
«Studio Uno, Sandra e Raimondo, Luttazzi... Ne ho ricordi bellissimi. Quella di oggi, in confronto – e salvo pochissime eccezioni – è una tv da brividi, becera e stupida. Poi ci separammo: sobillato dalla moglie che lo incitava a mettersi da solo, Magni ci lasciò (era bravissimo, ma dopo la sua carriera non decollò mai davvero). Fu un vero peccato. Alla fine anche Brivio prese la sua strada. Restammo solo io e Svampa: non più cabaret, ma una bella e lunga carriera musicale».
Pessima la tv di oggi. Di Sanremo invece cosa pensa?
«Anche se ai tempi ci sono stato come ospite un paio di volte, il mio giudizio è pessimo. Non lo vedo e soprattutto non lo sento. Perché perdere il mio tempo? E questo malgrado sia vicino di casa e amico di Carlo Conti».
In tv ha fatto parte anche del cast fisso di “Portobello": ne scrisse la sigla e dirigeva l’orchestrina del programma.
«Fu Tortora stesso che mi propose di partecipare a questo nuovo programma: doveva simulare una specie di mercatino dell’usato simile a quello inglese da cui prendeva il nome, era aperto a tutto e con le telefonate da casa. Quindi molto era improvvisato. “Proprio come il jazz”, mi disse. Mi chiese la sigla: gliela diedi il giorno dopo. Con la Lino Patruno & His Portobello Jazz Band partecipai tutte le stagioni. Ricordo che dopo le lunghe vicissitudini penali, ottenuta finalmente l’assoluzione, mi invitò a casa sua: “Voglio parlarti di un nuovo progetto”. Ci abbracciammo, poi mi portò nel suo studio tappezzato di libri che indicò: “Questa è la biblioteca di un terrorista”. Disse proprio così. Che tristezza nei suoi occhi e nelle sue parole. Poi si ammalò e quel programma non lo realizzò mai. Ma c’è una coda attuale, che voglio proprio raccontarle».
Ovvero?
«Bellocchio. Mi chiama e mi dice che sta facendo la serie sul caso Tortora dove ci sarà anche Portobello: se posso aiutarlo con la musica e a trovare dei ragazzi che interpretino noi della band. Organizzo per questo una grande festa a Villa Celimontana. Dopo di che Bellocchio sparisce, fa fare le musiche ad altri, prende altre persone. Cosa sia accaduto non so. Sta di fatto che è sparito totalmente. Non una parola, un segno. Una cosa veramente sgradevole».
Per via dei Gufi, lei è considerato un milanese doc.
«Ma milanese non lo sono più dagli anni 90: ora vivo Roma, che ho scelto perché centrale al resto d’Italia, comoda per spostarmi e raggiungerne ogni parte. Di tornare a Milano non se ne parla: ormai ho qui tutti i miei amici».
Cos’è il jazz per lei?
«Tutta la mia vita!».