La Stampa, 27 marzo 2026
L’indice per "misurare" Donald
Prima il “Taco trade”, ora il “Taco index”. Nel secondo mandato alla Casa Bianca, Donald Trump si è fatto riconoscere sui mercati. Continui cambi di passo segnati da un copione preciso: uscite trasgressive sui social, scossa sui listini e conseguente giravolta non appena cresce la pressione economica. Una strategia emblema per i dazi, tanto che il Financial Times ha coniato l’acronimo Taco ("Trump always chickens out”, Trump si tira sempre indietro). Come spioncino delle inversioni di rotta, nasce il “Pressure Index” di Deutsche Bank. Che si compone di indicatori precisi: il gradimento del presidente nell’arco di un mese, le aspettative di inflazione dei consumatori a un anno, le oscillazioni dell’S&P 500 e i rendimenti dei Treasury (saliti dello 0,4% nell’ultimo mese, peggior performance da fine 2024). Fattori che, tutti insieme, puntano a cogliere il sentiment e, soprattutto, le tensioni di mercato.
Davanti alla guerra in Medio Oriente, l’attenzione è sul mercato petrolifero. E il presidente Usa tende a intensificare le minacce contro il regime iraniano nei weekend (quando i mercati sono chiusi) e ad accennare alla pace imminente con i prezzi in aumento. Uno schema utile all’amministrazione per contenere l’inflazione dei prezzi della benzina a pochi mesi dalle Midterm. Per Jorge Montepeque, analista di Onyx Capital Group, «Trump teme l’aumento dei prezzi alla pompa», dato che rappresentano «un boomerang politico».
La volatilità sui mercati è evidente. Ma nell’arco degli ultimi sette giorni, Trump ha alzato l’asticella dell’imprevedibilità. Ecco che arriva il “Pressure Index”. A svilupparlo è stato Maximilian Uleer, responsabile della strategia cross-asset di Deutsche Bank, che spiega: «Se l’indice sale, è più probabile che quest’ultima proceda a un aggiustamento strategico. Se tutti e quattro i punti critici sono in difficoltà, l’incentivo ad agire è molto forte». E così tutti aspettano il momento “Taco”. Come spiega Monica Defend, direttrice dell’Amundi Investment Institute, «non appena il rendimento dei Treasury si avvicina al 4,5%, l’amministrazione si innervosisce molto e, di solito, interviene».