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 2026  marzo 28 Sabato calendario

Come vivono i «neorurali» italiani

Sonia ha studiato lingue e letterature europee all’Università di Bologna. Una vita in viaggio, poi, dopo tanto girovagare, ha trovato il suo posto: in aperta campagna circondata dai boschi. Il luogo perfetto per concentrarsi sul suo lavoro: la scrittura. Da qualche anno ha scelto di vivere a stretto contatto con la natura, tra daini, alberi, scoiattoli, mirtilli e legna, preziosa per accendere la stufa d’inverno. «Ho trascorso un lungo periodo nel deserto, poi nel bosco, ora vivo in campagna. Da almeno 30 anni scelgo luoghi autentici, bucolici, spesso selvaggi. La mia cucina è economica, avrà almeno cent’anni, pagata poche decine di euro», racconta sui suoi profili social. Fare una stima di quante persone vivano come Sonia oggi è molto difficile. Si tratta di individui singoli ma anche di intere comunità che spesso si spostano, alcune si sciolgono mentre altre prendono forma.
Secondo l’ISTAT, nei comuni italiani fino a 5mila abitanti, i residenti nel 2024 erano il 16,4% della popolazione mentre in quelli medio-piccoli (dai 5mila ai 50mila abitanti) lo stesso anno si contava circa il 50% degli italiani. In particolare sono le zone montane, dalle Alpi agli Appennini, ad aver registrato tra il 2019 e il 2023 un incremento significativo, di quasi 100mila nuovi abitanti, secondo i dati che emergono dal Rapporto Montagne Italia 2025, realizzato da Uncem nell’ambito del Progetto ITALIAE. «Sessantacinquemila di questi sono italiani, il resto stranieri» spiega a 7 il presidente di Uncem, Marco Bussone. «Sicuramente la pandemia ha influito sulle scelte individuali e familiari e ha spinto sempre più persone verso la montagna». Ma non è solo questa la ragione per cui sono sempre di più coloro che preferiscono la quiete rispetto al caos. «Ci sono tanti giovani che riprendono l’attività agroalimentare ma c’è anche chi vuole fuggire dal riscaldamento globale che nelle metropoli è sempre più evidente e insopportabile, come ho fatto io». 

