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 2026  marzo 26 Giovedì calendario

Paolo Kessisoglu parla delle differenze generazionali

«Ho combinato un po’ di casini, non andavo bene a scuola, ero un ragazzino vivacissimo, per niente tranquillo. Però alla fine non credo di aver dato troppi pensieri ai miei genitori».
La cavolata più grossa?
«La più grossa non posso raccontarla».
Quella che si può raccontare?
«Avevo diciassette anni e non avevo il foglio rosa. Mio padre torna a casa e dice: “Mi devo essere completamente rincoglionito: ogni giorno parcheggio la macchina e il giorno dopo mi sembra che sia posteggiata da un’altra parte”. La usavo io per fare i giri dell’isolato ma non ritrovavo mai il posto dove l’aveva messa lui».
Paolo Kessisoglu da più di 22 anni è passato dall’altra parte della barricata: da figlio a genitore, con tutto quello che comporta. Così ha scritto (con Giorgio Terruzzi) uno spettacolo, Sfidati di me, un monologo immaginato nella sala di attesa di un pronto soccorso che diventa un dialogo immaginario fatto di incomprensioni, insofferenze e amore incondizionato per il figlio. Attento al tema degli adolescenti con problemi di sofferenza psicologica, ha anche fondato con la compagna Silvia Rocchi un’associazione no-profit, C’è Da Fare.
Come è nato lo spettacolo?
«La pandemia ha messo in crisi la generazione che è anche quella di mia figlia, è stata un evento che mi ha fatto riflettere, ho avvertito un forte disagio confermato anche dai numeri di accesso di tanti ragazzi alle strutture sanitarie. La relazione genitori-figli è un tema che mi tocca».
E qual è il fine?
«Vuole essere uno stimolo a porsi molte domande senza darsi troppe risposte, senza l’ansia di dover trovare una soluzione. Quando i propri figli diventano adolescenti cominciano ad affacciarsi alla finestra per spiccare il volo. Noi dobbiamo sperare che siano pronti per staccarsi».
In cosa era diversa la generazione di suo padre?
«Nel controllo attraverso la tecnologia: oggi pensiamo di essere più vicini ai nostri figli, ma siamo più distanti di quanto lo fossero i nostri genitori. I ragazzi di oggi sono nella camera a fianco, hanno un telefono in mano e non sappiamo cosa stanno combinando. La verità è che non capiamo davvero come stanno».
L’errore che ha fatto con sua figlia.
«Non uno, ma tanti, troppi. Sicuramente invece un errore dal quale mi guardo è essere superficiale. A volte di fronte a un campanellino d’allarme, la prima reazione è dire: non sto a rompere le scatole. Invece no, bisogna sempre provare a parlare. Forse fa stare un po’ meglio loro, ma sicuramente fa stare meglio te».
Il finale sembra politicamente scorretto.
«È quello che dovrebbe fare il teatro: stimolare un punto di riflessione. Senza svelare troppo: non possiamo vivere la vita al posto dei nostri figli».
In realtà lei ha anche un altro figlio, l’eterno Peter Pan, Luca Bizzarri, uno molto dipendente dai social.
«Con Luca sui social abbiamo sempre avuto un approccio diverso: non so quanto sia dipendente e invece quanto si diverta. Forse più la seconda, che poi potrebbe dare come risultato la prima».
La satira politica in tv la fate solo voi da Floris e Crozza. È una questione generazionale, di individualismo, di disincanto?
«Le nuove leve preferiscono la satira di costume. Penso che certi maestri – Louis CK, Ricky Gervais – abbiano insegnato una cattiveria che sarebbe oggettivamente impronunciabile in televisione, ma che si può esprimere sui social o a teatro. Forse la satira di costume è diventata più interessante perché si esprime in contesti dove è meno censurabile».
Non per paura?
«Non credo. A me sembra che le nuove generazioni siano interessate più che alla politica a temi come l’inclusività, il rapporto tra uomo e donna, la distanza generazionale».
A chi vi accusa di essere di sinistra cosa risponde?
«Mi viene da ridere perché in realtà io e Luca facciamo lunghe discussioni. A volte sono io che gli dico che è diventato destrorso. Altre lui accusa me. E la cosa mi piace perché evidentemente tentiamo di avere un’idea nostra».
Perché secondo lei Gasparri ce l’ha così tanto con Luca?
«Lui e Gasparri sono ormai come Mondaini e Vianello, come George e Mildred. Sono cinque anni che litigano e hanno già fatto pace due volte. È tutta una manfrina».

Quindi un giorno vedremo Gasparri al suo posto?
«Andrà a finire così: lui e Gasparri fanno la copertina di diMartedì, mentre io sono in collegamento e mi pigliano per i fondelli».