Corriere della Sera, 29 marzo 2026
Intervista ad Alberto Barbera
C’è un film di David Cronenberg, La mosca, in cui una macchina sbaglia esperimento e fonde due corpi diversi in una sola creatura. Con Alberto Barbera dev’essere successo qualcosa di simile, solo che al posto della mosca c’era una pellicola.
Dal 2012 direttore della Mostra di Venezia (appena riconfermato per altri due anni); tre matrimoni; quattro figli, due dei quali arrivati quando la maggior parte degli uomini pensa ai nipoti. Impossibile distinguere dove finisca il cinema e dove cominci la sua vita. «Forse perché i film all’inizio non li vedevo, ma li immaginavo soltanto», ci dice sorridente, mentre si siede al tavolo della sala Albertini.
In che senso?
«Ero giovanissimo, in parrocchia arrivavano le riviste cattoliche. Un giorno a Biella, in libreria, pescai Cinema e film. Rimasi folgorato. Parlava di titoli che nella sala del patronato non arrivavano. Passavo i giorni a figurarmeli nella testa. In compenso oggi ne guardo quattromila all’anno».
Detta così, il sogno di un cinefilo.
«Beh, sogno... È condizionante. Quando inizia la maratona non riesco a fare nient’altro».
Quando comincia?
«A gennaio. Torno dagli Usa e parto con la selezione. È che tanti sono improponibili. Mi stupisco sempre che chi li ha fatti e li propone non se ne renda conto».
Come si regola?
«Venti minuti: se il film non regge, stacco. Non puoi perdere la vita dietro alle cose brutte. Il peggio è quando arrivi alla fine e dici: che diavolo ho fatto, ho perso due ore!».
Con chi è successo?
«(ride) Con tanti».
Qualche volta si sarà fermato troppo presto...
«Sirat di Oliver Laxe. Guardo: non mi sembra niente di che. Lo lascio. Poi il film va a Cannes, vince il premio della Giuria e inizia a passare di festival in festival, con tutti che gridano alla rivelazione. A quel punto lo rivedo: esplodeva dopo la prima mezzora».
Il suo film preferito?
«Jules e Jim. Storia di una coppia aperta. Non l’ho mai vissuta, ma l’ho sempre teorizzata. Cercavo di convincere la mia prima moglie che fosse la soluzione migliore per i rapporti di coppia».
E come la prese?
«Mi buttò fuori di casa».
Chi era?
«Tina, compagna di liceo. Una persona fantastica. Mi adorava. Era il ’69, un clima incredibile: stavamo organizzando il primo sciopero delle scuole biellesi. La vidi a una riunione politica, seduta dall’altra parte del tavolo. Mi sembrò di conoscerla da sempre. A 28 anni ci sposammo. Era l’età in cui si erano sposati anche i miei. Pensai: che tempismo».
Invece.
«Sette anni dopo mi innamorai di un’altra. Ida, figlia di un dirigente Olivetti a Parigi. Per un po’ le storie corsero in parallelo, poi Tina scoprì tutto e mi lasciò. Con Ida ci sposammo nel ’91. Ma finì allo stesso modo».
Anche lei la cacciò?
«Sì. Era l’epoca del Torino Film Festival. Con Marco Müller giravo il mondo in cerca di nuovi autori: Cina, Giappone, Kazakistan. I rapporti divennero tesi. Io non volevo andarmene. Mi dispiaceva soprattutto per i nostri figli, Camilla e Luca».
E loro?
«Luca è stato quello che ne ha sofferto di più. Oggi ha 27 anni ed è solidissimo, lavora in consulenza ad Amsterdam. Ma per anni non è uscito di casa. So bene che l’origine di quel disagio sono stato io».
Lei si è formato con grandi nomi: Aristarco, Rondolino.
«Si detestavano. Al primo anno andai da Aristarco e gli dissi che non condividevo la sua idea di cinema. Mi rispose: “Venga a dirlo a lezione”. Non lo feci mai».
Però, che tempi.
«Oggi il dibattito sul cinema è scomparso. Ricordo Satyricon, uno dei film più difficili di Fellini: a Torino rimase tre mesi in programmazione. Adesso sarebbe impensabile».
C’è Zalone, in compenso. L’ha visto?
«No, non ancora. Ero al mare con la famiglia».
A Venezia è direttore dal 2012. Ma c’era già stato tra il 1998 e il 2002.
«Con la città ho avuto un rapporto difficile, per anni l’ho detestata. Baratta, presidente della Biennale – uomo straordinario, ci diamo ancora del lei – mi portava alle cene da notabili locali: si capiva benissimo che a quelli non gliene importava nulla».
Oggi però la fermano per strada. La amano.
«Sono cambiate molte cose. Mi sento parte di una comunità. Merito del lavoro fatto. Ma anche di Giulia».
Giulia?
«La mia terza moglie. Era il 2014. Lei aveva 27 anni, io 64. Faceva la stagista all’ufficio stampa della Mostra. Ci incrociamo in corridoio, ci guardiamo. “Eye contact”, come dicono gli americani. Ho pensato: questa ragazza è bellissima».
E poi?
«La invito a cena. Tutto di nascosto. Mi dicevo: non è giusto. Le rovino la vita. Ero dilaniato dai sensi di colpa. Invece lei era innamoratissima. Non sentiva ragioni».
E ha ceduto.
«Non riuscivo a stare senza di lei. La prima notte insieme fu a Venezia. Viveva in un monolocale minuscolo. Quando uscii era notte fonda. Attraversai piazza San Marco deserta, illuminata. Mi pervase una felicità mai provata. Qualcosa di più della felicità: un sogno».
