La Stampa, 27 marzo 2026
Intervista ad Alba Parietti
Alba Parietti in vita sua ha sempre dato spettacolo. Che fosse in parrocchia dalle suore, quando da bambina portava in scena personaggi maschili, o convincesse i compagni di liceo a scendere in piazza in corteo, fino alle mitologiche performance sullo sgabello di Galagoal, dove coniugava per la prima volta presenza sexy e apparente padronanza dell’argomento calcio, la showgirl ha conquistato il suo pubblico miscelando ad arte seduzione e chiacchiere intelligenti.
Figlia di un partigiano, orgogliosamente di sinistra al punto da dire un no a Berlusconi che fece tremare le mura di Arcore (anche se, col senno di poi, un po’ lo rimpiange), oggi convive serenamente con l’ansia – «il mio peggior difetto», dice – e col tempo che se ne va: «Cerco di invecchiare il meno possibile e di volermi bene evitando le persone tossiche, guardando sempre il lato positivo delle cose».
Cominciamo dall’inizio, da piccola che cosa voleva diventare?
«Mi mettevo davanti allo specchio e recitavo, andavo in parrocchia dove le suore organizzavano il teatro e in scena facevo la parte della sindachessa. Mi toccava sempre la parte del maschio. Poi da grande, nei pochi ruoli che ho avuto al cinema, mi è stata affidata la parte della ruba-mariti, mai quella della povera donna abbandonata... Il mio sogno attuale è tuttora di fare l’attrice, per la meraviglia di poter fare mille personaggi».
Suo padre era un partigiano, lei a scuola faceva politica? Quello era un periodo caldo.
«Eccome, al mio liceo artistico a Torino ero promotrice di tutti gli scioperi, facevo picchettaggio, ero nel gruppo “Quarta internazionale”. Mio padre stava per menarmi anche quando poi sono entrata nella Federazione giovanile comunista, perché detestava le tessere, lui non ne ha mai avuta nessuna. Il suo mito, così come il mio, era Enrico Berlinguer, anche se per moda stavo nei gruppi trotzkisti. Ero comunque bravissima a convincere gli altri ad andare in corteo».
Poi cos’è successo?
«Che ho scoperto di essere bella, così mi infilavo un vestito leopardato e sopra indossavo l’eskimo, entravo in un bar, accendevo il juke-box e mi mettevo a ballare. A parole ero una militante straordinaria, nella realtà una via di mezzo fra una concorrente di Miss Universo e una femminista dura e pura. Ma fin dalla parrocchia la tentazione artistica è sempre stata estrema: ho fatto anche teatro, L’importanza di essere Ernesto di Oscar Wilde, poi la palestra delle radio e tv private prima di arrivare alle reti di Berlusconi e alla Rai».
Ancora prima delle reti ammiraglie però c’è stato il boom di Galagoal.
«Quello è stato il miracolo che non ti aspetti mai: nonostante la scarsissima capacità di competere con la Rai del Processo di Biscardi, l’allora direttore di Tele Montecarlo, Ricardo Pereira, che sapeva che di calcio non capivo niente, ha messo a disposizione una redazione bravissima che mi preparava. Paola Ferrari poi mi dava lezioni in giardino… Seduta su quello sgabello diventai la donna più famosa d’Italia: venivano tutti, da Maradona a Tognazzi».
Il segreto del successo?
«L’immagine molto sexy e glamour da dominatrice, come Sharon Stone in Basic Instinct. Questo sgabello su cui accavallavo le gambe resta ancora come un ricordo indelebile nella mente maschile. Il fatto che sapessi parlare di calcio rendeva il tutto unico».
Un tempo si definiva apertamente di sinistra, lo è ancora?
«Mi definirei di sinistra se ci fosse la sinistra... Le cose di sinistra più straordinarie le diceva Papa Francesco, che mi aveva fatto riavvicinare alla Chiesa. Morto lui, è morto un riferimento spirituale importantissimo, e prima di lui c’è stato don Gallo, di cui mi fidavo ciecamente. Ora l’unico che ascolto è Mattarella».
Era talmente “comunista” che rifiutò l’offerta miliardaria di Silvio Berlusconi.
«L’offerta era sconvolgente, nove miliardi di lire per l’esclusiva alle sue tv. Oggi sembra folle rinunciare a quella cifra, ma nel ’93-’94 Berlusconi stava entrando in politica. Andai ad Arcore con Stefano Bonaga, che era il mio fidanzato e che aveva una grande influenza su di me: diceva che se accettavo non avrei più avuto la mia libertà di esprimermi, così affrontai Berlusconi in maniera molto sgarbata e antipatica, pensavo che con tutto quel denaro volesse comprarmi l’anima. E dissi di no».
E lui come la prese?
«Credo che abbia capito bene i motivi del mio rifiuto: mio padre partigiano, la voglia di essere indipendente sul piano personale. Con me è stato molto comprensivo, tanto che proprio in quegli anni ho iniziato a lavorare nelle sue tv: a Striscia e come prima donna presentatrice del Telegatto».
Pentita del gran rifiuto?
«Ho pensato di aver sbagliato, fra noi c’è stata grande stima e rispetto reciproco. Ricordo una cena a casa di Krizia in Sardegna: Mariuccia l’aveva massacrato in un’intervista e Berlusconi invece di incazzarsi si fece invitare: arrivò splendido splendente, c’era il Gotha dell’intellighenzia di sinistra, credo Lina Wertmüller, Franco Rosi e la moglie. A fine serata erano tutti innamorati e sedotti. Si è seduto vicino a me e mi ha toccato la testa, gli ho detto “attento che ho le extension” e lui “dillo a me che ho fatto due trapianti"».
I personaggi tv con cui ha i rapporti migliori?
«Michele Santoro e Massimo Giletti, oltre a Luciana Littizzetto: mi sono stati molto vicini quando sono stata allontanata da Rai 1 da un direttore che mi detestava».
In quell’occasione chiese aiuto a un politico potente.
«Una delle cose più imbarazzanti che ho fatto in vita mia, ma mi era stato tolto il lavoro senza motivo, non cercavo raccomandazioni. Poi questo ha cominciato a provarci con me mandandomi dei messaggi, allora gli ho risposto con un panegirico sull’inadeguatezza del suo comportamento, e lui mi ha chiesto se avevo un’amica da presentargli».
Che rapporti ha mantenuto con gli uomini della sua vita?
«Ho buoni rapporti con Franco Oppini, il padre di mio figlio, Stefano Bonaga, Giuseppe Lanza di Scalea, che finché è vissuto è stato il mio miglior amico, e Cristiano De André. Nessuno meglio di un ex ti può voler bene e conoscerti meglio, se ti sei lasciata con rispetto».