Corriere della Sera, 29 marzo 2026
Così si è diffusa l’onda anti Trump "No Kings"
«No Kings and No idiots either», «Niente re e niente idioti» recita il cartellone scritto col pennarello indelebile da due signore spiritose nel lunghissimo corteo che ha attraversato ieri nel primo pomeriggio la spina dorsale di Manhattan, midtown, da nord verso sud. Lo slogan «No Kings» ha funzionato così bene che i democratici l’hanno adottato nell’agosto di due anni fa come nome di una legge volta a arginare una sentenza della Corte Suprema che il mese prima aveva conferito al presidente «ampia immunità» da conseguenze legali nel compimento di atti ufficiali.
Il genio del branding però non sta a Washington, ma a 2.700 chilometri di distanza: in Colorado, a Denver. Si chiama Jennifer Bradley ed è l’attivista che ha avuto l’idea di battezzare così le proteste dell’opposizione a Trump.
Perché il Colorado? Perché è uno Stato piccolo ma con una lunga tradizione di attivismo politico, perché è uno dei cosiddetti stati-santuario che hanno scelto di non collaborare con i federali dell’Ice, e perché ha reagito velocissimamente ai primi raid anti-immigrati voluti da Trump a febbraio dell’anno scorso, poche settimane dopo il suo insediamento. Il movimento si è diffuso ovunque – è volutamente senza vertice – e inizialmente aveva il nome un po’ da nerd di 50501, che pare un codice postale ma significa 50 Stati 50 proteste 1 movimento (con l’obiettivo di «detronizzare» Trump).
Ecco però Bradley evocare l’immagine del presidente-sovrano omaggiato di facoltà allarmanti dai giudici supremi: negli anni ’70 e ’80 lo storico kennedyano Arthur Schlesinger parlava di «presidenza imperiale» per definire un esecutivo attivista e prevaricatore, Bradley ha semplicemente dedotto che visto che l’America è nata proprio per liberarsi di un re (inglese) non aveva senso crearne uno made in Usa: No Kings, appunto, come idea identitaria di un’America repubblicana (nel senso di non monarchica) che rifiuta l’eccessivo potere della Casa Bianca.
Un altro dei leader delle proteste in Colorado è Carlos Álvarez-Aranyos (di Boulder, la tranquilla cittadina che i non americani di una certa età conoscono perché lì era ambientato il telefilm anni ’70 Mork e Mindy con Robin Williams): il movimento americano è senza leader e fluido per definizione, nonviolento («anti escalation» la parola chiave), trasversale. Molto variegato come età e genere dei partecipanti – donne, uomini, giovani, anziani – e molto accogliente verso istanze diverse, anti Trump e pro immigrazione, certo, ma anche pacifisti, antifascisti, arcobaleno, ambientalisti, pro Pal, e ieri a New York c’erano anche i pro Iran (nel senso di pro ayatollah).
Perché il senso delle marce è proprio quello di aggregare persone che magari non si ritroverebbero sui temi specifici cha appaiono sui vari cartelloni (quasi tutti fatti in casa con le scatole di cartone, alcuni stampati in copisteria, veramente una minoranza quelli realizzati in modo professionale, laminati) ma basta e avanza per ora, come collante, l’opposizione a Trump.