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 2026  marzo 29 Domenica calendario

Meloni, vertice e tensioni

La cena del malcontento era prevista. E c’è stata. Dopo il Consiglio dei ministri, Matteo Salvini e Antonio Tajani si sono allungati fino alla villa di Giorgia Meloni al Torrino, Roma Sud. Molto c’era da dire, sul passato ma soprattutto sul futuro. Del resto, poco prima, in Cdm la premier aveva esortato la sua squadra a «ingranare le marce alte e portare risultati».
Le rispettive comunicazioni, ovviamente, hanno diffuso il «tutto tranquillo» di rito. E del resto, nessuno aveva voglia di dare fuoco alle polveri. Non Giorgia Meloni, alle prese con la prima sconfitta del suo mandato, non Antonio Tajani, con il partito in una fase complicata, non Matteo Salvini che già da alcune settimane limita le uscite «da social» per puntare sull’attività di governo. E difatti, ieri era già a Messina per manifestazione «spontanea» a favore del Ponte sullo Stretto.
Ma in realtà, non si è trattato affatto del solito «stringere i bulloni». C’è da pensare a che cosa fare per il caro benzina: i venti giorni del decreto carburanti sono già diventati dieci. Soprattutto, c’è da sostituire un ministro, Daniela Santanché, anche se Meloni per il momento tiene l’interim del Turismo (ma circola il nome di Adolfo Urso). E due sottosegretari: Massimo Bitonci e soprattutto Andrea Delmastro, con la pesante delega al Dap, l’amministrazione penitenziaria.
Per il momento, ma solo per il momento, non dovrebbero esserci sorprese. Prova ne sia, appunto, che Giorgia Meloni ha trattenuto l’interim. Ma il quadro non è tra i più stabili. E se Giorgia Meloni dovesse decidere di salire al Quirinale per annunciare il rimpasto, difficile che possa essere per una poltrona soltanto. Da tempo si parla dell’insoddisfazione nei confronti di vari ministri. Dal «nessun rimpasto» del governo più stabile della storia a un mezzo terremoto? Con quel sapore di Palazzo?
Da mettere nel quadro ci sarebbe per giunta un ministro in più. Perché Matteo Salvini, magari non venerdì sera, non fa mistero della sua intenzione: tornare al Viminale. Fermo restando che l’altra sera il vicepremier ha dato rassicurazioni sulla lealtà della Lega. Salvini è consapevole che lo spettro del Papeete non è dissolto e dunque ha voluto chiarire il massimo sostegno al governo. Soprattutto dopo che per giorni si è sentito ripetere che una parte significativa di FdI sarebbe pronta a tornare alle urne. In ogni caso, anche se la Lega è stato l’unico partito a usare il simbolo di partito nella campagna per il Sì, Salvini sente di aver vinto il referendum e lo avrebbe detto: «Nelle nostre Regioni il Sì ha vinto».
Tra le novità della serata a casa Meloni, però, sembra ci sia anche la lamentela simmetrica dei suoi vice. Il concetto – non la forma – è stato: «Ci stai cannibalizzando». Con Antonio Tajani che avrebbe fatto notare che la separazione delle carriere dei magistrati è una storica bandiera di Silvio Berlusconi. Cosa poco valorizzata nella campagna referendaria degli alleati. Mentre Matteo Salvini vorrebbe che la storia della Lega, e la sua personale esperienza al Viminale, non venissero sistematicamente coperte dai Fratelli d’Italia: «Ci frenano sulle nostre proposte – dice un leghista di peso – per poi ritirarle fuori più tardi, ma targate FdI».
Le opposizioni non intendono lasciar cadere la palla. E infatti Pd, M5s, Avs e Iv hanno scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato per chiedere che la presidente del consiglio riferisca in Aula «circa le linee di indirizzo del governo». Perché gli avvenimenti richiedono «una specifica assunzione di responsabilità nei confronti delle Camere e degli elettori».