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 2026  marzo 26 Giovedì calendario

Francesco Baccini parla di Gino Paoli

«Gino ha cambiato la nostra musica perché l’ha liberata, ne ha fatto poesia alla portata di tutti», sorride Francesco Baccini nel giorno dell’ultimo, riservatissimo saluto all’amico Paoli nella sua Genova. Il cantautore di Cartoons, che con l’artista scomparso ha condiviso la città, vari intrecci di carriera, in qualche modo pure continuato i tratti di una scuola comune, lo ricorda «come sono sicuro vorrebbe lo ricordassimo oggi – assicura Baccini, appena uscito con il nuovo singolo dedicato a Franco Califano, in vista dell’uscita dell’album Nomi e cognomi Due – come un uomo felice, che ha sempre fatto quello che ha voluto fare. Tutti a considerarlo triste, ma guardate che tesoro ci ha lasciato».
Cosa pensa ci abbia lasciato, tra tanti tesori, Gino Paoli?
«Canzoni che rimarranno per i prossimi cent’anni, che sembrano esistano da sempre, insieme eterne e modernissime. Pezzi semplici solo all’apparenza quando in realtà dentro c’è un mondo, negli arrangiamenti come nei versi, ma che hanno amato tutti. Per capire certe canzoni di Fabrizio De Andrè bisogna aver fatto almeno il liceo, le sue le hanno sempre capite e amate tutti alla prima».
Lei non ha fatto parte della generazione dei Paoli, Tenco, Lauzi, De Andrè, ma in qualche modo ne ha continuato la strada.
«Io sono arrivato dopo, quando è uscita Sapore di sale avevo tre anni, ma a poter raccontare di una certa Genova e un certo cantautorato oggi siamo solo io e Ivano, Fossati. Ci hanno lasciato soli. Posso dire di aver condiviso della strada con tutti questi grandi, per la gioia di mia mamma. “Vai con quelli più bravi, che qualcosa impari”. Lei pensava ad altre strade, credo, ma in parte l’insegnamento mi è servito».
Che Paoli si poteva scoprire, lontano dai palchi e dalla tv?
«A me l’ha fatto conoscere Lauzi, negli anni in cui lavoravo con Mara Maionchi. Era capace di ridere e piangere per gli amici. De André lo prendeva in giro con amore, lo chiamava “onorevole ginocchio” perché era pelato: ho assistito a vari duelli al telefono, io e Fabrizio a Milano, Gino a Genova».
Come racconterebbe, questi grandi della musica italiana?
«Paoli non spingeva. Scivolava dentro le cose. Tra Tenco che bruciava, De André che prendeva posizione, Lauzi narratore, Bindi fragile e frontale, Vanoni interprete sofisticata, Fossati architetto di canzoni, lui restava in equilibrio. Canzoni leggere solo in apparenza. E anche un modo elegante per non dare tutte le risposte. La scuola genovese oggi non è finita: è cambiata. Oggi si cerca visibilità. Lì bastava una canzone giusta. E il resto poteva tacere».
Che ricordi ha riscoperto, in queste ore di cordoglio, ripensando a lui?
«Lo ricordo alla festa in piazza per il Centenario del nostro Genoa, era il 1993, si presentò giacca rossa e camicia blu per farsi perdonare di aver accettato l’invito di Luca Vialli alla festa dello scudetto della Sampdoria di due anni prima. Solo lui avrebbe potuto sfidare così due tifoserie come quelle di questa città. Oppure alla festa dei suoi 70 anni, poi, a Genova, Lauzi era già malato ma gli fece comunque la sorpresa spuntando sul palco a concerto in corso. Mi ricordo Gino piangere come un bambino, e noi a fermare la musica. Era uno vero, vero per davvero, in tutto. Anche per come se ne è andato, in silenzio».
Le è dispiaciuto che la famiglia abbia scelto esequie così riservate?
«Lo capisco. Le apparenze erano l’ultima delle sue preoccupazioni, in musica come nella vita: ci sta anche un saluto così, per pochissimi. La sua vita è stata un rifiuto costante della ricerca dell’immagine. L’avete mai visto vestito bene, Gino? L’avete mai sentito parlare di outfit? Forse dei suoi baffi, al massimo. Magari fossero così anche le nuove generazioni di artisti. Gino era genovese vero, in questo, pur essendo nato altrove: essenziale e spigoloso ma generoso, come uno scoglio».
Eppure, le nuove generazioni di cantautori dicono di essersi ispirate molto a lui. Genovesi e no. Da Olly e Alfa a Bresh.
«Ma Paoli è diventato grande contro tutto e tutti, solo grazie alla forza delle sue canzoni: allora la gente voleva Villa, Pizzi, Ranieri, voleva l’operetta o il bel canto, lui era l’outsider che proponeva cose nuove, nei testi e nella musica. Adesso in giro si vedono molti talenti, anche a Genova, li seguo e li trovo bravi e simpatici, Bresh e Alfa sono pure genoani come me, ma sono figli di tutto un altro mondo. Nella musica e no».
Ovvero?
«Nel mondo discografico la musica già da tempo non è più al centro, conta prima l’immagine, il vestito, la faccia. Un tempo si investiva fino al quinto album dell’artista in cui si credeva, oggi se sei all’inizio della carriera e un singolo non funziona sei finito. Alla fine è la differenza che c’è tra un cantante e un cantautore: oggi si pensa basti firmare parte di un pezzo per diventare cantautore, ma sono cose diverse. Un cantante ti vende la canzonetta, il cantautore un mondo. E il mondo di Paoli rimarrà sempre, anche senza di lui».
A giorni lei tornerà sulla scena con un disco, il “sequel” di Nomi e cognomi. Che disco sarà?
«Ho voluto battere i Cure, e tornare con un album di inediti a 18 anni dall’ultimo, un sequel a più di 30 dal primo “Nomi e cognomi”. Ogni canzone dedicata a un personaggio, una persona che merita di essere raccontata. Il primo è un grande come Califano, uno che ha scritto canzoni stupende, e non era solo il personaggio che è passato. Ai tempi il primo disco qualche problemino me lo creò, in effetti facevo dissing prima che fosse inventata la parola dissing. Giulio Andreotti mi scrisse pure, inchiostro verde su carta intestata: “Caro Baccini, ho ascoltato la sua canzone, devo dirle che ha scritto quello che io avrei scritto su di me”. Non saprei ancora come interpretarlo, ma mi chiese i biglietti del mio concerto a Roma, e ci portò il nipote».