Sette, 26 marzo 2026
Intervista ad Alessio Boni
Sguardo verso l’orizzonte. Luminoso, teso a captare segnali. Una lancia in mano, un compagno di avventure accanto. E non importa cosa pensa il mondo: basta avere una stella polare a cui tornare, e tutto acquista un senso. Fra similitudini e distanze, Alessio Boni è il protagonista di Don Chisciotte diretto da Fabio Segatori, in competizione al Bif&st (21–28 marzo) e poi nelle sale dal 26 di questo mese (Baby Films).
Lo incontriamo fra le date di Uomini si diventa, otto monologhi contro la violenza sulle donne a cui lavora con Omar Pedrini. In questi giorni sta girando per la Rai la serie Una piccola formalità, tratta dall’omonimo romanzo di Alessia Gazzola e diretta da Davide Marengo (le riprese termineranno ad aprile, andrà in onda il prossimo autunno). Qui interpreta il padre di Pilar Fogliati: un uomo burbero, appassionato di piante e per niente chic. L’opposto dell’uomo che vedremo in Maschi veri, prossimamente su Netflix, dove in un cameo sarà un imprenditore di alto livello legato al personaggio di Sarah Felberbaum.
E mentre il suo sguardo punta già all’estate, quando sarà al Teatro greco di Siracusa con I persiani di Eschilo (e L’Iliade, come mi racconterà fra poco), a giorni arriverà al cinema con Don Chisciotte, prima versione che si ispira con fedeltà alle 1300 pagine del romanzo di Miguel de Cervantes. Nel film Cervantes viene ferito nella battaglia di Lepanto e, tra febbre e allucinazioni, immagina una storia: quella di Don Alonso Quijano, che dopo aver divorato romanzi cavallereschi decide di diventare un cavaliere errante. Girato tra i calanchi lucani e il Pollino calabrese, il film ha paesaggi che, racconta Boni, «sembrano Marte: un cielo plumbeo, un’argilla modellata nei secoli in modo stranissimo…». Quella natura straordinaria diventa quasi un altro personaggio del film, «come il deserto lo fu per Bernardo Bertolucci».
Lei ha una lunga frequentazione con Don Chisciotte.
«Ho iniziato a lavorarci sei anni fa per il teatro. Tutte le rappresentazioni che ho visto mi hanno sempre irritato: quei Chisciotte un po’ lunatici, un po’ acchiappa farfalle, un po’ Pierrot. Come si dice a Milano, erano sempre un po’ stupidott».
Lei sembra scansare il versante “comico” del personaggio.
«Chisciotte è un nobile, un nobile in disuso. È un hidalgo, in spagnolo “figlio di qualcuno”. Una legge del Seicento diceva che se scoppiava una guerra, in caso di morte tutto quello che un signorotto aveva andava al primogenito. Chisciotte è un secondogenito e, non avendo un fratello generoso, diventa quello che diventa».
Cosa diventa?
«Cervantes scrive che gli si rinsecchisce il cervello a furia di leggere i Cavalieri Erranti. Vede tutto attraverso la fantasia, ha bisogno di un ronzino e di uno scudiero per essere un cavaliere come si deve e dedicare le sue imprese a un’amata, Dulcinea. Così entra nella Mancha, metafora per dire che entra nel mondo».
Per fare cosa?
«Aiutare i disadattati, dare dignità a chi è considerato un fallito. Lui ci crede fino in fondo, eppure le prende da tutti. C’è una frase bellissima di Pessoa: la vita non è fatta di ricchi e poveri, ma di adattati e disadattati».
Cosa distingue un idealista da un ingenuo?
«L’idealista conosce e affronta tutte le angherie del momento storico, come quello che stiamo vivendo, ma non molla e persegue il suo intento con la sua etica, costi quel che costi. L’ingenuo è quello che si butta dal quarto piano tentando di volare senza avere le ali».
Parliamo di parallelismi. Chisciotte si crea un’immagine per entrare nel mondo, anche lei si è costruito l’immagine dell’attore?
«È la professione dell’attore che mi ha creato tantissime immagini con tantissimi personaggi. Sono stato Ulisse, Achille…».
Le sembra di vivere con l’armatura dell’attore?
«Io difendo la grande dignità del mestiere dell’attore, che oggi viene anche un po’ denigrato».
Chisciotte è idealismo e visione, Sancho Panza realismo e buon senso. Chi è il suo Sancho nella vita?
«I miei fratelli. Prima Marco, adesso Andrea: mi stanno accanto e concretamente mi tengono con i piedi per terra, perché “bisogna fare i conti, bisogna fare questo e quello…”».
Lavorano con lei?
«Per anni mi ha seguito Marco, ora è in pensione e ha passato il testimone ad Andrea. Fa tutto per me: fatture, aspetti pratici, mi tiene ancorato».