Neanche Sorrentino.
«Fu un’epifania. I mondi si avvicinarono. Le chiesi di sposarla a Firenze, a Natale».
Quanto restò segreta la relazione?
«Un anno. Ma Marina, la compagna con cui stavo, una critica cinematografica, lo scoprì subito. Avevo lasciato il telefono aperto: arrivò un messaggio di Giulia. Eravamo nel pieno del festival. Fu tremendo».
Da quell’epifania sono arrivati anche due figli.
«Lei li voleva. Io avevo paura. Il primo è nato che avevo 71 anni, il secondo a 74. Mi disse: non preoccuparti, se un giorno non ci sarai me ne occuperò io».
Come sono?
«Vivacissimi. Il piccolo sale dappertutto: l’altro giorno l’ho trovato sulla scrivania mentre buttava giù tutto. Mi staccava Internet: ho dovuto costruire una gabbia per il modem».
L’hanno cambiata?
«Molto. Prima ero più egoriferito. È merito di Giulia».
Con gli attori che rapporto ha?
«Li vedo pochissimo. Ma con Clooney ho un rapporto amicale. Mi invitò a vedere Suburbicon a casa sua, nella campagna fuori Londra. Aveva una piccola sala di proiezione in una dependance. Cuoco personale italiano. Parlammo di cinema e politica. Era il periodo in cui lo volevano candidato alla Casa Bianca. Lui rideva: “Figurati se faccio il presidente”».
Richieste folli?
«Gong Li. Chiese in camera duecento bottiglie d’acqua».
Le giurie?
«Faticosissime. Devi trovare un presidente autorevole e costruire un gruppo di persone che arrivano da culture diverse. Se metti due dello stesso Paese rischiano di coalizzarsi. Una volta mi è capitato anche l’opposto: un argentino che voleva far fuori un altro argentino».
E quando deliberano?
«Uno psicodramma. La riunione finale dura quattro, cinque ore. Ognuno ha il suo film da difendere, ma i premi sono pochi. Il lavoro del presidente è decisivo».
È sempre andata liscia?
«No. Alcuni sono stati straordinari: Cate Blanchett, Cuarón, Guillermo del Toro. Altri invece a un certo punto alzano le mani. Mi chiamano: “Non so più cosa fare”. Chiedono se possiamo aggiungere premi».
È mai degenerata?
«Sì. Minacce, urla. Un paio di volte i presidenti si sono messi a piangere davanti a tutti. Uomini. In quel caso entro, faccio il diplomatico: “Ragazzi, calmatevi”».
Cate Blanchett, che icona.
«Una volta non voleva andare a una serata di uno sponsor: era stanca. La chiamo: “Cate, fammi un favore, vieni con me mezz’ora e poi ce ne andiamo. Ti prego”. Mi disse sì. Fu stupenda: fece un discorso bellissimo, da diva, con una generosità totale. Poi siamo tornati insieme in barca, dall’Arsenale. Il vento tra i suoi capelli».
E Buttafuoco?
«Bella persona, grande intellettuale, con una cultura vastissima e una visione che lo rendono unico».
Lei è anche nell’Academy.
«Altri film da vedere (ride). Non condivido il nuovo regolamento sulla rappresentanza di genere. Metà dei film del passato non vincerebbe».
L’America di oggi la spaventa?
«Molto. La mia generazione è cresciuta nel mito americano. Oggi assistiamo alla sua distruzione. E quel mito l’aveva costruito il cinema».
Conosceva Weinstein?
«Ci ho pure litigato. Nel 2012, per The Master di Paul Thomas Anderson. La giuria aveva premiato Philip Seymour Hoffman. Per cui lo chiamai: devi rimandare l’attore a Venezia. Mi fa: “È già a Toronto”. Io: lo metti su un aereo! Voleva che pagassi io il viaggio».
Alla fine?
«Costrinse Hoffman, che era appena sbarcato in Canada, a ritornare: quello si presentò al Lido distrutto, cambiandosi sul motoscafo. Sul palco non stava in piedi».
È vero che ha la passione per TripAdvisor?
«Sì, la settimana scorsa ho scritto 3-4 recensioni, tornando da Berlino. Ristoranti etnici, eccezionali. A Berlino ho già selezionato quattro titoli per Venezia».
I film come li vede?
«Una parte a casa, su un grande monitor. Un’altra all’Anteo. A volte sto lì tutto il giorno: quattro, cinque film di fila. La sala solo per me».
Non vive nell’ansia di perdersi qualcosa?
«Sì, sempre. L’anno scorso la giovanissima regista indiana, Anuparna Roy, mi scriveva di continuo del suo film. L’ultimo giorno mi torna in mente: chiedo ai miei, ma qualcuno l’ha guardato? Silenzio. Ce l’eravamo dimenticato. Lo metto su io. Dopo mezz’ora penso: è straordinario. La invitiamo. Ha vinto il premio per la miglior regia».
È credente?
«A 14-15 anni pensavo seriamente di fare il prete. Leggevo in chiesa il Venerdì Santo. Sono diventato agnostico».
Suo padre?
«Ho un grande rimpianto: non avergli mai chiesto della guerra. Non ne parlava. Un giorno trovai una foto: prigioniero negli Stati Uniti (so che cantava in un coro). Accanto a lui una ragazza, con la sua famiglia. Chissà, forse era stata la sua fidanzata».
Da grande cosa farà?
«Ho due infanti. Mi toccherà lavorare finché ho energie per farlo. Nel cinema, perché è la mia passione. Ma oggi sono felice, sento che la vita mi ha dato tutto».