la Repubblica, 29 marzo 2026
Massimo 2 ore di telefono al giorno in una città giapponese
La città di Toyoake, nella prefettura di Aichi, ha approvato un’ordinanza secondo cui il cellulare non dovrebbe essere adoperato per più di due ore in un giorno. Il provvedimento, che ha lo scopo di promuovere un uso appropriato degli smartphone, invita i cittadini a considerarlo un riferimento temporale massimo. L’ordinanza suggerisce, inoltre, di evitarne l’uso dopo le 21 per gli studenti delle scuole elementari e dopo le 22 per quelli più grandi, viste le pessime ricadute che i dispositivi elettronici hanno sulla salute fisica e mentale di adulti e bambini. Secondo il comune, la proposta nasce dalla preoccupazione per l’aumento di problemi come riduzione del sonno, difficoltà scolastiche, minore comunicazione familiare. Il Giappone è un paese in cui la libertà individuale è costantemente (e rumorosamente) ribadita, sicché in passato, in occasione di simili iniziative, alcuni cittadini hanno persino portato la questione davanti ai tribunali, sostenendo che la norma interferiva con le scelte individuali. L’amministrazione municipale di Toyoake ha chiarito però che non si tratta di un divieto né di una norma sanzionabile, ma che lo scopo è offrire una linea guida educativa per favorire un uso più equilibrato dei dispositivi digitali.
Il rapporto tra Giappone e digitale è spesso percepito all’estero come quello di un paese all’avanguardia tecnologica. In buona parte è vero: è stato tra i primi al mondo a sviluppare una cultura del telefono mobile già negli anni Novanta e a fornire sistemi avanzati di pagamenti e servizi online, e risulta che oltre il 90% della popolazione utilizzi internet e l’80-90% possegga un cellulare. La realtà però è più complessa: è una società altamente tecnologica dal punto di vista industriale, ma presenta una digitalizzazione sociale e amministrativa più lenta rispetto ad altri paesi avanzati. Molte istituzioni e aziende continuano a basarsi su strumenti analogici come documenti cartacei, fax e timbri personali (inkan) e gli studi sottolineano che il Giappone è rimasto a lungo indietro nella digitalizzazione della pubblica amministrazione. Dopo la pandemia di Covid-19, il governo ha riconosciuto apertamente questa difficoltà e nel 2021 ha creato un’Agenzia per il Digitale.
Parallelamente negli ultimi anni è cresciuta una discussione pubblica sull’uso intensivo degli smartphone tra adolescenti, sulla dipendenza da videogiochi e internet, e sul rapporto tra tecnologia e isolamento sociale. È in questo contesto che alcune amministrazioni locali hanno sperimentato iniziative simboliche per limitare il tempo di utilizzo dei dispositivi digitali. Nel dibattito giapponese contemporaneo il digitale non è quindi visto solo come simbolo di progresso tecnologico, ma anche come una questione sociale ed educativa. I documenti governativi e gli studi accademici insistono su una doppia esigenza: promuovere la trasformazione digitale dell’economia e delle istituzioni, ma allo stesso tempo affrontarne i rischi. Non si tratta peraltro di questioni remote. In vent’anni di vita in Giappone ho potuto toccare con mano come in questo paese corrano due vie parallele: i bambini ricevono a scuola un tablet da usare in ore precise, ma i genitori scrivono ancora a mano i messaggi per gli insegnanti e si compilano moduli a penna in ospedali e farmacie. Molti ragazzini, scivolati nella dispersione scolastica, trascorrono buona parte delle giornate davanti ai videogiochi ma gli altri girano per la città in bicicletta, si incontrano al parco per una partita di calcio o giocano a nascondino al tempio. A ogni latitudine l’equilibrio resta la cosa più difficile da ottenere.