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 2026  marzo 26 Giovedì calendario

Intervista a Jasmine Trinca

Gli attori prestano il loro corpo, la voce, l’anima (a volte un pezzetto, altre di più) alle storie che raccontano i film con loro. Stavolta l’operazione per Jasmine Trinca è più complessa. Perché intima eppure politica, differente. L’ho intuito guardandola durante il photocall di Gli occhi degli altri, in questi giorni al cinema: il sorriso magnetico, certo, ma non un gesto plateale. Anzi. Le braccia quasi strette, chiuse a protezione del suo corpo. Andrea De Sica trae dalla vicenda del femminicidio-omicidio-suicidio del caso Casati Stampa che infiammò la cronaca nera nel 1970, a chiudere la lunga parentesi della Dolce Vita col 68 che bussa: è il dramma dell’esposizione totale del corpo di quella marchesa venuta dal nulla (dovreste rivedere le pagine dei giornali, con le nudità assai meno celate di quanto sarebbe oggi: altro che social).
Gli occhi degli altri, sì. Ma gli occhi suoi, Jasmine: lei espone il suo corpo come mai prima nella sua carriera. Lei come si è “vista”?
«Un film così ti mette un po’ in crisi. Non mi sono sorpresa: l’ho vista arrivare da lontano, questa crisi. L’ho scelta perché mi sento più grande, più solida per attraversare questa esposizione e una storia così drammatica. Quando ero più ragazzina i ruoli al cinema per le donne erano scritti un po’ diversamente, oggi si prova a raccontarci davvero. Non le nego che mi è capitato di avere su di me in passato sguardi prevaricatori, non rispettosi: esporre il mio corpo più giovane e forte allora sarebbe stato più facile e complesso allo stesso tempo, ma io volevo altro. Non avevo la coscienza politica che ho ora. Non sarei stata in grado di reggere lo sguardo del pubblico e quello di un regista, anche se Andrea De Sica era proprio la persona giusta per questo passo. Oggi sono politicamente solida per dirvi: ecco, vi mostro cos’è un corpo, un corpo guardato, un corpo attraversato, un corpo abusato».
Nella sua carriera, dalla “Stanza del Figlio” a “Fortunata”, fino a “La Storia” si nota una cura nella scelta dei progetti.
«Ho voluto esattamente questo: scegliere. E non è stato sempre facile. Io avevo una situazione economica e familiare per la quale l’attesa di un progetto era sofferenza. Fare l’attore è sempre un azzardo se si viene da una famiglia non benestante come la mia. Con Moretti mi sono ritrovata fortuitamente, volevo fare l’archeologa: era, è la mia passione. Sono un’antichista. La mia vera fame è per i coccetti. Moretti (con cui sta per uscire di nuovo al cinema con Succederà questa notte, forse a Cannes dove 25 anni fa debuttò con Palma ne La Stanza del figlio, ndr) è stato mio maestro, anche di visione radicale del cinema. Quindi i film non si dovevano fare per forza. Tutto coerente con quanto capivo da mia madre».
Che tipo era sua madre?
«Faceva mille cose (anche la dimafonista al Manifesto, ndr), ho perso mio padre che avevo due anni. Non dava mille regole. Io sono cresciuta, per paradosso, dandomi da sola le regole e i limiti che lei non mi voleva minimamente inculcare. Sono stata una ragazza composta: faccio più casini ora. Scegliere da sempre mi ha dato longevità, come attrice».
Il successo e l’integrità conferiscono anche un potere, nel mondo del cinema.
«Sì e voglio usarla questa mia posizione per smuovere delle cose: combatto per me, per come diventerò da più anziana, ma anche per le ragazze che arrivano ora e sanno di non dover essere per forza dentro il racconto di un altro. È molto difficile, nei lavori artistici, capire se quello che ci viene chiesto interpretando ruoli è anche un esercizio di potere: mi piacerebbe trasmetterlo questo testimone della consapevolezza di quello che si è se si fa l’attrice».
Venticinque anni di carriera, ok, ma lei ha solo 45 anni, parla da veterana. C’entra qualcosa Elsa, sua figlia, che ora ha 17 anni. C’entra la Jasmine madre?
«Sì, Elsa mi attiva continuamente questo istinto. A scuola loro vivono rapporti paritari, poi nel mondo degli adulti, l’orribile mondo che stiamo consegnando loro, scopriranno la durezza, il dislivello. C’è una parte di me che lotta e rompe l’anima, come mia madre non fece con me, perché lei abbia gli strumenti per non farsi troppo male con la vita. Ma se lo farà, se lo deve fare. Elsa è molto diversa da me, ma educarla a essere libera, anche a prezzo di cose che non approvi, è più importante di tutto».
In cosa è diversa dalla Jasmine ragazza?
