la Repubblica, 29 marzo 2026
Bertoncelli parla dell’"Avvelenata" e delle sue stroncature
Riccardo Bertoncelli, critico musicale 74enne, ha il merito di aver provocato uno degli inni di Francesco Guccini più noti, amati e salaci, L’avvelenata. La strofa è del Maestrone è “tanto ci sarà sempre, lo sapete / un musico fallito, un pio, un teorete / un Bertoncelli, un prete a sparare cazzate».
Cosa fece per meritarsi questa invettiva?
«Nel 1975 a proposito del suo album Stanze di vita quotidiana, che per inciso nemmeno lui considera tra i migliori, scrissi sulla rivista Gong che non capivo perché Guccini continuasse a cantare e in sostanza lo accusai di essersi piegato alle esigenze del mercato discografico. “Non appartiene più a se stesso – scrissi proprio queste parole – e finisce col ripetersi. I suoi testi sono senza magia, nudi, freddi. Noiosi”».
E lui?
«Dopo qualche mese mi riferirono che ai concerti cantava una ballata in cui mi citava e pensai a uno scherzo. Poi in alcune interviste disse che non capivo nulla, che scrivevo ancora Amerika con la kappa, che ero un milanese che non capisce la provincia, a me che sono di Novara. Allora presi l’elenco telefonico di Bologna e, ci crediate o meno, trovai regolarmente nome, cognome, numero e indirizzo. Chiamai e gli proposi un incontro: fu sorpreso ma gentile. Mi invitò a casa sua, in via Paolo Fabbri 43. Mi aprì la porta e mi apostrofò stupito: ti credevo piccolo, brufoloso e con gli occhiali. Fu una serata bellissima e nacque una grande amicizia, anche se ancora oggi tanti pensano che siamo nemici».
Cosa accadde?
«Parlammo di Bob Dylan, ma anche di Carl Barks e Paperino, di feuilleton d’inizio secolo, di Ginsberg, Kerouac e Gozzano. Mi raccontò che L’avvelenata l’aveva scritta di getto, in treno, sull’onda di quella recensione che per lui era stata la classica goccia in un periodo in cui tutti lo tiravano per la manica e gli dicevano cosa fare e chi essere. Guarda che non hai capito un cazzo, mi disse, l’idea che io possa far dischi per soddisfare la casa discografica è pura fantascienza. Poi prese la chitarra e me la cantò in faccia tutta d’un fiato. Per lui era finita lì, disse che avrebbe tolto il mio nome e non l’avrebbe mai incisa in un disco».
Ma non andò così…
«Guai a te se levi il nome, lo minacciai, la canzone è nata così e così deve rimanere. Nel giro di pochi mesi diventò un classico dei concerti e quando a furor di popolo venne inclusa nel disco successivo, Via Paolo Fabbri 43, Francesco scrisse una breve e affettuosa spiegazione, definendomi un amico».
Se anche avesse previsto tutto questo, riscriverebbe quelle parole?
«Col senno di poi viene facile dirlo, ma anche senza avrei dovuto meditare, distinguere, far la tara. Ma ero un piccolo ayatollah che amava usare scudiscio e scimitarra. Errori di gioventù».
Pagato col fatto di essere ormai “quello dell’Avvelenata” dopo mezzo secolo di onorata e appassionata carriera.
«È una croce che mi porto dietro e la cosa curiosa è che negli ultimi anni riaffiora sempre più spesso, anche se qualcosa d’altro ho fatto, scoprendo musicisti e chi sa di rock a un certo livello me lo riconosce. Fu una leggerezza».
Ce ne sono altre di vittime della sua penna con cui però non ha fatto pace?
«Ci siamo punzecchiati a lungo con Demetrio Stratos degli Area, ma tutto sommato gli italiani li ho sempre lasciati stare perché ero molto snob e mi occupavo di cose marginali, underground».
Guccini era in buona compagnia considerando che “avvelenò” anche Springsteen, i Pink Floyd, i Queen, Elton John, Patti Smith…
«L’idea a quel tempo, di un’ingenuità strepitosa e feroce, era che il rock fosse uno strumento di liberazione e i musicisti fossero arcangeli. Una follia nella quale sono caduto anche io. Rifiutavamo l’idea del business e così in quegli anni 70 i concerti finivano in guerriglia, anche coi Led Zeppelin o Lou Reed. I biglietti costavano 1.500 lire cioè 80 centesimi e oggi centinaia di euro. Ora vanno come fedeli alla messa per incontrare il loro sacerdote, un concerto è sempre un trionfo ed è impensabile che finisca tra i fischi».
Stroncò perfino “Double fantasy” di John Lennon.
«Eh, un altro incidente… Scrissi che per riaverlo ispirato e frizzante forse era il caso di augurargli disgrazie, o una relazione con qualche soubrette del Crazy Horse o infelici speculazioni in Borsa. L’articolo uscì su Musica 80 il giorno in cui gli spararono. Al tempo giocavamo troppo con queste cose macabre, trattavamo gli artisti come pupi di un teatro. Oggi non lo farei più e ascolterei con più attenzione. Anche il mio caporedattore Peppo che invocava ogni tanto la sospensione del giudizio, invece noi o decapitavamo o incensavamo».
Il suo libro “Abitavo a Penny Lane”, uscito per Feltrinelli, è al tempo stesso un’autobiografia e un’enciclopedica storia pionieristica del rock e del suo sbarco italiano, dagli anni 50 agli 80. Curiosamente la data di nascita del rock, fissata da Life in un ballo pubblico alla Cleveland Arena il 21 marzo 1952, coincide con la sua. Quella di morte del rock però per sua fortuna non coincide.
«Secondo Robert Fripp dei King Crimson il rock è morto nel 1997 e sono d’accordo. Il rock non c’è più, è un fenomeno del Novecento, e io vivo ancora lì. Con la fine del grunge e i Radiohead il rock si è fossilizzato nel classic rock, oggi ci sono band che emulano o mescolano, ma non è più un genere che interpreta un’epoca».