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 2026  marzo 27 Venerdì calendario

Bibite, amore e risate: ecco la ricetta di Orson Welles contro le dittature

Anticipazione del romanzo «Un pezzo grosso» di Orson Welles (nella foto) che sarà in libreria dal 31 marzo per i tipi della Nave di Teseo (pagg. 208, euro 18). Pubblicata soltanto in Francia nel lontano 1953 ma in un’edizione rimaneggiata e diversa dalla presente di quest’opera è stata recentemente rinvenuta una copia originale in inglese presso il Fondo Welles del Museo Nazionale del Cinema di Torino (che allestisce su Welles una mostra). Aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione dell’immaginario e della libertà creativa di questo autore. In essa si parla di un’isola prototipo di dittatura e degli effetti dell’irruzione di una corporation delle bibite.
A Est di Gibilterra, a Ovest della Corsica, qualche miglio a Nord della parte più arida del Maghreb, c’è una macchia a forma di fagiolo di cui è probabile che il lettore non abbia mai sentito parlare. Sulle mappe più dettagliate è identificata come l’isola di Maliñha.
Una leggenda narra che in queste acque, quando i pescatori perdono l’orientamento e non vedono più la costa, trovano la rotta per tornare alla loro isola fragrante semplicemente seguendo il profumo dei fiori.
Così scriveva Susie in una lettera alla madre. Come sempre, abbelliva considerevolmente la realtà dei fatti.
A Maliñha cresce qualche erbaccia, ma di fiori se ne vedono pochi. La terra, che è secca e rocciosa, produce soprattutto cactus e mandarini pieni di semi e quasi privi di succo. Con la buccia di questo agrume si produce l’Abomino, un potente liquore. E poi è molto praticata la pesca delle sardine, che in parte serve da copertura per il contrabbando. La pesca è la principale fonte di reddito dell’isola si intende dopo il contrabbando e i mandarini.
Quanto alla fragranza di Maliñha, va ammesso che i pochi fiori che sbocciano sull’isola sono del tutto inodori. E se mai il capitano di un peschereccio di sardine usasse il proprio naso a mo’ di bussola, solo i grevi effluvi delle distillerie di Abomino lo guiderebbero a casa. Ma Susie, nelle sue lettere come altrove, aveva un talento per il romanzesco.
Sconosciuta e misteriosa, Maliñha si trovava a poche ore di navigazione da lei, in quello che era il suo primo viaggio all’estero. Il Mediterraneo sembrava una placida distesa d’erba sotto una sproporzionata luna piena. Quest’ultima ricordò a Susie una lanterna di Halloween. Il mare, per usare le parole del suo diario, era come seta bagnata. La notte incombeva pesante, eppure la cosa la eccitava. Anche il telegrafo che gracchiava e balbettava a scatti, urgente e sconclusionato come uno sciame di insetti che sbattono contro una lampada, contribuiva al fascino della situazione. Quando, da qualche parte, cominciò a suonare un mandolino, la nostra Susie, un po’ sola ma in fibrillazione, ebbe l’impressione di essersi imbucata per la prima volta in un party a cui non l’aveva invitata nessuno. «Il mare è bello calmo», commentò un giovanotto, avvicinandosi alla ragazza davanti alla ringhiera. In effetti lo era, replicò Susie. «Scende a Maliñha?» le chiese lui.
«Esatto». «Anch’io». Susie lo osservò, e non ne fu troppo delusa. Un po’ allampanato e svagato, ma con un mento volitivo. «Cosa la spinge a Maliñha?» gli chiese. «La Cool-o», fu la risposta. Seguì una pausa imbarazzata. «Io vado a sposarmi», riprese Susie. «E lei?» «La Cool-o». «Continua a ripetere questa parola». «Come milioni di altre persone». «Ah, ma lei intende quella Cool-o? Un nichelino di freschezza? Non c’è niente di più cool della Cool-o»? «Come è scritto sulla bottiglia. Sono il concessionario della Cool-o per Maliñha». «Beh, carino», disse lei. «È il fascino del business... Pensi che Maliñha è l’ultima frontiera dove non è ancora giunta la buona novella della Cool-o».
Il giovanotto non mentiva. Di tutti i paesi al di qua della Cortina di ferro, la sola Maliñha ignorava ancora il «nichelino di freschezza».
La cosa era tanto più sorprendente se si pensa che non solo milioni di americani assetati, ma anche gli abitanti di altri tre continenti hanno aggiunto la Cool-o alle necessità vitali, dopo altri contributi del Nuovo Mondo quali le patate e le sigarette. Gauchos argentini e scozzesi con il kilt, beduini dal naso adunco e ballerine brasiliane, sikh e samoani, celti e copti, hanno elevato la bottiglietta verde della Cool-o a un’abitudine quotidiana, per la rabbia dei vinificatori e la disperazione dei distillatori. C’è un distributore della bibita («Rinfrescatevi con la Cool-o») anche all’aeroporto di Reykjavik, e il familiare marchio verde è stampigliato sulle gondole che solcano il Canal Grande. Memori di ciò che la Compagnia delle Indie e quella della Baia di Hudson rappresentarono nel diciannovesimo secolo, e dell’impatto che hanno avuto la Krupp, la DuPont, la Standard Oil e la compagnia petrolifera anglo-persiana nella nostra epoca, gli analisti della politica internazionale hanno ben chiaro il ruolo globale dell’impero della Cool-o.
Susie, però, non aveva voglia di parlare di bevande gassate; era ancora in subbuglio per il suo primo viaggio all’estero, e moriva dalla voglia di condividere con qualcuno che non fosse il proprio diario la sensazione quasi dolorosa di essere viva, che quella sera la faceva fremere. «Non è un po’ giovane per sposarsi?» le chiese il giovanotto. Stava decisamente migliorando. «A lei piacerebbe chiamarsi Krauss?». Susie sospirò. «Non è mai troppo presto per cambiare un cognome come il mio».
Lui appoggiò i gomiti sulla ringhiera, e lei sentì la sua spalla contro la propria. Nel frattempo il mandolino continuava a suonare. «A Washington un’indovina mi ha letto il futuro in una tazza di tè», disse Susie. «Mi ha detto che avrei sposato un diplomatico e che avrei attraversato l’oceano. E in pratica si è avverato tutto. Solo che il diplomatico in questione adesso è giù al bar. Immagina a fare cosa?». «A ubriacarsi?». «Sbagliato. A giocare a poker con un greco che viaggia in seconda classe. Chimo dice che abbiamo bisogno di soldi, e che un pollo da spennare non si trova tutti i giorni. Soprattutto se greco». «Chimo sarebbe il suo fidanzato?». «È il diminutivo di Joachimo. Joachimo Figureido». «Ed è un giocatore professionista?». «No, è il console della Repubblica di Maliñha a Washington. Anche se, a sentire lui, presto diventerà ministro degli Esteri». «E le nozze quando sono previste?». «Quando mi innamorerò di lui, immagino».
Susie sospirò un’altra volta. «E intanto gioca a poker! Temo che sarà un fidanzamento terribilmente lungo»
«Quindi neanche Joachimo è innamorato di lei?». «No. Mi porta a Maliñha solo per esibirmi ai suoi parenti». Dopo qualche secondo aggiunse: «Non che sia particolarmente orgoglioso di me. Immagino che gli serva solo per non sposare qualcun’altra».