Corriere della Sera, 27 marzo 2026
Iran, sullo sbarco dei marine il rischio del pantano
Si fa più buio lo scenario della guerra in Medio Oriente con la prospettiva di attacchi americani di terra. Utilizzare la minaccia dell’occupazione dell’isola di Kharg e dell’intensificazione dei bombardamenti su tutto l’Iran nella speranza di costringere il regime degli ayatollah a negoziare da una posizione di debolezza: così Donald Trump dichiara di cercare il dialogo, anche se il conflitto sembra destinato a entrare in una fase ancora più violenta.
Dopo che nelle ultime ore Teheran ha rifiutato i 15 punti del piano di pace Usa, che includono la totale cancellazione dei suoi programmi nucleari, e rilanciato invece i propri 5, comprendenti le riparazioni di guerra e il riconoscimento della sua sovranità sullo Stretto di Hormuz, l’arrivo nella zona di una forza Usa che adesso conta oltre 7.000 soldati scelti fa prevedere che la strada dello sbarco su Kharg diventi sempre più probabile.
Resistenza a oltranza
C’è da aggiungere che gli iraniani non hanno alcuna fiducia nelle promesse di Trump. Ai loro occhi, il presidente Usa, che per ben due volte – nel giugno scorso e poi il 28 febbraio – ha lanciato i suoi raid all’improvviso nel pieno delle trattative, non ha alcuna credibilità. E ciò spiega come da molto tempo ormai si stiano preparando a una disperata resistenza a oltranza destinata a rinfocolare l’ethos religioso sciita del «martirio» che include attacchi suicidi, disastri ecologici, bombe sugli Stati del Golfo e danni gravi al traffico energetico mondiale. A sua volta, Israele non crede agli ayatollah, li vuole morti e sepolti con Hamas, gli Houthi e Hezbollah, e farà di tutto per continuare l’offensiva.
Sulla carta lo sbarco su Kharg potrebbe sembrare una mossa relativamente semplice per la superpotenza americana, che da quattro settimane martella l’Iran assieme a Israele e ha il totale controllo dello spazio aereo. Sulle navi Usa sono tra gli altri pronti all’azione un migliaio di paracadutisti-commando della 82esima Divisione aviotrasportata e 2.300 marines. Negli ultimi giorni razzi e missili hanno colpito almeno 90 postazioni di difesa dell’isola. Sono possibili blitz anche sulla terraferma. Gli iraniani però hanno spostato parecchi barchini esplosivi sulle coste rocciose e frastagliate della zona. Non è chiaro se abbiano disposto mine nel mare. E annidati in bunker sotterranei stanno i pasdaran pronti a tutto. Gli ayatollah minacciano che l’invasione di Kharg, che è il loro scalo petrolifero principale nel Golfo, li porterebbe a imporre il blocco totale non solo di Hormuz, bensì anche dello stretto di Bab al-Mandeb.
La lezione ucraina
Per comprendere le incognite di una guerra di fanteria sul territorio iraniano è utile fare riferimento al vecchio scenario dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003 e a quello attualissimo in Ucraina. Nel primo caso, gli iracheni ricordano il flop sanguinoso degli oltre 600.000 militari americani, che in tre settimane arrivarono a Bagdad con meno di 200 morti, rovesciarono la dittatura di Saddam Hussein e poi si ritrovarono a dover fronteggiare una guerriglia terrificante con kamikaze e terrorismo seriale, che in 8 anni costò loro circa 5.000 soldati e la devastazione sanguinosa dell’intero Paese.
Il teatro della guerra russo-ucraina invita invece a tenere conto dei droni, che costano molto meno di razzi e missili, per non parlare di aerei e navi. Gli iraniani ne costruiscono in grandi quantità e possono continuare a farlo per lungo tempo: costano poco, sono agili, non necessitano di basi o rampe. Sembra che di recente i russi (loro grandi clienti) li abbiano ripagati fornendo i modelli di Shahed iraniani modificati (sono quasi alla trentesima versione) con fibre ottiche, che quindi non possono subire interferenze elettroniche. Ne stanno parlando gli esperti di cose militari alla stampa americana: sembra che finora l’esercito Usa, per esplicita volontà di Trump, sia stato poco propenso a imparare dall’esperienza ucraina, che invece è totalmente condizionata dalla sfida dei droni. Ondate di pasdaran volontari kamikaze muniti di droni potrebbero diventare l’incubo di ogni soldato americano in Iran.