Corriere della Sera, 29 marzo 2026
Gli Houthi in guerra. Colpita base Usa in Arabia: 15 feriti
«Da due a quattro settimane» stima Marco Rubio, il segretario di Stato americano, che deve interpretare come gli umori fluiscono nella clessidra Trump. «Presto saremo fuori dall’Iran», commenta il vicepresidente JD Vance, che neppure ci voleva entrare. «Tra un’ora o due mesi», dice quasi sconsolato Benjamin Netanyahu, il premier israeliano che spera nei tempi dilatati ma sa quanto possano essere repentine le decisioni dell’amico Donald.
Inizia la quinta settimana di guerra e nessuno sembra sapere quando e come finirà. La Casa Bianca vuole negoziare, lo dimostra estendendo l’ultimatum sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane fino al 6 aprile, allo stesso tempo i 2.500 marines di rinforzo sono arrivati nella regione e un attacco dei pasdaran su una base statunitense in Arabia Saudita ha ferito una quindicina di militari americani e distrutto un fondamentale aereo-sentinella: Trump non è disposto ad abbandonare la pugna sotto il fuoco dopo aver proclamato di aver «obliterato l’Iran».
La mediazione è condotta dal Pakistan, che ha il vantaggio di essere in buoni rapporti con entrambi i Paesi: ad Islamabad sono arrivati i capi della diplomazia di Riad, Ankara, il Cairo. Il tentativo è quello di riuscire a organizzare un incontro tra gli inviati di Trump (a Steve Witkoff e Jared Kushner si uniscono JD Vance e Marco Rubio) per provare a ridurre le distanze tra le richieste. Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, accusa gli americani di avere «pretese irragionevoli» e di «diffondere dichiarazioni contraddittorie che fanno dubitare della loro onestà».
La presenza di Vance nella delegazione lascia supporre che la Casa Bianca voglia davvero trovare una soluzione per terminare l’operazione. Il vicepresidente è sempre stato il più contrario all’intervento militare e lunedì scorso – rivela la testata digitale Axios – avrebbe avuto una telefonata molto tesa con Netanyahu incolpandolo di aver presentato a Trump uno scenario troppo ottimistico sui risultati della campagna, a partire dalla possibilità di un’insurrezione interna all’Iran che avrebbe portato alla caduta del regime. «Ha venduto al presidente l’idea che fosse facile», commenta una fonte diplomatica, «mentre Vance era molto scettico».
Lo stato maggiore israeliano sta concentrando i bombardamenti sulle industrie militari di Teheran e i generali sono convinti di poter distruggerne quasi la totalità nei prossimi giorni, nella notte i raid si sono intensificati di nuovo su Teheran. I comandanti americani presentano stime meno clamorose, per esempio sulla quantità di missili e lanciatori distrutti: di un terzo sono certi, un altro terzo dovrebbe essere stato danneggiato. I pasdaran sono ancora in grado di sparare su tutta Israele, dove le sirene risuonano in continuazione. L’esercito starebbe razionando gli intercettori più sofisticati – scrive il Wall Street Journal – per preservare le scorte nel caso il conflitto prosegua a lungo. Venerdì un uomo è stato ucciso a Tel Aviv, centrato da una delle sub-munizioni dei missili che rilasciano bombe a grappolo. Anche gli israeliani che sono fuggiti ad Eilat per allontanarsi dalla minaccia adesso finiscono sotto il tiro degli Houthi dallo Yemen: i ribelli sciiti, armati dall’Iran, hanno annunciato di essere entrati nello scontro a fianco degli ayatollah e hanno già sparato due missili a nord del Mar Rosso.
Sul fronte libanese un bombardamento israeliano ha ucciso tre giornalisti, i portavoce dell’esercito accusano uno di loro di essere stato un miliziano delle forze speciali di Hezbollah «che si nascondeva dietro la scritta “media”».