repubblica.it, 25 marzo 2026
Riproduzione: la clonazione non potrà mai sostituire il sesso.
Per molti è una buona notizia: il sesso servirà sempre per la riproduzione. Non c’è clonazione che tenga, almeno nel lungo periodo. Lo ha dimostrato uno studio durato oltre due decenni, condotto da ricercatori dell’Università di Yamanashi, in Giappone, e pubblicato su Nature Communications.
Gli scienziati hanno avviato l’esperimento nel 2005 con la clonazione di un topo femmina. Hanno poi continuato a clonare l’individuo ottenuto, ripetendo il processo per 57 generazioni successive. In totale sono stati prodotti più di 1.200 topi.
I primi risultati
Ebbene, nelle prime 25 generazioni, i roditori riclonati non hanno mostrato differenze evidenti rispetto al donatore originario. Anzi, generazione dopo generazione, i tassi di successo del procedimento sono migliorati progressivamente, facendo ipotizzare che la clonazione potesse in teoria proseguire all’infinito.
La svolta
Dopo la 25ªgenerazione, però, è emerso un cambiamento. Nei topi riclonati è stato osservato un graduale accumulo di errori genetici, segno di una ridotta capacità di correggere anomalie cromosomiche e mutazioni dannose. In particolare, si è spesso verificata, durante la divisione cellulare, la perdita del cromosoma X, che contiene informazioni essenziali per lo sviluppo e la sopravvivenza. Inoltre, le alterazioni sono diventate sempre più frequenti, fino a risultare addirittura raddoppiate alla 57ª generazione.
Questo deterioramento ha portato alla formazione di embrioni sempre meno vitali e, di conseguenza, l’efficacia del procedimento ha iniziato a diminuire fino a interrompersi. Tuttavia, gli individui che riuscivano a nascere rimanevano apparentemente sani fino alla generazione successiva.
Il collasso
Alla 58ªgenerazione, il sistema è collassato: i topi accumulavano un numero tale di mutazioni da morire il giorno successivo alla nascita. Da questo punto in poila clonazione seriale è risultata insostenibile.
Un risultato coerente con la teoria del cricchetto di Muller, proposta negli anni Trenta dal genetista statunitense Hermann Joseph Muller. Il modello prende il nome dal meccanismo tipico di una chiave da officina o delle fascette di plastica per cavi, che può procedere in un’unica direzione senza possibilità di tornare indietro: allo stesso modo, nelle linee asessuate i danni tendono a sommarsi gli uni agli altri. Generazione dopo generazione, questo fenomeno provoca un degrado irreversibile del genoma, fino al cosiddetto collasso mutazionale e, quindi, all’estinzione.
Servono nuove ricerche
“Ciò non significa che la clonazione non abbia applicazioni”, commenta la genetista Sayaka Wakayama, coordinatrice della sperimentazione. “Oggi è, infatti, utilizzata soprattutto nella ricerca biomedica, per ottenere animali geneticamente identici su cui studiare malattie e testare farmaci. È anche impiegata commercialmente nella riproduzione di animali domestici, soprattutto negli Stati Uniti, mentre in prospettiva potrebbe essere utile per tutelare le specie a rischio di estinzione. Ciononostante, i nostri esiti mostrano che non può sostituire la riproduzione sessuale. Serviranno, comunque, nuovi studi per capire se e come sia possibile limitare l’accumulo mutazionale”.
Il ruolo della riproduzione sessuale
Una volta giunti a questa conclusione, gli autori del lavoro hanno voluto fare un passo in più, verificando l’eventuale reversibilità dei danni. Hanno così fatto accoppiare femmine clonate (20ᵃ, 50ᵃ e 55ᵃ generazione) con maschi normali.
Ne è risultato che i cloni della 20ᵃ generazione generavano cucciolate di dimensioni nella norma, mentre quelli della 50ᵃ e 55ᵃ davano vita a cucciolate più piccole.
In ogni caso, nelle generazioni successive (nipoti dei discendenti clonati), il numero di cuccioli tornava a livelli standard. Ciò vuol dire che la riproduzione sessuale può “ripulire” il genoma dalle mutazioni.