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 2026  marzo 29 Domenica calendario

I leader del Campo largo «alle prese» con la vittoria

Chiacchiere di redazione (senza omissis).
Chiamiamo Franceschini. No: con Franceschini abbiamo provato, ha il cell staccato, sarà nella sua officina. Allora sentiamo Bettini. No: Bettini ci ha già dato due interviste in due giorni. La Schlein? Uguale: ha fatto proprio due conferenze stampa in 48 ore. E Conte? Tempo perso. Conte pensa di vincere le primarie, lo sanno tutti, ma non lo ammetterà mai. Troviamo un retroscena sulla Salis? Pure lei: raccontano abbia pranzato con Franceschini, e poi comunque ha parlato con chiunque dicendo e non dicendo, è furba e non la stani. Renzi? Renzi lavora nell’ombra, bisogna lasciarlo fare. D’accordo, capito: ma allora come lo spieghiamo che succede nel campo largo?
Basta dire che hanno riacceso l’elettrodomestico preferito: il frullatore. Dopo la grande e inattesa festa per il referendum stravinto, invece di marciare subito tosti e compatti, ecco il nostro programma, ecco come vogliamo governare il Paese, è così che manderemo a casa Giorgia Meloni, riparte un dibattito rumoroso e rischioso, spigoloso e divertente per noi che scriviamo sui giornali e abbiamo bisogno di titoli, polemiche, ciccia, ma forse già urtante per l’elettorato, che non capisce come si possa ancora cincischiare con gli avversari barcollanti e confusi, nel bel mezzo di svariati regolamenti di conti, tra inchieste giudiziarie e vecchi rancori (la premier: «D’ora in poi, non copro più nessuno»; mentre prima?).
Insomma, senza considerare il nostro giorno di sciopero (abbiamo un contratto nazionale scaduto ormai dal primo aprile del 2016, vabbé), è stato tutto un gran discutere, con pagine e talk tv pieni di commenti e retroscena: e perciò è forse già il caso di provare almeno a rimettere un po’ d’ordine. Partendo da un dato certo: Giuseppe Conte vuole le primarie. Le ha chieste, lunedì scorso, mentre non c’erano ancora i numeri definitivi della sberla referendaria. Precisando: «Che siano però aperte ai cittadini». Per capire le ragioni dell’urgenza e della convinzione con cui Conte spinge verso questo tipo di consultazione, bastava leggere un articolo del Foglio di venerdì. Il cui succo era: «Il leader del 5 Stelle vince nei primi sondaggi di Ghisleri, Pregliasco e Noto». Conte sa tutto, ha visto tutto. Sa che potrebbe contare sul voto compatto del suo partito, e non gli sfugge che potrebbe pescare consensi anche nel Pd. Questa è una roba sgradevole a dirsi. Se ne parli in Transatlantico, parecchi dem rispondono scandalizzati che no, per carità, non dirla nemmeno una roba del genere, e subito scuotono la testa: però poi proprio mentre la scuotono, ti lanciano occhiate perfide e ti confermano che sì, chiaro, è esattamente così. La verità è che Elly non ha mai conquistato il cuore di tutti i suoi. E guardate: non le sono ostili solo certi riformisti, quei geni che hanno pure avuto il coraggio di votare Sì al referendum, sebbene fosse diventato chiaro che della riforma non fregasse più niente a nessuno e che tutto s’era ridotto a un feroce voto politico: Meloni Sì, Meloni No. L’idea di «Elly a Palazzo Chigi» non convince nemmeno molti notabili del partito. Gente che conta, cacicchi ancora potentissimi, che la segretaria aveva promesso di eliminare e con cui deve invece convivere.
La Schlein, però, è un tipo tosto assai. E così, appena è ripartita la rumba, ha piantato un po’ di paletti. Prima ha detto: «Okay alle primarie, sono disponibile». Poi ha preso tempo: «Però la priorità è lavorare sui programmi». Quindi ha precisato: «Sia chiaro, comunque, che è finito il tempo dei papi stranieri». Messaggio non troppo velato destinato a chi immagina che il conflitto tra lei e Conte possa risolversi con l’intervento di un «federatore» (Rosy Bindi: «Ne servirebbe uno autorevole»). Tipo? Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, si agita parecchio, forse troppo. A molti piacerebbe l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli (una fonte: «Sarebbe l’ideale, ma gli faranno fare il ministro dell’Interno»). E così arriviamo alla Salis.
Franceschini, tempo fa, lasciò girare una considerazione: «Contro la Meloni dovremmo candidare una donna». A chi pensava? Non alla Serracchiani, diciamo. E nemmeno, però, alla Schlein. Opinione diffusa, ma mai da lui confermata, era che avesse in testa – appunto – la Salis. Che poi è un pallino pure di Renzi. Solo che la Salis – 40 anni, ex olimpica di lancio del martello, sindaca di Genova da appena dieci mesi, determinata, competitiva e ambiziosa da fare spavento, però pure di talento mediatico notevole, lo sguardo sempre diritto in telecamera, frasi corte, nette, mai niente di rivoluzionario, ma nemmeno supercazzole imparate a memoria – ecco, la Salis ritiene che per lei le primarie sarebbero solo una perdita di tempo. Il suo progetto è uno. Preciso. Sedersi sulla poltrona ora occupata dalla Meloni. Un passaggio alle primarie, come rappresentate centrista, sospetta rischi di farle perdere slancio (la prende larga: «Sono uno strumento divisivo»); ma poi, quando Francesca Schianchi, su La Stampa, le chiede cosa farebbe se da una riunione dei leader saltasse fuori il suo nome, come figura di mediazione tra Conte e Schlein, lei vacilla: «È un’eventualità che al momento non esiste. Se esistesse, ci rifletterei».
La scena è tutt’altro che lineare. Mentre Fratoianni&Bonelli assistono paciosi (almeno loro), Goffredo Bettini, autorevole, e temuto, stratega dem, continua a ricevere in casa leader e sherpa. Il cellulare sempre acceso. Sul display, spesso, lampeggia la parola «CONTE». Anche a lui, Bettini ha spiegato che, prima di arrivare alle primarie, bisogna cercare un accordo politico. E che non è opportuno entrare da subito in un clima di competizione. Ma Conte accelera. Spiega, in privato, agli amici, una cosa che non ha ancora mai detto pubblicamente: e cioè che deve avere un peso la sua esperienza maturata a Palazzo Chigi in due mandati. Anche per questo ha ripreso a muoversi con l’aria dell’ex premier, completo di cravatta e vecchia pochette, quando va in tv: dove ha acquisito innegabile disinvoltura. Così, addirittura rilancia: «Le primarie siano online». Poi, con il suo staff, pianifica una campagna elettorale che si concluderà a settembre, a Milano, con una kermesse.
Manca qualcosa?
No: a parte che con la storia delle primarie è ricicciato il nome di Ernesto Maria Ruffini, niente, non c’è altro. O meglio: ci sarebbe Carlo Calenda. «La linea al campo largo, ora, la daranno Gratteri e la Cgil» (al solito, era di buon umore).