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 2026  marzo 29 Domenica calendario

Intervista a Eleonora Abbagnato

Non le interessa stare simpatica a tutti. «Se parlano male di te è perché dai fastidio a qualcuno e non ti si dimentica. Lo dico sempre anche mia figlia». Eleonora Abbagnato, tra prove a teatro e bambini da accompagnare da una parte e dall’altra, ha poco tempo per le chiacchiere: la disciplina imparata sul palco diventa metodo anche fuori. «Se ti fermi, cadi», dice. E per lei – che è direttrice del corpo di ballo dell’Opera di Roma e ha quattro figli, di cui due non nati da lei ma cresciuti come tali – non è solo una regola del balletto.
Per non cadere serve più disciplina o più carattere?
«Entrambi. La disciplina si impara, ma il carattere ce l’hai o non ce l’hai. Ed è quello che ti salva, perché devi saperti difendere. Io l’ho capito presto, quando sono arrivata all’Opéra di Parigi».
Aveva 14 anni...
«Sì. Ed ero l’unica italiana. All’inizio non capisci bene cosa succede, poi senti che devi dimostrare qualcosa in più».
Ha sofferto di solitudine?
«Sì, molto. Mi chiamavano la petite mafieuse. Prima pensi che sia uno scherzo, ridi anche tu. Poi capisci che è un modo per dirti che sei diversa».
Come reagisce una ragazzina a quell’età?
«A 14 anni non hai gli strumenti per difenderti, quindi trasformi tutto in lavoro. È stata dura, ma mi ha costruita. E poi ho lavorato con tutti: da Carla Fracci a Pina Bausch, da William Forsythe a Jiří Kylián».
È una che riga dritto. Sgarri da confessare?
«Pochi. Non mi sono mai ubriacata».
Mai?
«Mai. Ho sempre sentito una responsabilità enorme».
Verso chi?
«Verso il lavoro. E poi verso i miei figli».

Quattro figli, due non nati da lei.
«Per me non esiste differenza, ma esiste un percorso. Fatto di presenza quotidiana, di amore e di stabilità».

Sono arrivati nella sua vita con un vuoto importante.
«Ci sono ferite che non hai causato tu, ma che devi comunque aiutare a curare, anche chiedendo aiuto agli psicologi. L’abbiamo fatto. L’importante è che oggi siano sereni».
Intanto lei dirige il corpo di ballo dell’Opera di Roma. Più difficile dirigere o ballare?
«Dirigere, molto di più. Quando balli pensi a te stessa. Quando dirigi devi pensare a tutti. E in Italia spesso lavori senza le condizioni giuste: la cultura non è una priorità come dovrebbe. Questo rende tutto più faticoso, ma anche più necessario».
Al teatro Massimo resta aperto il tema dei ballerini precari.
«È un problema reale. Senza stabilità non costruisci una compagnia».
Come vede la scena della danza in Sicilia?
«Il talento c’è. Ma per ora bisogna partire. E non dimenticarsi mai da dove si viene».
Se un giorno le chiedessero di dirigere il corpo di ballo del teatro Massimo?
«Palermo è casa, ma oggi la mia vita è a Roma».
Ma il cuore dov’è?
«A Parigi. E, prima, a Mondello».
Ricordi di infanzia?
«Tre anni, il negozio di abbigliamento di mia madre era attaccato alla scuola di danza di Marisa Benassai e lei mi lasciava lì mentre lavorava. Io passavo i pomeriggi a guardare le altre ragazze ballare, fino alle otto di sera. A un certo punto l’insegnante disse a mia madre: “Questa bambina sa già tutto il repertorio a memoria, facciamola provare”. L’anno dopo ho iniziato e non ho mai più smesso. A Palermo c’è la mia bella famiglia numerosa».
Tornerà presto?
«A giugno per festeggiare 15 anni di matrimonio con mio marito, Federico Balzaretti, alle Terrazze di Mondello. Stesso posto in cui ci siamo sposati. Se un luogo ti ha portato fortuna, perché cambiarlo?».
È superstiziosa?
«Se vedo un gatto nero cambio strada. Prima di andare in scena devo fare sempre le stesse cose: arrivare in camerino a una certa ora, essere già truccata a una certa ora. La stessa cipria di sempre, la solita vitamina da trent’anni. Ogni cosa è precisa. Sembrano sciocchezze, ma mi tengono in asse. E poi il riposino».
Dorme prima di uno spettacolo?
«Sì, venti o trenta minuti. Devo spegnere il cervello, anche quando sono agitata. Poi mi sveglio e riparto».
È gelosa?
«Focosa sì, gelosa anche. Però con gli anni un po’ meno».

Ci voleva Diletta Leotta per farla arrabbiare?
«Ma no, si scherzava».
Una cosa che la ferisce?
«L’invidia, ma ne ho fatto la mia forza. Non mi ferma nessuno».