Corriere della Sera, 29 marzo 2026
Dagli artigiani al Nord-Est, la rivolta di Confindustria
Il decreto fiscale nasce con l’obiettivo di sostenere le imprese. Ma nel passaggio dalla teoria alla pratica ha prodotto l’effetto opposto: ha aperto uno scontro diretto con Confindustria e riportato al centro un nodo più profondo: la fiducia delle aziende nelle regole. Il punto critico è il credito d’imposta per gli investimenti legati al piano Transizione 5.0. Il decreto riconosce alle imprese solo il 35% del credito richiesto. Tradotto: per molte aziende si tratta di un taglio del 65%. Una riduzione che colpisce in particolare quelle che avevano prenotato il beneficio tra il 7 e il 27 novembre 2025 e che avevano già effettuato gli investimenti. È qui che nasce la reazione durissima di Confindustria. Il vicepresidente Marco Nocivelli parla di «lesione del legittimo affidamento» e di misura «molto penalizzante», perché il taglio arriva a valle di decisioni già prese. Sono le cosiddette imprese «esodate» del 5.0: aziende che avevano fatto affidamento su un incentivo promesso e ora si trovano con un sostegno molto ridotto. Mentre il presidente Emanuele Orsini invoca subito, già la prossima settimana, un tavolo con i ministri.
La critica non arriva solo dai vertici nazionali. Confindustria Veneto parla di «rottura del patto di fiducia» e di un colpo che rischia di frenare la modernizzazione del sistema produttivo. In Piemonte si sottolinea come l’instabilità normativa, sommata alle tensioni geopolitiche, renda gli investimenti «quasi impraticabili», mettendo a rischio l’economia e il tessuto sociale. Dalla Valle d’Aosta arriva l’invito al governo a correggere la misura in Parlamento per difendere il sistema industriale. Anche le piccole imprese, con Confartigianato e Confapi, denunciano un cambio di rotta che penalizza chi ha investito nella transizione.
La questione non riguarda soltanto la riduzione dell’incentivo, ma il fatto che le condizioni cambino dopo che gli investimenti sono stati avviati. È questo che rischia di minare la credibilità delle politiche industriali.
Il governo difende il provvedimento. Il viceministro Maurizio Leo parla di misure a sostegno del sistema produttivo, ricordando l’estensione dell’iperammortamento, il rinvio della tassa sui piccoli pacchi extra Ue all’1 luglio e il ripristino del regime Pex sui dividendi, che consente di evitare la doppia imposizione. Ma il cuore della scelta resta nella redistribuzione delle risorse. Una linea che però non è condivisa da tutto il governo: nel Consiglio dei ministri, secondo fonti interne, si sarebbe aperto uno scontro tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso, contrario al taglio degli incentivi, con Palazzo Chigi costretto a una mediazione. A chiarire la posizione del Tesoro è stato lo stesso Giorgetti, intervenuto in videocollegamento a Cernobbio: lo choc legato alla guerra in Medio Oriente ha costretto il governo a cambiare traiettoria. «Dobbiamo decidere chi aiutare», ha spiegato, indicando tra le priorità le imprese energivore, i trasporti e gli interventi sulle accise.
Il tema fiscale si intreccia con il contesto globale. Il conflitto tra Stati Uniti e Israele e Iran rischia di durare più a lungo del previsto, con effetti immediati sui prezzi di gas e petrolio. L’Ocse ha già rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Italia: il Pil è atteso allo 0,4% (dal +0,6% precedente) nel 2026. A pesare è soprattutto l’aumento dei prezzi dell’energia, che sta rallentando l’attività economica. Lo stesso ministero delle Finanze avverte che, se il conflitto si protrarrà, gli effetti negativi potranno estendersi oltre il breve periodo, incidendo su approvvigionamento e fiducia. La spia è il rialzo dello spread tra Btp e Bund, che oscilla intorno a 100 punti, mentre il rendimento supera il 4%.
In questo quadro, il Centro studi di Confindustria delinea tre scenari. Nel caso base, la crescita si fermerebbe intorno allo 0,5%. Con tensioni più prolungate si entrerebbe in stagnazione. Ma nello scenario peggiore, con energia in forte aumento, il Pil potrebbe contrarsi dello 0,7%. Il rischio è quello di un doppio choc: costi energetici più alti e domanda più debole. In questo contesto, anche la Bce si dice pronta a intervenire se l’inflazione dovesse accelerare di nuovo dopo la corsa post pandemia. Dentro questa combinazione si inserisce lo scontro sul decreto fiscale. Non solo una misura tecnica, ma il segnale della difficoltà di mantenere una politica industriale in un contesto sempre più instabile.