D - la Repubblica, 25 marzo 2026
Lo strano caso della statua a Rocky Balboa
C’è differenza, e nel caso quale, tra una statua e un monumento? Ed è sempre vero che le prime vengono erette dagli egemoni mentre le seconde innalzate – e se cambia l’aria, abbattute – dal popolo? E se le strade sono decorate di eroi che han fatto la storia, perché in cima alla scalinata del Philadelphia Museum of Art c’è la figura in bronzo, alta due metri e mezzo, del pugile immaginario Rocky Balboa? Che di certo ha fatto la storia, ma sarebbe più giusto dire che sia “stato fatto” da una storia.
Venuto dai bassifondi di “Philly” e ispirato a campioni come Rocky Marciano e Joe Frazier, la cui statua, sempre a Filadelfia, non la visita nessuno. Un eroe creato nel 1976 da Sylvester Stallone, che così vinse l’Oscar per la regia e per il ruolo da protagonista, accoppiata riuscita solo a Charlie Chaplin e Orson Welles: anch’essi vantano effigi in giro per il mondo, ma nessuna è diventata monumento. Nell’anno dei festeggiamenti (obiettivamente guastati dall’attualità mondiale) per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza americana, la città della Pennsylvania dedica al suo “figlio prediletto mai esistito” la mostra Rising up! Rocky and the making of a monument (dal 25 aprile al 2 agosto): intorno alla monumentalizzazione del ricordo una riflessione sul concetto di storicizzazione, sul mito dell’outisder e sulla formazione della memoria collettiva. A idearla e curarla, lo storico e public intellectual Paul Farber, direttore e fondatore di Monument Lab: “A rendere omaggio a Rocky vanno 4 milioni di persone l’anno, lo stesso numero di visitatori che si presenta al cospetto della Statua della Libertà”, dice dal suo studio di Filadelfia.
Ma chi l’ha commissionato quel bronzo di Rocky?
“Lo stesso Stallone, che lo fece realizzare in tre copie dallo scultore Auldwin Thomas Schomberg per utilizzarlo in Rocky III, nella scena in cui il memorial viene svelato alla cittadinanza quale simbolo dell’indomabile spirito umano”.
Quindi, tecnicamente, non è un’opera d’arte ma un oggetto di scena.
“Esatto. Per quanto il rapporto tra la saga di Balboa e l’arte sia stretto: Stallone mi ha raccontato che Rocky vedeva il Museum of Art come un’acropoli sacra, e di aver messo a fuoco per la prima volta il personaggio grazie a un’opera che realizzò in tecnica mista, intitolata Finding Rocky, ora nella sua collezione privata. E se ci fate caso, la primissima inquadratura del primo episodio immortala il quadro di un pugile appeso in una palestra. Alla fine delle riprese Stallone lasciò la statua in dono alla città, in cima ai 72 scalini che portano al museo che ospita la mostra. Gli stessi che il personaggio, inseguito dai bambini, sale di corsa prima dell’incontro con Apollo Creed. Ne nacquero controversie e venne rimossa e ricollocata. Per poi tornare qui nel 2006, in una posizione di compromesso ai piedi della scalinata, dove è rimasta finora”.
E in occasione della mostra?
“Verrà esibita all’interno del museo e poi ritornerà nella sua collocazione in cima, dove dovrebbe restare per sempre. Per quanto un articolo del Philadelphia Enquirer abbia riacceso il dibattito: ci si può sforzare quanto si vuole, hanno scritto, ma una statua di Rocky è e sarà sempre una statua a Sylvester Stallone”.
Lei concorda?
“Lui ne fu il committente e il modello, e mostreremo le foto che documentano le tante prove fatte per trovare la giusta postura, con gli occhi in basso e le braccia alzate, affinché l’immagine risultasse trionfante ma allo stesso tempo vulnerabile. È anche vero che i pugili sono stati consacrati a figure monumentali sin dall’antichità, penso al Pugilatore seduto custodito al Museo Nazionale Romano. Quindi la risposta è no. La statua rappresenta la vittoria morale, incarnata da una figura allegorica chiamata Rocky Balboa. La gente ha innalzato l’effige a luogo di significato trascendente. E Stallone è totalmente trasfigurato”.
Gli altri personaggi della saga sono stati dimenticati?
“In uno dei capitoli c’è la sequenza in cui Rocky si raccoglie sulla tomba della moglie Adriana e del cognato Paulie Pennino. Per le riprese fece realizzare due lapidi in pietra che sono ancora lì, al cimitero di Laurel Hill. La gente va a porgere omaggio e lascia offerte come fosse un altare”.
Cosa sono i monumenti?
“In sintesi, affermazioni di potere e presenza collocati nello spazio pubblico”.
Che forme assumono?
“Molteplici, da quelle ufficialmente riconosciute a quelle nate dal basso. Ci sono monumenti per dichiarazione e monumenti per progettazione, monumenti non intenzionali e monumenti che acquisiscono status nel tempo, attraverso il riconoscimento pubblico, come accaduto a Rocky”.
Anche in America le statue vengono abbattute?
“È successo di recente attraverso la fase che ho chiamato Monument Reckoning: cento effigi riconducibili a simboli degli Stati confederati, quelli che durante la Guerra civile difendevano lo schiavismo, sono state rimosse. Secondo il nostro censimento, in America ci sono più monumenti dedicati al generale sconfitto Robert E. Lee che al vincitore, divenuto poi presidente degli Stati Uniti, Ulysses S. Grant. Chi era dalla parte sbagliata, evidentemente, aveva più bisogno di giustificare le proprie azioni”.
Altri paradossi?
“Tra le prime cinquanta figure rappresentate ci sono più confederati che afroamericani, che sono solo cinque. E sono state erette più statue alle sirene piuttosto che alle donne vere distintesi nella politica e nella società. La figura femminile più rappresentata, poi, non è neppure americana: è Giovanna D’Arco”.
La Statua della Libertà è controversa?
“Anch’essa ci ha messo decenni a diventare monumento nella coscienza collettiva: all’inizio, era solo un faro su un isolotto. Nei disegni originali poi Lady Liberty sollevava una catena spezzata a simboleggiare la fine della schiavitù. Nel progetto finale le catene sono finite ai suoi piedi, più difficili da vedere. Questa parte di storia, è andata perduta”.
Pensa che alla base delle azioni del presidente Trump ci sia il sogno di finire su un piedistallo?
“Lui ragiona in termini monumentali, mi sembra evidente. Progettandone di nuovi o cancellando l’intitolazione su quelli altrui. Proprio come facevano i re dell’antico Egitto”