Sancho dice a Chisciotte «come parlate bene», e lui risponde «è il linguaggio antico». Fra social e intelligenza artificiale, oggi come lo tradurrebbe?
«Non con il parlare forbito, ma con l’etica che stava dietro le parole dell’uomo di un tempo. Nel 1920 se qualcuno ti diceva “è tua, non ti preoccupare” bastava una stretta di mano, oggi ti stracciano un contratto in faccia».
Chisciotte non ha successo in nulla, mentre lei ne ha.
«Per me Chisciotte ha un successo spaventoso, dopo 400 anni parliamo ancora di lui. Se chiede chi è Cervantes le rispondono in pochi, spagnoli esclusi. Invece dal Canada al Sud America sanno tutti chi è Chisciotte».
Torniamo al suo successo.
«Può anche pesare».
Perché?
«Allontana dalla verità delle cose, si pongono nei tuoi confronti in un modo che non è reale e devi fare uno sforzo per capire dove sei. Bisogna stare attenti a tutte quelle paillettes che ti cuciono addosso».
Lei come se le scuce?
«Faccio viaggi in Africa, in Zimbabwe, Malawi, Haiti, perché mi ributtano dove devo essere. Lì non gliene importa nulla di chi sei, devono pensare a mangiare. Per me è una connessione vitale».
Chisciotte non calcola, lei quanto lo fa?
«Quasi mai. Un po’ di più da sei anni a questa parte, da quando è nato il mio primo figlio».
Chisciotte vuole cambiare il mondo per chi verrà dopo, pur senza figli.
«Una meraviglia. Saremmo tutti fieri di avere uno così per nonno».
Lei invece ne ha tre, di figli…
«Mi rendono concreto, devo portarli a scuola, dargli un’educazione, da mangiare. E con loro c’è anche una forte immaginazione, ogni sera entriamo in mondi speciali… “Raccontami una favola con il coccodrillo che si mangia un pulcino e che poi viene salvato da un gatto”. La loro fantasia è meravigliosa, soprattutto il fatto che le credono».
Vi fermate a tre?
«Non ci pensiamo, ma bisogna considerare che voi donne avete un orologio biologico».
Ha detto che suo padre era anaffettivo, lei è diverso?
«Dal primo sguardo, quando mio figlio ha aperto gli occhi, ho davvero visto l’eternità, e il passaggio del testimone».
È un padre amico o un padre padre?
«Padre padre, ho un’età per cui non riesco a essere troppo blando. Mi arrabbio anche, detto delle regole perché le rispettino e rispettino noi, padre e madre. Credo che i figli abbiano bisogno di sentirsi dire soprattutto dei no, altrimenti ti schiacciano come tritasassi».
Tempo libero?
«Ne ho quando esco dalla famiglia, a casa studio di notte, in bagno… Non scherzo! Loro vanno a dormire alle nove e mezza, da lì comincia il tempo che concilia».
Il mondo è (anche) quello che si ha il coraggio di immaginare: seguire la strada dell’attore l’ha fatta sentire un po’ matto?
«Non matto, direi folle. Non avevo zii o nonni che mi portavano a teatro, non c’ero mai stato. È una follia totale che mi piace ancora avere addosso».
La tristezza di Chisciotte le appartiene?
«Il suo struggimento sì, la sua maschera di tristezza no. A meno che succeda qualcosa di grave, che sia stanco o proprio annichilito per una cosa brutta».
Esempi?
«Un tradimento di un amico mi ha annichilito per mesi».
Quando?
«Quindici, forse diciotto anni fa. È più terribile di quello di una donna, quello lo metti anche in conto. Se ti tradisce un amico, con cui non c’è attrazione sessuale di mezzo, vuol dire che hai sbagliato tutto in quella relazione».
«La più bestiale delle malattie è disprezzare il nostro essere», dice Don Chisciotte a teatro.
«Nascere è rarissimo, lo dicono gli studi scientifici. Con noi nasce un possibile genio, un potenziale Einstein, un nuovo Beethoven o Mozart. Io sono un drogato di vita, ed è gratis. Hai 40, 50, 60, 70, 80 anni per viverla, l’idea di buttarla via mi fa un male mostruoso».
Oggi che prezzo ha seguire la propria voce interiore?
«Altissimo, sempre più alto. C’è il momento in cui l’arco è teso, poi l’età, il fatto che diventi già visto… Restare libero e difendere il mestiere dell’attore è più impegnativo oggi che 20 o 30 anni fa».
Ideali a cui ha rinunciato?
«Fino a qui nessuno».
Ha mai combattuto contro i mulini a vento?
«In continuazione. Non mi piace il momento che viviamo, l’ultima guerra, il bullismo, l’uno per cento delle persone che detiene la maggior parte della ricchezza mondiale e decide le regole del gioco in quei 157 paesi dell’Occidente».