Il Messaggero, 26 marzo 2026
Malika Ayane parla di Gino Paoli
«Aveva le sembianze del signore, ma lo sguardo del pirata». Malika Ayane il giorno in cui conobbe Gino Paoli se lo ricorda benissimo. Galeotta fu Caterina Caselli, l’allora discografica della giovane cantante milanese, legata a Paoli da una lunga amicizia. Ayane avrebbe partecipato di lì a poco al Festival di Sanremo. L’anno era il 2009.
Il regolamento di quell’edizione prevedeva, su intuizione del conduttore e direttore artistico Paolo Bonolis, che i cantanti in gara tra le “Nuove proposte” si presentassero ciascuno accompagnato da un padrino o da una madrina artistica. Arisa (che poi vinse con Sincerità) si fece accompagnare da Lelio Luttazzi. Simona Molinari da Ornella Vanoni. Karima da Burt Bacharach. Irene Fornaciari da papà Zucchero. A Caterina Caselli bastò una telefonata per convincere Paoli, lo stesso che si vantava di aver scoperto decenni prima lo stesso Casco d’oro («Dissi: quella ha talento. Io so riconoscere il talento delle persone e poi, se riesco, le aiuto a sfondare. Ma non ci ho mai guadagnato. Mai preso una lira da Zucchero o dalla Vanoni», diceva), ad accompagnare la sua pupilla sulle note di Come foglie, il brano che Ayane portava in gara.
Dall’altra parte del telefono, reduce dalla partecipazione al Festival di Sanremo con Animali notturni e alle prese con le prove di Canzonissima (è nel cast del remake condotto da Milly Carlucci, ogni sabato su Rai1), la cantante si emoziona ancora al ricordo di quell’incontro. Chi era per lei Gino Paoli? «Il signore della Gatta, di Cosa farò da grande, di Ti lascio una canzone, di Una lunga storia d’amore. Ed era lì, accanto a me, che mi parlava e organizzava un golpe». Che golpe? «Quello per cantare, fuori programma, la sua Il cielo in una stanza. La scaletta non lo prevedeva: avremmo dovuto cantare solo Come foglie, la mia canzone. Furono Gino e Caterina a fare in modo che potessi restare con lui sul palco, per accennare il suo capolavoro insieme a lui.
Il cielo in una stanza fa parte del nostro dna di italiani: è un classico alla pari di Nel blu, dipinto di blu di Domenico Modugno o Azzurro di Adriano Celentano». “Sono il suo chaperon”, il suo accompagnatore, scherzava Paoli quell’anno a Sanremo.
Provò del timore reverenziale, accanto a un mito del genere? «No. Semmai un’enorme fascinazione nei confronti dell’uomo e dell’artista. Era imprevedibile. Poco prima di salire sul palco mi mostrò le sue scarpe, fatte di pelle di razza: “Questo pesce se ti punge, muori”, mi spiegava. L’ultima cosa di cui un’emergente vuole parlare prima di salire sul palco più importante della musica italiana (ride)».
Prima di quell’incontro, cosa rappresentava Paoli per lei? «Una presenza costante nella mia vita da ascoltatrice, ancor prima che da cantante. La prima musicassetta che ho acquistato è stata proprio quella di una sua raccolta. Avevo 8 anni. Al cinema era appena uscito il classico d’animazione Disney La bella e la bestia: lui cantava insieme a sua figlia Amanda il tema principale della colonna sonora».
Ha una canzone preferita? «Impossibile sceglierne una. Nella sua musica ritrovo tutto ciò che ho sempre amato: una lucidità mista a dell’amarezza, la disillusione, la consapevolezza che il tempo passa e le persone cambiano. La musica italiana con la sua scomparsa perde uno dei suoi più grandi autori».