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 2026  marzo 27 Venerdì calendario

Intervista a Delia Conti

Delia Conti ha compiuto 105 anni l’8 febbraio. Ha festeggiato circondata dai familiari, allietata dal suo menù preferito: lasagne, coniglio alla cacciatora, dolce, con i tre, incredibili numeri, vergati con il cioccolato. Per finire il mezzo bicchiere di vino rosso che non si fa mai mancare, a pranzo e cena. Aspetta seduta in poltrona con compostezza, le mani educatamente riposte in grembo, vestita con cura. Camicetta nera punteggiata di strass, cardigan nero, gonna pied-de-poule, capelli freschi di messa in piega curata dalla amorevole badante georgiana, Tatiana. È timida, Delia. Per tutta la durata dell’intervista terrà lo sguardo rivolto verso il basso, accompagnando ogni frase con un sorriso timoroso come se avesse detto qualcosa di sbagliato. La notte precedente il nostro incontro non ha chiuso occhio per l’emozione.
Ci accoglie in una piccola stanza ben riscaldata, illuminata da una finestra che occupa quasi un’intera parete al di là della quale scorre il suo mondo, rappresentato dai paesani di cui conosce nome e cognome. Unita a un locale attiguo, ora murato, la stanzetta era la tabaccheria di San Giovanni della Vena, frazione di Vicopisano (Pisa), la rivendita numero 8, inaugurata nel 1919 dopo la fine della Prima guerra mondiale dalla madre Rosa. Delia ha gestito l’appalto, come si diceva all’epoca, fino al 1971, successivamente sono subentrati i fratelli Oriano e Oriana. Rilevata da una coppia di coniugi, anche la tabaccheria è ultracentenaria.
Delia come ci si sente ad aver raggiunto il traguardo dei 105 anni?
«Per me non è una festa».
Non lo è?
«Mi sento di dare fastidio a tutti, figli, nipoti, nuore. Loro mi ripetono in continuazione che non sono un disturbo. Me lo dicono per non dispiacermi, lo so. Ogni notte, prima di addormentarmi, chiedo a Santa Rita di morire».
Non dica così. Pensi a quanta gente le vuole bene. Ora attorno a lei ci sono suo figlio Bernardo con la moglie Maria, suo genero Gavino, e il sindaco di Vicopisano, Matteo Ferrucci, con tanto di tricolore sul petto per farle gli auguri. Là c’è Tatiana che si occupa di lei come fosse una nonna e le ha appena tolto i bigodini per farla bella.
«Son fatta così io, non voglio essere di troppo».
Come passa le giornate?
«Qui, dove lei mi vede, ma non mi fermo mai sa? Lavoro a uncinetto e a maglia, faccio i cruciverba. Per fortuna non ho bisogno di occhiali. No, niente tv. Dalle mie mani escono coperte, centrini, pupazzetti, anzi ne prenda uno, quello a forma di gattino. Per Natale ho regalato porta cellulari col cordino a tutti».
Chi passa davanti alla finestra si rassicura scorgendo al di là del vetro quella figurina china sui lavoretti. Delia però ha rinunciato a uscire di casa, specie dopo la pandemia che l’ha risparmiata senza neppure sfiorarla.
«Mi vergogno a mostrarmi così vecchia. Il tempo mi passa veloce. Va bene così. Ho sempre lavorato nella vita e so come tenermi impegnata».
Ha cominciato con mamma a fare la tabaccaia.
«Oltre a sigarette e sigari, vendevamo valori bollati che andavo a prendere io stessa a Pontedera, in Vespa. È stata una delle prime moto a circolare. La mia famiglia stava bene e ce la potevamo permettere. Da noi c’era anche il posto pubblico telefonico. Chiamavano qui e noi andavamo a cercare per il paese chi doveva rispondere. Conoscevo la vita di tutti, i pettegolezzi».
Come è stata la guerra?
«Bruttissima. Andammo da sfollati sul monte Castellare perché il paese era occupato dai tedeschi. Ricordo la fame. Per mangiare scendevamo fino ai campi, coglievamo il grano per macinarlo e farne farina. Quando la guerra è finita siamo tornati giù. Abbiamo ospitato tre giovani soldati americani in casa. Erano gentili. Mi portavano le gomme da masticare e i dolci. La sera giocavamo a carte».
Aveva già il ragazzo?
«Ho avuto un fidanzato torinese che faceva il marinaio. Dieci anni insieme buttati. Finché la lontananza ci ha divisi. Poi ho conosciuto Giuseppe Bini. Era falegname e veniva a comprare le sigarette da noi. Un uomo buono. Andammo in viaggio di nozze a Sanremo, avevo 30 anni. La mia seconda figlia è morta a 48 anni, mio marito a 56. Tanti dolori».

