la Repubblica, 26 marzo 2026
Nordio ammette gli errori ma resta al ministero
Stavolta non ha versi né ironia con cui ribattere. Carlo Nordio non può più spendere in parlamento quella citazione di storia militare, “Nuts”, balle, già usata in passato a chi gli chiedeva di lasciare. La “notte delle scope” è alle spalle, ma si è consumata anche sul suo peso politico, la prospettiva, l’immagine, e può bastare così. Il suo ministero già travolto dall’azzeramento di Delmastro e Bartolozzi, il sottosegretario e la capo di gabinetto, deve solo sperare che la tempesta si plachi.
Entrando alla Camera, con i banchi della maggioranza quasi vuoti, il ministro Piantedosi al suo fianco, Nordio inaugura la nuova tesissima fase con un question time a cui oppone la tesi di sempre, nonostante la svolta che la premier sembra abbia mutuato proprio dal clamoroso repulisti di Maroni (passò alla storia con quel nome, quattordici anni fa, per aver “spazzato” via in un colpo i cerchi magici di Bossi). E quindi, a testa bassa, ripete: resterà al suo posto. Sebbene appaia, almeno qui e ora, commissariato.
«Ho la fiducia del governo, e della presidente del consiglio in persona». Difende fuori tempo massimo la sua ex braccio destro, definisce «spontanee» le dimissioni dei suoi collaboratori, soprattutto celebra e difende l’impegno «straordinariamente profuso» dalla sua capo di gabinetto, su cui Palazzo Chigi non ha più voluto sentire ragioni. «Secondo il mio giudizio lei ha incessantemente svolto le sue funzioni con dignità e onore – ribadisce Nordio – Confido che cessino definitivamente le polemiche strumentali che hanno investito la sua persona e tutto il ministero. A lei va il più sentito ringraziamento mio. E il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità».
Spontaneo? Le opposizioni picchiano. È come rivedere il film dell’ultimo anno, tra faide interne a via Arenula, dirigenti che saltano per l’invasività della potente capa di gabinetto, grane e cadute, dalla vicenda Almasri (che vede Bartolozzi tuttora indagata) alle esternazioni shock della stessa “zarina” contro i magistrati. Ma lui schiva i colpi, obietta calmo, ormai mesto. Debora Serracchiani (Pd): «Siamo sbigottiti che lei, ministro, non dia neanche minime spiegazioni su quanto accaduto in questi mesi nel suo ministero. Ha una responsabilità politica enorme rispetto al referendum, per una riforma che lei stesso definiva blindata, impedendo al parlamento di fare alcunché. Si dimetta, per onore e buon senso».
Maria Elena Boschi (Iv): «Lei è venuto qui e risponde al posto della Meloni così coraggiosa da sparire, mi spiace. Ma perché queste dimissioni di Delmastro e Bartolozzi arrivate ora? Cosa farà per dare discontinuità al suo ministero?». Nicola Fratoianni (Avs): «Comprendo il suo imbarazzo, lei non riesce in quest’aula a proferire parola, non ha un giudizio politico da dare a quanto accaduto? State frantumando il muro del ridicolo».
Nordio è disposto più a fare autocritica che ad attaccare i due vinti. Riconosce per la prima volta, platealmene, il suo serio errore, quella frase sul Csm – «Sistema para-mafioso: non lo dico io, lo disse il togato Di Matteo» – così scatenante da indurre la premier a interlocuzioni rassicuranti col Colle, e Mattarella allo straordinario intervento in un plenum a Palazzo Bachelet. «Non sono bastate cinquanta mie smentite», dice Nordio. «L’espressione è stata attribuita a me e costituisce un rammarico, forse il più grande del momento referendario, forse anche peggiore della riconosciuta sconfitta che abbiamo subito». Tardivo, sincero, commentano a mezza voce dai banchi della destra. E lui scappa dal retro.