«È una tipa in gamba, ma loro sono proprio un’altra generazione. Il modo di vivere le relazioni mi spiazza: sono attivissimi e pronti sui diritti, Elsa è una che si espone. Ma la mediazione del digitale si sente nei rapporti tra loro: non voglio fare il discorso della vecchia zia con il telefono col filo a casa, il rapporto con gli altri era davvero sensoriale. A me il virtuale turba un po’».
Elsa ha visto “Gli occhi degli altri”?
«No. Lei quasi mai vede le mie cose. Questa volta, però, è stata proprio Elsa a dirmi: mi dispiace, questo proprio non ce la faccio. Restano gli occhi degli altri».
Ne “La stanza del figlio” era la figlia: da madre riesce a rivederla una storia di genitori che si confrontano con la morte di un figlio giovane?
«Qualcuno, quando uscì e vinse Cannes, me lo diceva: faccio fatica a rivederlo. Oggi che nella morte, di bimbi e non, siamo immersi, il turbamento che porta un film gentile come quello di Nanni ti dà la misura della forza politica dell’arte. Io nella Stanza rivedo me figlia, non Jasmine madre».
Ritorno alla storia che ispira il film di De Sica: il delitto Casati Stampa e i Fattacci scritti da Cerami per il Messaggero. Rileggiamo insieme quelle pagine di giornale e il racconto della marchese Anna a volte è impietoso, per come lascia il primo marito ad esempio, pensando che è vittima di un femminicidio.
«Leggere quelle pagine mi ha creato imbarazzo: era una donna che voleva per la sua vita una sorte diversa da quella che le era assegnata. Molti, uomini e donne, s’innamorano o sposano per un interesse o per l’insicurezza. Il voyeurismo, l’esibizione sessuale, veniva all’epoca spacciato per modernità, invece è uno schema arcaico quello del delitto Casati Stampa. La donna che vuole liberarsi dallo sguardo possessivo di un marito perverso, che vuole uscire da una dinamica, che pure aveva accettato, esce dal perimetro del possesso e deve morire: era solo esercizio di potere. Ha fatto sesso con tanti, ma lo sguardo senza alfabeto del giovane Massimo che le dice quanto sei bella e triste è l’unico sguardo che non l’attraversa. Moriranno tutti per quello sguardo che non possiede».
Jasmine figlia, madre e nipote di un’altra donna interessante: la signora Rosa, la pescivendola più rumorosa ed elegante del mercato di Testaccio.
«Era la bionda del primo banco: non potevi non accorgertene. Io vorrei essere come lei: una matrona che non crolla, neanche con le bombe. Era il contrappunto di mia madre, sua suocera. Alla fine se metto tutto insieme sono come Mario Brega nel film di Verdone: posso esse ferro o posso esse piuma. Quelle radici significano qualcosa».
E il successo l’ha mai spaventata?
«Sicuramente, specie all’inizio: resistevo a un cambiamento che poi è diventato la mia vita. Ho capito subito, però, che per certe cose belle della vita si debba essere grati».
Nel Pantheon della gratitudine di Trinca.
«C’è mia madre, che senza molto mi ha dato tanto. Il maestro delle elementari, Antonio, che mi ha inoculato il virus dell’antichità e dell’archeologia. Un giorno mi laureerò. Nanni Moretti mi ha cambiato la vita 25 anni fa. Valeria Golino ha cambiato la mia percezione dello stare sulla scena. E Francesca Manieri, che mi ha spinta a realizzare Marcel, il mio primo film da regista. Concludo con Elsa, mia figlia: mi ha dato una nuova possibilità di amare».
Elsa come Morante, quella della “Storia”, una serie tv a cui è molto legata.
«Ma anche come la leonessa di Nata Libera. Il romanzo di Morante ci parla delle donne costrette a diventare forti, dalla guerra e dalla violenza che le cambia. Con quella serie sono entrata nelle case di milioni di persone, vista da milioni di donne. Andavo al mercato e le signore più grandi me lo riconoscevano: aver raccontato dei miserabili che entravano nella Storia dà un senso alle cose a 80 anni dal primo voto femminile».
Per un film come questo era fondamentale fidarsi degli occhi del regista.
«Io e Andrea De Sica ci conosciamo a Testaccio da quando abbiamo 11 anni: io ero spaventata da come potevo essere guardata, serviva amicizia. Anche se il seno che si vede nel film è un trucco: serviva quella prosperosità delle bellezze pin up di quei tempi e io non sono così. Eppoi serviva un compagno di danza come Timi: creatura dolcissima. Per fare questo film c’era bisogno della mia totale adesione, per questo ci tengo tanto».
Tra le pieghe delle sue parole il senso del tempo che è passato, un’idea del suo corpo a 45 anni: ma davvero l’età può essere un problema per Jasmine?
«Può essere un problema guardarsi allo specchio, per un’attrice lo è perché esposta agli sguardi. Il mondo non è molto clemente, specie per le donne. Ma viviamo anche un’epoca in cui, da donne, ci stiamo prendendo lo spazio per scrivere ed essere il racconto: mi sento parte della missione di conquista di un nuovo racconto femminile».