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 2026  marzo 27 Venerdì calendario

L’economia e i nodi irrisolti

Alcuni investitori internazionali, soprattutto americani, hanno manifestato stupore di fronte all’esito del referendum. Quasi non avessero pensato che un simile risultato fosse possibile. In realtà queste analisi sono spesso superficiali, anche perché siamo un Paese relativamente piccolo, e piccola è la quota dei portafogli internazionali investiti in Italia. Sono quindi analisi semplificate con alcuni stereotipi ricorrenti. Dall’inizio della legislatura Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti hanno conquistato questi investitori: con il loro Atlantismo, il fermo sostegno all’Ucraina, lo stretto rapporto con il presidente Trump e, per Giorgetti, grazie al suo buon rapporto con Scott Bessent, ministro del Tesoro degli Stati Uniti.
È vero che lo spread è caduto, ma i «fondamentali» non sono cambiati granché, anzi: la crescita ha se mai rallentato e il livello del nostro debito pubblico è rimasto invariato. Ma, come si dice negli Stati Uniti, «You can make a first impression only once», e la prima impressione che hanno fatto Meloni e Giorgetti ci è valsa una straordinaria riduzione del costo del debito. Lo spread in tre anni è sceso da 240 a 60 punti e questo ha ridotto il costo del debito: 5 miliardi l’anno in meno il primo anno e poi via via, se le condizioni rimanessero quelle attuali, fino a 36 miliardi l’anno di risparmi a regime.
Dietro questi numeri c’è però un’economia che per effetto di precise scelte politiche, anziché correggere le sue debolezze, durante la vita di questo governo le ha accentuate.
Dopo il picco di inflazione del 2022-23 il governo ha deciso di non modificare gli scaglioni dell’imposta sul reddito: il risultato è che i lavoratori dipendenti con un reddito annuale lordo superiore a 35.000 euro (circa il 15% del totale) per via dell’inflazione che ha fatto salire il valore nominale dei loro redditi, sono passati in uno scaglione più alto e hanno pagato più imposte. Poiché i lavoratori dipendenti sono circa 23-24 milioni, i cittadini che stanno pagando più tasse sono quasi 4 milioni. Si tratta di 25 miliardi di maggiori imposte solo in parte poi restituite attraverso varie riduzioni contributive e fiscali. Ad alcuni di più (quelli sotto i 35.000), ad altri (quelli sopra i 30.000) meno e tardi.
L’effetto di questa scelta lo si vede nel potere d’acquisto dei salari, che dopo aver perso l’8 per cento con l’inflazione, sinora hanno recuperato solo l’1 per cento, diversamente da altri Paesi dove invece il ritorno del potere d’acquisto ai livelli pre-inflazione è quasi completato. Un fattore chiave del mancato recupero è la ferma contrarietà del governo Meloni a un salario minimo legale: là dove esiste, ha sostenuto i redditi più bassi e ha anche trascinato verso l’alto quelli mediani.
Il governo ha invece puntato tutto sui lavoratori autonomi in regime flat tax al 15%, cioè con un fatturato inferiore a 85.000 euro (una soglia che è stata alzata, questa sì, per tener conto, più che generosamente, dell’inflazione). Si tratta di circa 2 milioni di lavoratori cresciuti rapidamente, anche grazie all’innalzamento della soglia, dagli 1,7 milioni del 2023. La scelta politica di favorire gli autonomi non ha solo effetti distributivi, ha anche l’effetto di distorcere gli incentivi di questi lavoratori, incoraggiandoli a non crescere, cioè a non assumere dipendenti così da non superare la soglia degli 85.000 euro.
