la Repubblica, 27 marzo 2026
Ungheria, la piazza contro Orbán: “Magyar, ora o mai più”
Il ragazzo si sbraccia, «fermatevi, noi non siamo così». Il coro si smorza. Qualcuno capisce tardi, si sente un ultimo “fanculo Orbán”. Poi tutto tace. La folla che si è radunata sotto al palco ha obbedito. E obbedisce quando un paio di minuti dopo il ragazzo agguanta il microfono: «Appena arriva Peter, in alto i cellulari!». Il sole sta tramontando, sopra al palco la scritta “Ora o mai più” si illumina delle luci della piazza. Finalmente Peter Magyar sale sul palco: è accolto da un boato. «Buonasera Kecskemét!», esordisce. Il buio viene squarciato all’unisono da una marea di telefonini accesi.
Mentre Magyar balza sul proscenio a godersi gli applausi, dalla folla si leva un altro coro: “Arada Tisza”, “il fiume esonda”. Tisza è il nome del suo partito, ma in Ungheria il blu dei suoi manifesti non si è quasi mai visto sui giornali, in radio o in tv. Al 90% i media tradizionali sono in mano a Viktor Orbán e i suoi oligarchi, e da anni ne hanno bandito l’opposizione. In questa piazza i cartelloni, i poster blu di questo piccolo miracolo sul Danubio sventolano invece ovunque, insieme alle bandiere ungheresi. E Magyar urla: «Siamo in tanti! Siete pronti?». Markus Akos lo voterà. Ha 63 anni, è in pensione, è venuto al comizio con sua moglie: «Ho votato Orbán per tanto tempo. Ma ora sono deluso. Non è più un patriota. È corrotto ed è un servo di Putin», ci dice, sventolando una bandierina ungherese.
A un’ora e mezza da Budapest migliaia di persone come Akos sembrano accogliere un uomo della provvidenza, un politico che può cambiare tutto e mettere fine a sedici anni di regime autocratico. È ormai un culto quello intorno a Magyar il “traditore”, come lo considera il suo rivale, l’immarcescibile Orbán. E la sua campagna elettorale, condotta lontana dai media tradizionali, esclusivamente nelle piazze e sui social, coreografata al millimetro come uno spettacolo di Broadway – sulle nostre teste ronzano ininterrottamente due droni che riprendono tutto per i live – è già una scommessa vinta. Welcome to the show.
Magyar ha percorso in due anni l’Ungheria in lungo e in largo, la sua agenda anche in queste settimane è da capogiro: dai 3 ai 5 comizi al giorno in vista delle elezioni del 12 aprile. Ha arringato le folle centinaia di volte, anche nei villaggi più minuscoli, ha sfidato Orbán sul suo terreno, l’Ungheria rurale, e forse può vincere. Nei sondaggi è avanti di 8, 10 punti – e da mesi. Molto dipenderà dai pochi partiti che hanno deciso di non ritirarsi dalla corsa. Quasi tutta l’opposizione ha fatto invece il beau geste, ha rinunciato alla campagna perché potrebbe essere la più importante del decennio.
«Prima ancora di essere un partito, quella di Peter Magyar è una comunità». Veronika Kövesdi insegna comunicazione alla Eötvös Loránd University e ha scritto un libro su Magyar, ne ha studiato a fondo l’incredibile ascesa. Figlio di una giudice dell’Alta corte, nipote della sorella dell’ex presidente ungherese Ferenc Mádl, cresciuto a Budapest, Magyar è l’espressione tipica dell’élite magiara. Per decenni lavora all’ombra di Orbán, come diplomatico e alto funzionario del suo partito, Fidesz. Finché non fiuta un’opportunità imperdibile, Uno scandalo, l’ennesimo che lambisce l’autocrate: a febbraio del 2024 un pedofilo graziato dalla presidente della Repubblica, Katalin Novák, costringe alle dimissioni lei e la ministra della Giustizia, Judit Varga. Il marito di Varga è Peter Magyar. E poco dopo concede un’intervista all’unica tv d’opposizione, Partizan, in cui denuncia la «doppia morale» e la «corruzione strutturale» del suo partito.
È una bomba. Ed è il fischio d’inizio di un movimento che «nasce anzitutto sui social, su Facebook, nelle comunità di volontari, le cosiddette “Isole Tisza”, e poi contagia tutto il resto», ci racconta Veronica Kövesdi: «Magyar ha un vantaggio competitivo enorme rispetto a tutti i leader dell’opposizione che hanno tentato di sfidare Orbán in 16 anni: lo conosce a fondo, ne conosce le strategie comunicative, il linguaggio. Ne ha adottato persino la stessa filosofia, quel “cambiamo il regime” con cui l’autocrate vinse le elezioni nel 2010. E sa che gli ungheresi sono polarizzati e hanno fame di carisma. Da subito, infatti, gli ha strappato le parole d’ordine patriottiche e la bandiera ungherese». La differenza sostanziale, pur nei contenuti conservatori, è che il messaggio di Magyar «è positivo, costruttivo, non di odio come quello di Orbán».
Ci sono altre differenze, ovviamente, altrimenti non avrebbe raggiunto la popolarità che ha conquistato in soli due anni. Magyar è più giovane – una tappa della campagna elettorale l’ha fatta in canoa, a rimarcare la differenza anche fisica con Orbán – ha promesso di liberare l’Ungheria dall’endemica corruzione, dall’asservimento palese a Vladimir Putin, di riportarla in Europa. Non senza qualche ambiguità. Dal palco del comizio di Kecskemét, Magyar dedica all’Ue solo un breve passaggio: «Ci riprenderemo i soldi», i 18 miliardi congelati dalla Commissione Ue. Nelle sue duecento pagine di programma – anche questa è una differenza sostanziale con Fidesz – c’è scritto che Budapest adotterà l’euro e che ripristinerà un rapporto di fiducia con Bruxelles e la Nato. Ma sull’Ucraina, Tisza è contraria all’adesione velocizzata di Kiev alla Ue e le rifiuterà ogni sostegno militare.
«L’obiettivo di Magyar è soprattutto l’elettorato di Orbán; ogni voto sottratto a Fidesz vale doppio: è un elettore in meno per Fidesz e un elettore in più per Tisza», ragiona Marton Gergely, direttore di uno degli unici settimanali ancora liberi, Hvg. Un altro fattore che lo fa volare nei sondaggi, ci spiega, è l’economia stagnante e soprattutto l’inflazione, che nel 2023 ha toccato picchi del 25% ed è rimasta da allora tra il 4 e il 6%, tra le più alte in Europa. «Finché la torta cresceva, gli ungheresi non si scandalizzavano che una fetta se la prendessero Orbán e i suoi. Adesso che la torta si sta rimpicciolendo, gli ungheresi sono infuriati che la sua cricca continui ad avere la stessa fame di soldi e di potere».
Magyar è la nemesi di Orbán e ha risvegliato nel Paese una voglia di libertà che non si vedeva da tempo: «Per noi giovani è l’unica speranza» ammette Eric, 24 anni, venuto al comizio di Kecskemét con la rabbia di chi ha visto morire la sua città. «Il centro è vuoto tra le 21 e le 7 perché c’è una sorta di coprifuoco imposto dal sindaco di Fidesz per non disturbare il suo elettorato: famiglie con figli piccoli e vecchi. E noi non possiamo neanche berci una birra all’aperto». Intanto la folla ha intonato i versi di una vecchia canzone popolare: “Nella cella di una prigione non passa mai un raggio di sole”. E Magyar, dal palco, sorride.