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 2026  marzo 26 Giovedì calendario

La benedetta primavera di Hokusai

«Un talento colossale», scriveva Feliks Jiasieński. «Il più versatile che sia mai esistito». Katsushika Hokusai, pittore e incisore giapponese, protagonista dell’apogeo artistico del periodo Edo, ha influenzato la cultura visiva dell’Occidente già dalla fine del XIX secolo, quando le sue stampe approdarono in Europa (esposte fra l’altro a Londra, 1890, e a Boston, 1893), ammirate da Monet e van Gogh. La celeberrima Grande onda di Kanagawa è diventata un’icona (ispirò anche La mer di Debussy). Hokusai in realtà si firmò così solo fra il 1804 e il 1813, poiché a ogni fase della vita e a ogni evoluzione dell’arte, variava nome: fu anche Tokitarō, Tetsuzō, Katsukawa Shunrō, Sōri, Taito II, Iitsu e Manji. La monografica romana Hokusai a Palazzo Bonaparte, curata da Beata Romanovicz (organizzata da Arthemisia) per i 160 anni delle relazioni diplomatiche Italia-Giappone, espone 200 opere del Museo Nazionale di Cracovia (buona parte dalla raccolta donata nel 1920 da Jiasieński, il collezionista e critico polacco sopra citato).
 
La mostra (da domani al 29 giugno) ne ripercorre l’intera carriera, dalla serie Cinquantatré stazioni del Tokaido agli sbalorditivi Hokusai Manga. Nella prima, come in una guida illustrata, Hokusai raffigura natura, paesaggio e scene di vita quotidiana della strada, lunga 500 chilometri, che unisce Edo (oggi Tokyo) a Kyoto. I secondi sono album da disegno: il termine manga, che oggi indica una forma popolarissima di narrazione visuale, si può tradurre come “disegni a caso” o “disegni che fluiscono liberamente dal pennello”. Hokusai realizzò il primo nel 1815, in risposta alla domanda di un allievo: «maestro, come si disegna?». Doveva essere un manuale, e insegnare a costruire lo spazio e le figure con pochi tratti: ma poi riempì altri 14 album (l’ultimo apparve postumo, nel 1878), per un totale di 4000 disegni.
Ogni stampa di Hokusai rivela la stessa combinazione di perizia tecnica e inesauribile inventiva, ironia e umanità. Con pochi colori, essenzialità, immediatezza e audacia del segno, ha creato un’enciclopedia del mondo – stagioni, gesti, scorci, oggetti, dettagli, persone, alberi, animali reali e fantastici, spiriti. Bizzarro, scorbutico e mordace, Hokusai non era al servizio di uno shōgun né di un daimyō (signore feudale), ma dipingeva per la gente di Edo. La xilografia, stampa su legno, prodotta in serie, e dal prezzo abbordabile, permise di diffondere il linguaggio figurativo dell’ukiyo-e (l’immagine del mondo fluttuante) e la sua opera. In rapporti liberi con le case editrici, si dedicava unicamente al lavoro. Vestiva come un contadino, camminava con un bastone lungo due metri, salmodiando preghiere buddiste, affinché nessuno gli facesse perdere tempo. Era un viandante e un pellegrino.
Nelle otto tappe del Viaggio tra le cascate di varie province, supera la sfida di rappresentare l’elemento della natura più inafferrabile: l’acqua. La coglie marmorizzata, vaporizzata, in vortici, spruzzi, cristalli simili ai frattali. Scrosciante, muta, energia dinamica o specchio immobile. Paesaggi visti coi propri occhi, riprodotti dai racconti degli altri, immaginati in trance: ma sempre colti con precisione analitica e fantasia visionaria.
Altrettanto varie le Trentasei vedute del Monte Fuji, vetta più alta (3776 metri) e montagna sacra della nazione. Nella prima serie del 1831 (poi ampliata), Hokusai la dipinge interamente in diverse tonalità di blu – nella luce dell’alba – da punti di vista, prospettive e angolazioni sorprendenti. L’inconfondibile cono del vulcano è l’impassibile simbolo dell’immutabilità, ma dialoga con l’impermanenza e la fugacità, e Hokusai lo contrappone agli affanni degli uomini (operai al lavoro sui tetti, pescatori nel mare in tempesta, raccoglitori di molluschi). Di questa relazione – insieme religiosa, filosofica e poetica – fra l’istante e l’assoluto, La grande onda è la sintesi perfetta.
 
Non meno affascinanti la serie Cento poeti, ispirata da un’antologia del XIII secolo, in cui traduce in immagini accessibili ai contemporanei la poesia classica, la leggenda e la storia; e Hyaku monogatari (Cento racconti, ma se ne conservano solo 5 stampe, tutte esposte), dedicata al racconto di fantasmi, il kaidan. Si narrava al calare dell’oscurità. Demoni, streghe, spettri assetati di vendetta (yurēei), oppure apparizioni paurose (ōbake): presenze notturne e visioni oniriche, che Hokusai raffigura mutate dalla metamorfosi in instabili incubi. Memorabile la serva di La villa dei piatti, gettata nel pozzo dal padrone per aver rotto un piatto, che riemerge come serpente, ma con gli anelli a forma di piatto.
 
La mostra è corredata da oggetti straordinariamente preziosi per immergere il visitatore nella cultura del Giappone del XIX secolo: libri rarissimi, bronzi intarsiati, ceramiche, pipe da viaggio, spade, armature, strumenti musicali, tessuti, abiti (kimono, giacche e fasce). Le fotografie di Felice Beato permettono di vederli anche nel contesto reale. Ma ci congediamo con l’Autoritratto (1825 circa): vestito da pescatore, con la pipa in bocca, la cesta ancora vuota, Hokusai attende. Lo si incontra nella sala del surimono, una tipologia di stampa raffinata e tecnicamente complessa, creata per occasioni speciali, in tiratura limitata e non destinata alla vendita: una sorta di biglietto d’auguri. Ogni soggetto è ammesso: un corvo con la katana fra gli artigli, donne in veranda che guardano la luna, una coppia di anziani sotto il pino di Takasago.
Nell’angolo a destra dell’autoritratto figurano alcuni versi, di Hokusai e della figlia Eijo, che si firma però Oi (Brilla, non sobria). Terza femmina, educata come gli altri figli alla pittura, fu l’unica a diventare una vera artista. Dopo il divorzio, tornò dal padre vedovo e gli rimase accanto nei vent’anni in cui creò i suoi capolavori. In tutte le stampe di Hokusai, come tipico dell’ukiyo-e, immagine e parola coesistono. Non solo perché spesso ispirate da poemi e spettacoli teatrali, o accompagnate da versi suoi (era un notevole scrittore), ma perché il testo trova il suo spazio nella composizione. L’arte giapponese della calligrafia – la forma dei caratteri, il loro colore, il ritmo, la misura – conferisce loro la stessa bellezza delle figure. Nell’autoritratto, i versi di lei recitano: «Questa primavera / abbiamo spezzato un ramo / della cassia sulla luna. Quelli di lui: Com’è raro che gli astri della sposa / facciano la loro comparsa / sulla costa sabbiosa».
«Nessuno dei miei lavori realizzati prima dei settant’anni è degno di nota», scrisse Hokusai. Il “vecchio pazzo per la pittura” poteva ancora migliorare. A cento anni, scommise, sarò perfetto. La morte lo colse prima, nel 1849. Ma dobbiamo smentirlo. La perfezione, l’aveva già raggiunta.