Avvenire, 27 marzo 2026
Effetti collaterali dell’aumento del petrolio: con gli incassi il Brasile alza il reddito di cittadinanza
Intuitivamente, il rialzo del prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile causato dell’escalation militare in Medio Oriente, avvantaggerà le grandi major energetiche e penalizzerà soprattutto i consumatori quando devono fare il pieno di benzina o comprare alimenti a costi più elevati. Però non è detto che gli effetti siano soltanto questi. In Brasile, ad esempio, a beneficiare del rally del greggio potrebbero essere anche le persone con più difficoltà economiche, quelle che rientrano nel programma di sussidi sociali Bolsa Familia, il reddito di cittadinanza brasiliano lanciato da Lula nel 2003 e che oggi raggiunge quasi 19 milioni di famiglie (circa 50 milioni di persone, quasi un cittadino su quattro), con un costo per il governo di 13 miliardi di reais l’anno, oltre 2 miliardi di euro.
Che cosa c’entra questo col petrolio? Petrobras, il colosso energetico brasiliano che nel 2025 ha fatto 20 miliardi di dollari di utili, è controllato al 29% dal governo federale, che quindi incassa i dividendi come qualsiasi altro azionista. Secondo recenti stime, lo choc provocato dalla guerra in Iran potrebbe generare nel 2026 un extra-gettito nelle casse pubbliche (compresi gli enti locali) di 96 miliardi di reais (quasi 16 miliardi di euro) se il prezzo del Brent dovesse mantenersi sui livelli attuali. I valori sono forniti dall’Instituto Brasileiro de Economia da Fundação Getulio Vargas sulla base anche della tassazione, essendo il settore petrolifero brasiliano caricato da molte imposte. A quelle già esistenti si è aggiunta a marzo, proprio per compensare il blocco dello Stretto di Hormuz e incentivare la produzione nazionale, una tassa extra del 12% sull’export di greggio, che da sola dovrebbe valere 15,6 miliardi in quattro mesi.
La metà di tutto il gettito ipotizzato, quindi poco meno di 50 miliardi di reais, finirebbe direttamente nella disponibilità del governo guidato da Lula, peraltro in scadenza di mandato e atteso alle elezioni presidenziali di ottobre in cui a sfidarlo dovrebbe essere il figlio di Jair Bolsonaro, Flavio. Fino ad allora, se il conflitto dovesse proseguire, Brasilia si troverà nella situazione privilegiata di poter mitigare gli effetti negativi della crisi economica che comunque ci sarà (dai prezzi dei carburanti ai costi per le imprese e dunque all’inflazione, oggi sotto il 4%). Al momento Lula ha già fatto passare i sussidi per l’acquisto di diesel, ma con questo scenario secondo le indiscrezioni in arrivo dai piani alti è probabile l’estensione del contributo statale anche per la benzina. E ci sarebbe, appunto, ampiamente spazio per ritoccare il programma Bolsa Familia, il cui valore non viene aggiornato da tre anni. In questo lasso di tempo l’assegno medio riconosciuto è rimasto di 690 reais al mese, poco più di 100 euro, ma il costo della vita è ovviamente aumentato. Il che aveva portato, lo scorso gennaio, il ministro Rui Costa a fare uno scivolone: «Le arance sono care? I cittadini possono sempre comprare altra frutta». Una dichiarazione piuttosto infelice, in un Paese che proprio grazie alle politiche sociali sostenute da Lula è uscito dalla Mappa della Fame dell’Onu, ma dove pur sempre il 23% della popolazione vive in condizioni di povertà e il 3,5% (7 milioni di persone) in condizioni di estrema povertà.