Era carina a quell’età?
«No, ero bruttina. Moretta. Un metro e 55, bassina. I pantaloni non mi garbavano perché sembravo ancora più bassa. Solo gonna. Avevo la carnagione scura. Quando andavo al mare a Viareggio diventavo nera».
Perché ha smesso di lavorare in tabaccheria?
«Un giorno i ladri hanno provato a entrare e mi sono messa paura. Così ho smesso».
Accanto a lei c’è il treppiede. Cammina da sola?
«Sì. E da sola mi lavo e faccio la doccia. Avevo tante amiche che passavano a trovarmi ma col tempo sono morte. Me ne è rimasta una di 93 anni che abita qui di fronte però da qualche settimana non la vedo più affacciarsi. Il telefono è la mia compagnia. Per fortuna ci sento. Ricevo tutti i giorni, due volte al giorno, le chiamate di 3 nipoti e i 4 bisnipoti».
Cosa mangia?
«Tanta verdura. Cruda, cotta, condita, scondita. E frutta. Carne poca, una o due volte a settimana. A tavola non manca mai il vino del contadino, rosso. Mi versano qualche dito e aggiungo acqua. Sono ghiotta di dolci, soprattutto castagnaccio e frittelle. La mattina comincio con latte e biscotti, pranzo alle 12, cena alle 19. Oggi a pranzo ho mangiato pasta con tanto parmigiano più insalata. Stasera mi aspetta una minestrina di verdure. Niente riposo pomeridiano. Alle 20 vado a letto, in quell’angolo, vede? È più semplice così non salgo le scale. Il tempo di una preghiera a Santa Rita e mi addormento».
Prende medicine?
«Una, per la pressione. Ogni mese viene il medico e mi trova in forma. Non avrei bisogno del pannolone ma lo porto per sicurezza. Mai sofferto grandi mali. Anche i due parti sono stati indolori: non mi sono accorta di nulla. Come mia mamma, mi ha fatta mentre saliva le scale».
Sempre in movimento, immagino.
«Da giovane andavo in bici fino a Pisa, Lucca, Marina di Pisa. Partivamo la mattina io e le mie amiche e tornavamo la sera, abbronzatissime. Non di domenica, però, perché mi piaceva il calcio e preferivo vedere le partite al campo. Col bel tempo organizzavamo scampagnate sul monte Castellare. D’estate la riva del fiume Arno diventava un ritrovo. Era limpidissimo, facevamo il bagno. Se sono invecchiata bene è anche merito dell’aria buona. Dalla costa arriva il profumo del mare. Il resto è fortuna».
In questa foto, Delia, è sugli sci.
«Mi piaceva sciare. La foto è del 1952, all’Abetone. In primavera salivamo sul monte Serra a raccogliere asparagi selvatici, erbette. In autunno castagne e funghi. Anche il bucato era sport. Andavamo al ruscello per la lavatura. Mettevamo i capi in una grande ciotola con la cenere per farli sbiancare e poi li sciacquavamo in Arno. Altro che esercizio fisico».