Come vivono i «neorurali», lontani da caos e consumismo. Mercalli: «Vivo in una baita a 1.600 metri, mi auto-sostengo, risparmio fino al 90%. In città non tornerei mai»
A parlare è il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli (nella foto a sinistra) che otto anni e mezzo fa ha deciso di trasferirsi in un borgo a 1600 metri in Piemonte. «Qua sto bene e vivo sereno, circondato dalla natura e da altre famiglie. Coltiviamo per l’autoproduzione e ci dividiamo il raccolto. In particolare, produciamo il grano, con cui facciamo la farina, ma in questa stagione ci dedichiamo anche alle patate e ad altri tipi di tuberi e ortaggi. Il mio è soprattutto un impegno verso la riduzione dell’impatto ecologico: riesco ad auto-sostenermi con fonti rinnovabili per il 90% del mio fabbisogno. Grazie ai pannelli fotovoltaici, ho la luce in casa e se capita che faccia brutto tempo per 5 o 6 giornate allora attingo alla rete energetica. Sfruttando l’energia solare e fotovoltaica e la stufa d’inverno – che ha una resa nettamente migliore rispetto ad anni fa – arrivo a risparmiare fino al 90% in bolletta». Il climatologo racconta una sostanziale differenza che riguarda chi oggi vive in alta montagna rispetto al passato: «Mentre una volta chi risiedeva quassù ci nasceva e conduceva una vita fatta spesso di stenti, oggi è l’esatto contrario: qua arriva soprattutto chi economicamente non se la passa male e desidera fuggire dalla città. Un tempo dal monte si voleva scappare nella metropoli, ora accade l’opposto». Una nuova era che vede un’inversione di tendenza rispetto al passato e che racconta di una montagna decisamente diversa, interconnessa con la fibra. «La tecnologia ci ha dato una marcia in più» dice Luca Mercalli «e la possibilità di lavorare in smart working è un grande vantaggio che rende possibile poter vivere ad alta quota senza restare isolati dal mondo. Tutto questo è fattibile perché esistono ottime connessioni per il tele-lavoro anche in mezzo alle alture». Insomma, oggi Heidi potrebbe salutare Clara su Zoom anziché essere costretta ad andare a Francoforte.
Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia. «A volte accade che si assista a una sorta di “green elite” che sceglie di isolarsi. Stiamo parlando di persone che magari hanno perso il lavoro ma anche di chi sa di avere un talento e lo vuole mettere a disposizione di altri, spesso sono laureati che hanno girato il mondo ed economicamente benestanti», spiega la sociologa e professoressa all’università Lumsa di Roma, Mariella Nocenzi. Non è un caso se tra le regioni più quotate per la nascita dei cosiddetti “villaggi ecologici” ci sia in pole position la Toscana, seguita dall’Emilia-Romagna e dal Piemonte, come si legge sul sito web di RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici). «Si tratta di territori che forniscono un buon livello di welfare e protezione sociale», dice la professoressa. In una nota che la presidenza di RIVE ha inviato a 7, si legge che le comunità registrate nella propria rete in Italia sono una trentina. «Anche se quelle non registrate sono molto di più. Nella nostra associazione ci sono comunità intenzionali che sono unite e si riconoscono nei valori di collaborazione, sostenibilità ecologica, giustizia, democrazia partecipata, solidarietà, non violenza, accoglienza e integrazione. Valori come la dignità, la libertà, l’autenticità, l’onestà, l’affidabilità, la fiducia sostengono e guidano le azioni quotidiane». Alla RIVE aderiscono non solo gli ecovillaggi ma anche «comunità intenzionali, diffuse e i cohousing cittadini e rurali».
Gli stili di vita sono molto diversi da una situazione all’altra. «In alcuni casi sono essenziali, minimalisti, in altri ci sceglie di mantenere diversi comfort, ma tutti guardano alla sostenibilità e si basano su scelte consapevoli che riducono l’impatto ambientale e preservano le biodiversità», chiarisce RIVE. L’intenzione è quella di vivere riducendo al minimo tutto ciò che è superfluo e appartiene al mondo del consumismo. Così ci si affida alle fonti rinnovabili e si coltivano alimenti a chilometro zero: «Uno stile di vita che stimola la creatività e il dialogo, favorendo e sostenendo forme di lavoro partecipato e non alienato».
Ma quanto è difficile, anche solo dopo un anno di vita fuori dalla città, tornare in un contesto tradizionale? «Da alcune analisi emerge che alcuni dopo 2-3 anni di vita in luoghi lontani dal caos cittadino alcuni optano per il ritorno alla vita precedente» spiega la professoressa Nocenzi. «Ma riavvolgere il nastro non è semplice: si tratta di una scelta che obbliga a schemi comportamentali e relazionali considerati da molti di coloro che attuano questo stile di vita non costruttivi per la persona. Così, se rientrano nella società rischiano di vivere ancora più isolati ed emarginati rispetto a quanto non lo fossero nella natura. Attualmente, però, la nostra collettività non offre altre alternative e si assiste alla condanna e alla stigmatizzazione di questo modo di vivere. Bisognerebbe, invece, riflettere sui consumi quotidiani, sull’uso sconsiderato delle risorse che abbiamo a disposizione, sull’inquinamento che produciamo». Una riflessione che prende in considerazione un ritorno alle origini. «Antropologicamente tutti siamo legati alla natura ma questo legame si è attenuato quando si è iniziato a pensare di poterla controllare. Da una parte, domina la mano dell’uomo con il suo individualismo, da un’altra entra in campo la natura stessa che si riprende i suoi spazi. Così assistiamo ad alcune catastrofi naturali che avrebbero potuto essere evitate».
Se, da una parte, questa vita bucolica e vicina alle nostre radici è molto affascinante, da un’altra mancano infrastrutture e servizi adeguati. «Oggi alcune aree urbane sono diventate luoghi dove si fatica a cogliere nuove opportunità. Così sono spesso famiglie under40 con bambini a trasferirsi in montagna e a richiedere servizi che in alcune zone fatichiamo a vedere, come l’istruzione scolastica e l’assistenza sanitaria. Stiamo lavorando per fare in modo che anche in aree molto remote la qualità della vita sia migliore pure da questo punto di vista perchè oggi le comunità montane non sono più isole ma strettamente connesse alle città», precisa il presidente Bussone. Intanto, Mercalli è sceso dall’alpeggio per una conferenza. «Non tornerei mai in città. Ho vissuto i miei primi 30 anni a Torino e ora, che di anni ne ho 60, mi trovo felicemente a 1600 metri. In tanti mi chiedono come sono riuscito a cambiare vita, gli spiego che oggi la sostenibilità passa per la tecnologia e che vivere nella natura incontaminata, risparmiare energia e autosostenersi non è fantascienza. Basta volerlo».