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 2026  marzo 29 Domenica calendario

Abbuffate d’autore

George Orwell a Parigi viveva con sei franchi al giorno, ma non rinunciava al pane di segale più costoso: era rotondo e lo nascondeva in tasca per tutto il giorno. Colette inseguì per tutta la vita il sapore delle fragole raccolte da bambina, baciate dal sole. Andrea Camilleri ha profumato le pagine dei suoi romanzi con i sapori di Sicilia e Jane Austen faceva servire ai suoi invitati una zuppa bianca che rimandava alle corti del Medioevo, ma era decisamente insapore. Cosa rivelano il gusto e le eccentricità culinarie degli autori che amiamo? Ecco lo spunto per A tavola con gli scrittori (L’ippocampo, pp. 191, €24,90) di Valerie Stivers, giornalista e foodwriter americana che firma un libro succulento e delizioso in ossequio al celebre motto di Jean Anthelme Brillat-Savarin, «dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei». Gli esempi sono numerosissimi (finemente illustrati da Katie Tomlinson), partendo da Honoré de Balzac che appena vendeva un manoscritto festeggiava come un principe, divorando come antipasto un centinaio di ostriche annaffiate con quattro bottiglie di vino bianco, seguite da agnello, pernici e una sogliola alla normanna. E infine, aggrediva una piramide di pere decana per rifarsi la bocca. Era il suo modo di riscattarsi degli anni passati in collegio, dimenticato dalla famiglia e costretto ad un rancio decisamente triste.
Il suo erede spirituale, Alexandre Dumas, ogni mercoledì a mezzanotte organizzava cene fra attori e drammaturghi, con paté di selvaggina e un’insalata condita secondo una ricetta segreta. Festaiolo e innamorato della vita, Dumas amava ogni tipo di eccesso, tenendo a mente una celebre massima: «Per il selvaggio mangiare è un bisogno, per l’uomo evoluto è un desiderio». Nella Festa mobile (Mondadori) di Ernst Hemingway, Parigi era costellata di ostriche e vino bianco secco, di cervella al burro e bottiglie di Sancerre. La tavola per Hemingway era un campo di battaglia e il cibo era il termometro del suo stato d’animo: quando aveva soldi mangiava in ristoranti pregiati, quando era al verde rubava mele dai banchi del mercato e si convinceva che lo stomaco vuoto ne affinasse la scrittura: «La fame è buona disciplina».
In 1Q84 ( Einaudi) si contano ben ventisei scene di cucina e i lettori di tutto il mondo di Haruki Murakami condividono online i suoi ricettari, da un’insalata alle tre cipolle e stufato di wagyu di Iwate al Bordeaux, alla più semplice insalata di pomodori e wakame. Celebre la sua passione per la pasta che rivela nel racconto L’anno degli spaghetti - «non mi potevo permettere di perderli di vista un istante. Da un momento all’altro erano capaci di scivolare oltre il bordo della pentola e sparire nel buio della notte» – rivelando la sua innata capacità di rendere il quotidiano magico, distorcendo la realtà fra le pagine.
Ma come dimenticare che nel Barone Rampante (Einaudi) tutto comincia davanti a un piatto di lumache? Cosimo le rifiuta, lascia la tavola, si arrampica su un albero e non discende mai più. Sua sorella Battista, capace di portare in tavola porcospini cotti con gli aculei, incarnava per Calvino il Partito Comunista e la sua arte di camuffare gli orrori dello stalinismo sotto spoglie accettabili, persino appetitose. Rifiutare quelle lumache mostruose non era un capriccio infantile, era la scelta di un intellettuale che non voleva scendere a compromessi, la dimostrazione del significato simbolico che può custodire un piatto.
In ossequio alle sue pagine coloratissime, Roald Dahl aveva un rapporto col cibo fatto di desiderio puro, quasi infantile. L’autore de La fabbrica di cioccolato (Salani) mangiava un KitKat dietro l’altro seduto alla scrivania, usando l’incarto di stagnola come fosse un segnalibro fra le pagine. Sul comodino, teneva un barattolo di caramelle gommose zuccherate, pronto soccorso per le voglie notturne e sua nipote rivelò che a fine pasto appariva un tupperware rosso, ricolmo di cioccolato, «tante, golose, minuscole tavolette, di qualità mediocre, ma sempre irresistibili». Infine, direttamente dalle pagine della sua biografia appena uscita, Io e gli altri animali (Adelphi, tr. Mariagrazia Gini), lo scrittore e zoologo Gerald Durrell ricorda con passione l’infanzia a Corfù e i piatti angloindiani cucinati dalla madre, curry profumati di cardamomo e zenzero, riso speziato, chutney profumatissimi, bocconcini Taj Mahal e sapori ben decisi che trovano spazio sulle pagine dei suoi diari. Sull’isola, Durrell scoprì l’amore per gli animali che avrebbe segnato la sua vita e coltivò con passione gli ulivi, con la convinzione che fosse necessario assaggiare quell’oro liquido per comprendere il Mediterraneo, abbracciando l’India e l’impero britannico d dalla sua tavola cosmopolita. Ecco, se lo stomaco è un secondo cervello, potremmo ripartire proprio dal gusto e dalle eccentricità culinarie per rileggere le vite e le opere che amiamo, un piatto dopo l’altro.