la Repubblica, 26 marzo 2026
Moses Enriko Itauma, astro nascente del pugilato
Nella boxe mondiale c’è un nuovo Mike Tyson che a Mike Tyson però non somiglia. Moses Enriko Itauma, ventuno anni compiuti lo scorso dicembre. Giovane e gentleman: mai una parola fuori posto, una provocazione. Niente a che vedere con gli eccessi di ogni tipo del vecchio campione, uno da droghe, sesso sfrenato, risse, patrimoni bruciati, tigri in giardino. Il paragone regge perché Itauma, dall’età scolare in poi, ha messo quasi tutti per terra in maniera sbrigativa: 11 ko su 24 match da junior, una enormità a livello giovanile. Da professionista, nei pesi massimi, stesso copione. Tredici successi, 11 passati da ko devastanti. «Sarà il nuovo Tyson», la sentenza degli addetti ai lavori.
«Ci ho fatto sparring quando aveva 17 anni. È veloce, è mancino e fa malissimo», spiega il peso massimo romano Guido Vianello. Di Tyson, Itauma non batterà comunque il record di precocità. L’americano aveva 20 anni, 4 mesi e 22 giorni quando umiliò Trevor Berbick, nel 1985, diventando il più giovane campione del mondo della storia dei massimi. Il progetto Itauma prevedeva anche questo, poi però ha prevalso la saggezza. Frank Warren, il suo promoter, ha ritenuto che il trentanovenne Oleksandr Usyk, che difenderà a maggio il titolo all’ombra delle Piramidi di Giza contro il mito della kickboxing Rico Verhoeven, per ora è troppo smaliziato. Quindi avanti con moderata prudenza: Itauma dovrà arrivare preparato al match per il titolo, quando ci sarà.
L’ultimo avversario di Moses, Dillian Whyte (non uno qualunque, il suo match con Fury ha riempito Wembley), è finito al tappeto con il viso in avanti dopo due minuti del primo round. Il prossimo, sabato sera a Manchester (diretta su Dazn) sarà Jermaine Franklin, un tipo dal buon curriculum, e dalla mascella assai robusta. Si fa chiamare “989 Assassin”, il numero è il prefisso telefonico di Saginaw, nel Michigan, la città natale di Stevie Wonder ma anche di un tasso di criminalità altissimo.
Nell’attesa, Itauma in patria ha già l’etichetta del predestinato. Non ha lo charme social e i mastodontici contratti pubblicitari di Anthony Joshua, popolarissimo forse anche oltre i suoi meriti. Non è uno showman come Tyson Fury, uno capace di cantare sul ring una canzone alla moglie dopo una vittoria. Questo ragazzone alto 194 cm sembra invece uscito da un’altra epoca, ha una capigliatura afro che ricorda il primo George Foreman, al quale è simile anche nella corporatura. In futuro regalerà probabilmente il titolo al Regno Unito, anche un po’ per caso.
Il primo capitolo della storia parte infatti da Kezmarok, in Slovacchia, dove è nato. Un bel centro storico, un castello, il fiume Poprad che lo attraversa, la catena degli Alti Tatra sullo sfondo, un mercato una volta famoso per la vendita del formaggio. Non male per un posto di 17mila anime. Mamma slovacca («ma in Slovacchia – dice Moses – nessuno mi ha mai stretto la mano per congraturarsi»), papà nigeriano («in un viaggio in Nigeria ho trovato risposte sulla mia identità»), Itauma ha due fratelli più grandi: Karol e Samuel. Quest’ultimo («ha la pelle più nera della mia») fu rinchiuso in un armadio per un paio d’ore, gli altri bambini non volevano giocarci e lui piangeva sempre. E proprio quelle lacrime causate dal razzismo diedero la spinta agli Itauma a trasferirsi nel Kent. A Chatham, dove c’è una scuola di boxe che coinvolge persino bimbi di 3 anni. Moses ha iniziato a 9, ha scacciato le sirene del calcio («ci ho provato, mi annoiavo») e poi non si è più fermato. Con i suoi numeri avrebbe potuto anche cercare l’oro all’Olimpiade di Parigi, ma il professionismo ha bussato con prepotenza nel giorno del diciottesimo compleanno: «La mia famiglia non era ricca, a cena c’erano spesso riso e maionese…». Ci sarà ben altro menù nel caso di un incontro con Usyk. L’ucraino ha fatto sapere di «non voler rovinare la carriera a un ragazzo così giovane». Ma con il giro di quattrini destinata a generare, c’è da scommetterci, la sfida si farà.