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 2026  marzo 26 Giovedì calendario

Intervista a Federica Pala

Nicole ha 15 anni, genitori separati, pochi amici, una passione per la matematica e una grande insicurezza. Che sfoga nel cibo, cibo però che diventa un’arma contro sé stessa. Qualcosa di lilla, scritto da Maruska Albertazzi e diretto da Isabella Leoni, in onda il 2 aprile su Rai 1, è una storia per mettere al centro l’emergenza della bulimia.
Nicole è Federica Pala, diciottenne di talento “scoperta” dai fratelli D’Innocenzo in America latina, conosciuta (anche all’estero) per il ruolo di Sarah Scazzi in Qui non è Hollywood e ora impegnata in questa altra sfida.

Come hai costruito il personaggio di Nicole e come hai affrontato un tema tanto delicato come i disturbi alimentari?
"Nicole l’abbiamo costruita insieme con la regista, che è diventata come una zia per me, sulla base della sceneggiatura di Maruska, che ha scritto questo film sulla sua esperienza. Ho fatto delle ricerche personali sulla bulimia nervosa, che non conoscevo. La cosa più importante per me era raccontarla con verità e rispetto nella sua realtà clinica. Allo studio ho aggiunto il mio essere adolescente che sente l’argomento molto vicino, perché è qualcosa di cui soffrono molti miei coetanei”.
Secondo gli esperti dopo la pandemia l’emergenza dei disturbi alimentari è cresciuta tra adolescenti, sia ragazze che ragazzi. Tu che idea ti sei fatta di questo momento storico?
"Credo che purtroppo sia un fenomeno molto diffuso, si parla di 4 milioni di persone ma in realtà sono probabilmente molte di più, perché tanti casi non sono diagnosticati. Spesso è un lato nascosto di un malessere, come accade a Nicole, che neppure le persone intorno riescono ad averne consapevolezza. Rispetto all’anoressia, che è più evidente, la bulimia – definita un disturbo fantasma – è ancora più difficile da intercettare. Col tempo sta crescendo la consapevolezza ma ancora c’è molto da fare”.
Il film chi può aiutare?
"Non credo i ragazzi, penso sia pensato soprattutto i genitori. Anche i miei sapevano dell’esistenza ma dopo aver letto la sceneggiatura e aver sentito i miei racconti sono diventati più attenti”.
Che famiglia hai?
"Sono romana, anche se mamma è milanese. Nessuno viene dal mondo dello spettacolo, tutto è iniziato un po’ per caso, mi sono iscritta all’agenzia di pubblicità a sette anni per l’idea di un’amica di famiglia, ma per anni è stato tutto un gioco. Ho fatto tantissima gavetta a C’è posta per te, stavo là due giorni e facevo le prove per lanciare i petali, poi arrivava Maria De Filippi. C’erano altri bambini, era divertente, come un gioco in compagnia. Ho una sorella maggiore, Francesca, 23 anni, molto diversa da me. Sia fisicamente che caratterialmente. A casa non si parla di cinema, i miei sono appassionati soprattutto di sport”.
Quando hai capito che poteva essere un lavoro?
"A tredici anni ho pensato che fosse qualcosa che mi interessava per davvero. Quando poi sono stata scelta per il ruolo di Ilenia dai fratelli D’Innocenzo ho sperimentato il vero set, qualcosa è scattato. Per la prima volta mi sono sentita, vista. Era il periodo ancora post pandemia, io per un mese mi sono trasferita a Latina e si è creata un’atmosfera molto familiare, cast ridotto. Ancora oggi ho un ottimo rapporto coi fratelli e poi ho avuto il privilegio di lavorare con Elio Germano, come prima esperienza è stata una grande fortuna”.

Il film poi è andato alla Mostra del cinema di Venezia, con tanto di tappeto rosso.
"Non potevo iniziare meglio, ci sono attori che lavorano per anni e magari non hanno mai l’opportunità di andare a Venezia. Io ero lì a 14 anni senza neppure capire esattamente perché, ero inconsapevole ma tanto contenta e grata”.
In questi anni la scuola è andata parallela alle esperienze lavorative?
"Mi sono diplomata al liceo scientifico lo scorso anno. Dopo il diploma ho scelto di prendere una facoltà, psicologia, che non avesse nulla a che vedere con il cinema. Anche se poi la psicologia per un attore è molto importante. Magari tra dieci anni il cinema farà parte del mio passato o invece sarà il mio mestiere, ma questo a 18 anni non si può sapere”.
La serie sul delitto di Avetrana è stata un grande impegno.
"Quando ho fatto la serie su Sarah Scazzi è stata dura, perché ho girato per quattro mesi in Puglia, ma dovevo anche andare a scuola. Abbiamo iniziato le riprese l’ultima settimana di agosto e finito il 23 dicembre, cinque volte alla settimana volavo dal set pugliese a Roma, facevo i compiti la notte, andavo a scuola la mattina e poi ritornavo giù. Le presenze erano contate e sono arrivata a dieci giorni dal perdere l’anno, che era un’ipotesi che ne io, ne i miei ma neppure la produzione voleva contemplare”.

Come eri finita su quel set?
"Quando ho fatto il provino non sapevo quasi nulla della storia, avevo 3 anni quando Sarah è morta. I miei genitori mi hanno raccontato qualcosa, poi ho fatto il primo provino ma per un mese e mezzo non ho saputo nulla, quando è arrivata la chiamata e sono andata per il call back c’erano tantissime ragazzine, probabilmente più adatte di me. Che non sono pugliese, che ho gli occhi chiari mentre Sarah li aveva scuri mi chiedevo ‘che ci faccio qui?’ Però si è creato subito un bel feeling con il regista Pippo Mezzapesa e la casting director Francesca Borromeo e da lì è iniziato il viaggio”.
Dal punto di vista emotivo come è stato interpretare una ragazza vera con una storia tanto tragica?
"Sono stata aiutata sia a casa che sul set. Quello che mi ha aiutato tanto è stato pensare al perché stavamo facendo quella serie. L’obiettivo era restituire un ricordo positivo di una ragazza che è stata strappata alla vita in una maniera terribile. Ero molto determinata, anche se devo ammettere che in certi momenti più che il peso ho sentito la responsabilità. Avevo paura di essere criticata invece gran parte del pubblico ha colto il messaggio anche se all’inizio ci sono stati problemi e stop”.
Hai fatto tanto sport, karate, nuoto, atletica. Anche quello può essere un piano B o C?
"Da piccola sì ho fatto di tutto, anche a livello agonistico. Poi un infortunio al piede mi ha fatto lasciare l’atletica, lo sport però rimane per me una valvola di sfogo importantissimo. Dal karate ho imparato la determinazione, il portare a termine un compito, ora ho iniziato un nuovo sport: il beach volley. Ma non a livello agonistico, per farmi stare bene”.
I social sono al centro del dibattito, vietarli o non vietarli ai minorenni?
"Penso che sarebbe difficile tornare indietro. Ormai è troppo diffuso e comune, sarebbe come chiedere a un bambino di non mangiare caramelle dopo avergliene messo un vassoio davanti. Però penso che ci debba essere molta attenzione, ci sono tanti bambini con i social e finché è un gioco bene ma il rischio di esposizione è tanto e chi è influenzabile come un ragazzino corre dei rischi. Sui social io metto un po’ il lavoro ma anche la mia vita di adolescente, Federica col fidanzato, le amiche. Ho un po’ paura a espormi troppo sulle cose per cui se ho da parlare del lavoro bene, se no magari ci metto qualcosa di mio”.