La peculiarità dell’Italia non sta nel numero elevatissimo di piccole e medie imprese (Pmi): l’Europa è piena di Pmi. L’Italia è particolare perché, rispetto ad altri Paesi, ha tantissime imprese non piccole, ma minuscole: partite Iva individuali e micro attività familiari, tutte imprese che sono spesso al di sotto della scala minima necessaria per essere efficienti. Questa è la causa, forse la maggiore, della nostra scarsa produttività ed è il motivo perché tecnologie come l’Intelligenza artificiale fanno fatica a diffondersi. La soglia alla flat tax per gli autonomi aumenta la quota di imprese minuscole.
Come scrivono Marco Leonardi e Leonzio Rizzo in Il prezzo nascosto (Egea, 2026), anche le grandi imprese hanno perso. Fra il 2023 e il 2025 il governo ha cancellato 15 miliardi di misure a favore delle grandi imprese: circa 6 miliardi di Ace, un’agevolazione fiscale che incentivava la capitalizzazione delle aziende tramite incrementi di capitale proprio, 4 miliardi di decontribuzione per le imprese localizzate al Sud, e 5 miliardi di incentivi alle imprese automobilistiche. Un totale di 15 miliardi che il governo ha poi in parte restituito a spizzichi e bocconi con diverse misure, ma senza definire alcuna misura «simbolo». Tanto è vero che, dopo aver sostituito Industria 4.0 con un’agevolazione della quale quasi nessuna azienda riusciva ad usufruire, ora, dopo tre anni persi, si è tornati a Industria 4.0.
Le scelte del governo sono state evidentemente dettate dal consenso: gli autonomi sono tradizionali elettori della Lega. E per quanto riguarda i salari, non compensare con una modifica degli scaglioni gli effetti dell’inflazione consente di far crescere il gettito fiscale senza dover approvare un aumento della pressione fiscale in Parlamento.
Aver deciso, nell’ultima legge di Bilancio, di non rinnovare la detrazione del 30% sugli investimenti delle imprese innovative ha avuto un effetto immediato sui loro investimenti. Ma soprattutto, eliminando la detrazione dall’oggi al domani, senza prevedere un regime transitorio, il governo ha messo in discussione la prevedibilità delle regole, in un settore in cui i tempi dei rendimenti sono molto lunghi e l’incertezza è la variabile centrale.
Nulla invece è stato fatto per aumentare la concorrenza che, invece di favorire questo o quello, favorisce, questa sì, la competitività e quindi aiuta il Paese a crescere. Prorogare le concessioni balneari violando le regole europee è stato un provvedimento molto negativo, non tanto per l’effetto sulle spiagge, ma soprattutto per il segnale che ha dato: se il governo alza bandiera bianca di fronte ai bagnini con che credibilità può pensare di introdurre concorrenza in altri settori?
La concorrenza dovrebbe essere la bussola della politica industriale e le concessioni non devono garantire posizioni di monopolio. Dove il mercato si è aperto, come nei treni ad alta velocità (fra qualche mese su alcune tratte avremo tre compagnie in concorrenza fra loro), i risultati presto si vedono.
Nelle banche il governo ha di fatto favorito la crescita dell’azionista francese Crédit Agricole nella Banca Popolare di Milano: l’Agricole si presenterà alla prossima assemblea di Bpm con una propria lista. Questa presenza potrebbe prefigurare sul lungo periodo un’influenza rilevante, nonostante le due banche siano concorrenti diretti con quote di mercato significative in alcuni segmenti e partner in alcune linee di produzione. Questo solleverà problemi di antitrust che il governo ha sinora ritenuto irrilevanti.
Non è davvero tutto oro quel che luccica. È necessario che il governo torni a ragionare sulle priorità del Paese, e l’economia è una di queste. Fra pochi giorni il ministero dell’Economia pubblicherà il Documento di finanza pubblica che probabilmente certificherà il rallentamento della crescita: la nostra economia non cresce perché c’è troppa poca concorrenza, perché i salari sono fra i più bassi d’Europa e per gli investimenti forse manca la fiducia. È sulla crescita che si giocheranno le elezioni del prossimo anno.