Corriere della Sera, 29 marzo 2026
Il papa a Monaco attacca l’«idolatria del denaro»
La «lunga Quaresima del mondo», mentre «il male imperversa e l’idolatria rende indifferenti i cuori». Ecco: «Le guerre che insanguinano il mondo sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro». A metà pomeriggio, nella messa che allo stadio conclude la sua visita di nove ore nel Principato di Monaco, è come se Leone XIV ricapitolasse il senso di un viaggio che, al suo annuncio, appariva sorprendente. Prevost è il primo Papa in epoca moderna (passò di qui Paolo III, nel 1538) a visitare lo Stato più piccolo del mondo dopo il Vaticano, poco più di due chilometri quadrati, trentottomila abitanti e il reddito pro capite più alto del pianeta.
Così il Papa ha parlato anzitutto di «responsabilità», perché «il Regno di Dio viene in mezzo a noi e scuote le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi tra poveri e ricchi, privilegiati e scartati, amici e nemici», ha scandito: «Ogni talento, opportunità e bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale, un’intrinseca esigenza di essere non trattenuto ma ridistribuito, perché la vita di tutti sia migliore».
A Montecarlo e fino alla Rocca di Monaco-Ville le strade sono transennate e tutto è chiuso e controllato, gli yacht restano ormeggiati nei porticcioli nonostante la giornata di sole mentre le motovedette controllano la costa. Accolto all’eliporto da Alberto II e dalla principessa Charlène in bianco (in quanto cattolica può vantare il privilège du blanc), Leone è stato poi ricevuto nel cortile d’onore con gli affreschi rinascimentali. Nell’incontro privato ha donato al principe un mosaico che riproduce l’immagine, attribuita a Cimabue, di San Francesco d’Assisi. Quindi nella Salle des Glaces, sotto il ritratto di Grace Kelly, la firma del libro degli ospiti. Alberto e Leone si sono poi affacciati assieme dal Palais.
Il principe con madre americana e il Papa di Chicago hanno parlato in francese: «Ci sta a cuore quella pace disarmata e disarmante alla quale voi avete richiamato il mondo, Santo Padre», ha scandito Alberto. Il pontefice ha parlato di questa terra «incastonata fra i Paesi fondatori dell’unità europea», nella quale «non pochi occupano ruoli di considerevole influenza in ambito economico e finanziario», come rivolgendosi agli Stati più ricchi, che hanno per questo una responsabilità più grande, «specie in un momento storico in cui l’ostentazione della forza e la logica della prevaricazione danneggiano il mondo».
Finché nella messa allo stadio il pontefice parla del processo a Gesù, «l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli», la condanna di un innocente per «attaccamento al potere». E dice: «Non è quello che accade oggi? Quanti calcoli si fanno nel mondo per uccidere innocenti, quante finte ragioni per toglierli di mezzo!». Si tratta di liberarsi dell’idolatria: «Le cose grandi e buone di questa terra diventano idoli, trasformandosi in forme di schiavitù non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza, lasciando il prossimo nella miseria e nella mestizia». Il potere, «la ricchezza che degrada in bramosia», i conflitti: «Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere».
«È una benedizione questa visita, un dono per tutti noi a Monaco», ha detto al Corriere il principe. E un riconoscimento del valore dei piccoli Paesi, con una vocazione pacifica come Monaco, in un tempo geopolitico complesso.