Corriere della Sera, 26 marzo 2026
La politica indiana litiga sulle mucche
«E come giunsono, senza altro processo furono di subito tutti vivi impalati, in questo modo, che messono a ciascuno uno palo per le reni e passava pel petto, e col viso in su, e ficcoronli in terra; ed erano alti una lancia, e con le braccia e gambe aperte e legate a quattro pali, e non potevano correre giù pel palo, perché in esso palo era uno legno a traverso che non li lasciava correre. E fecero di loro giustizia in detto modo perché vendevano le dette vacche, perché lo dio nel quale lor credono ha imagine d’un bue o d’un vitello».
È passato quasi mezzo millennio da quando Giovan Battista Ramusio scrisse inorridito nel suo celebre Delle navigationi et viaggi di quell’esecuzione voluta dal «re di Cocchin» sulla costa del Kerala contro i mercanti che «per 7 ventini» avevano osato vendere a miscredenti una mucca da macellare. E c’è da scommettere che l’onorevole Amit Chavda, il leader del Partito del Congresso nel Gujarat, lo stato di Narendra Modi, non ha mai sentito parlare del geografo trevigiano. La dimensione sacrale della mucca, però, gli è ancora cara al punto che giorni fa, con la sottile malizia di non lasciare al presidente indiano il monopolio della devozione induista, ha presentato un disegno di legge per far riconoscere alla vacca lo status di «Rajya Mata»: Madre dello Stato. Al che il portavoce dell’Aam Aadmi Party, il «Partito dell’uomo comune» che si è dato come simbolo una scopa, scrive il «Times of India», ha subito rilanciato: no, «Rashtra Mata», Madre Nazionale!
Sono anni che sul tema, soprattutto dopo lo sfondamento elettorale del Bharatiya Janata Party, il partito popolare indiano, c’è una gara a titillare i sentimenti di venerazione degli induisti verso l’amatissima bestia. Perfino Mahatma Gandhi, nel famoso discorso del ’42 in cui diceva agli inglesi di andarsene, si spinse a sancire il fortissimo legame: «Io venero la vacca. Credo che la vacca e io siamo creazione dello stesso Dio, e sono pronto a sacrificare la mia vita per salvarla». Va da sé che nelle eterne polemiche anti islamiche, compreso il braccio di ferro sulla demolizione di moschee edificate su precedenti templi indù come nel cuore di Varanasi sul Gange, si va sempre a finire lì. Su Kamadhenu, la mitica mucca dalla testa di donna che esaudisce i desideri e allatta il toro Nandi di Shiva e la tigre di Devi, la Grande Dea. Col violento corollario dei «gau rakshak», i miliziani autoproclamatisi maneschi difensori della divinità che si spingono a punire spesso ferocemente chi tocca la «loro» madre in sembianze cornute.
Ma lì è anche il cuore della contraddizione che lacera la parte più cosciente del grande popolo induista: come si può insieme venerare Kamadhenu (che nel delizioso acquarello opaco dipinto a Thanjavur nel Tamil Nadu nel 1830 e oggi conservato al British Museum ha «il corpo d’una mucca, la sontuosa coda d’un pavone, le corna d’un toro, il volto d’una donna, le ali multicolori e la testa e il collo ornati di gioielli») e insieme sopportare l’invasione di una immensa e spaventosa mandria di scheletriche vacche randagie che hanno invaso le megalopoli indiane pascolando rimasugli marci tra montagne di immondizia?
Capiamoci, che una mucca vecchia, malandata, incapace di dare ormai una goccia di latte sia sempre stata un peso per il contadino impossibilitato ad abbatterla e non più in grado di mantenerla, non è un tema nuovo. Lo dicono le parole su Varanasi scritte nel 1897 in Seguendo l’Equatore da Mark Twain: «La città è attiva come un formicaio e il subbuglio di vita umana che brulica lungo la ragnatela di stradine ricorda proprio quello delle formiche. Anche le vacche sacre brulicano, e vanno dove vogliono ed esigono gabelle presso i venditori di grano, e sono sempre in mezzo alla strada e sono una bella seccatura perché non possono essere molestate. Benares è più antica della storia, più antica della tradizione, più antica persino della leggenda, e appare due volte più antica di tutt’e tre messe insieme».
Lo confermano quelle di Alberto Moravia in Un’idea dell’India: «La strada è il dormitorio delle vacche sacre che non hanno padrone e girano sconsolatamente tutto il giorno, da un negozio all’altro, da un vicolo all’altro, da tutti rispettate, da nessuno nutrite. Ce ne sono tante, giù giù sull’asfalto, accovacciate come cani randagi enormi, con la carcassa bene in vista sotto il cuoio sdrucito». O ancora quelle di Dominique Lapierre e Pier Paolo Pasolini e altri. Ma se dall’indipendenza a oggi si son moltiplicati per quattro gli abitanti, non meno si sono moltiplicate le vacche randagie. Che sono oggi, secondo l’ultimo monitoraggio del 2019 oltre cinque milioni. Col dubbio che siano aumentate ulteriormente in modo così spropositato da spingere le autorità a rinviare la pubblicazione, prevista un anno fa, dei dati di un censimento successivo.
Certo è che gli interventi del governo induista per arginare la piaga, come i costosi «goshala», i ricoveri pubblici per le vecchie vacche abbandonate e destinate a rovistare come clochard nell’immondizia o addirittura la nascita nell’Uttar Pradesh, raccontata pochi anni fa da Raimondo Bultrini su «Il Venerdì», di «un servizio di ambulanze, il “Gauvansh Chikitsa Mobile”, Nucleo mobile salva-bestiame, finanziato da una Ong che si occupa di curare le mucche malate o investite sulle strade» (200 chiamate al giorno!), appaiono del tutto insufficienti. E nonostante i sacri dettati del Mahabharata («Le mucche sono il fondamento degli esseri viventi. Sono anche il loro rifugio supremo. Sono sante, pure, purificatrici: esse sono il dharma stesso») milioni di povere creature ossute allo sbando cercano col muso nel pattume una buccia di cetriolo o una scorza di patate.
Una pena. Che spezza il cuore anche a chi induista non è. Aggravata, scrive «The Indian Express», dalla ingestione di scarti immondi al punto che «nel 2018 il governo del Maharashtra in un affidavit davanti all’Alta Corte di Bombay affermava che nello stomaco di mucche morte erano stati trovati circa 35 chili di rifiuti plastici». E sarebbe questo il rispetto per quella che il Rig Veda, prima raccolta di inni religiosi composti in una forma arcaica di sanscrito, venera come «la vacca madre dei Rudra, figlia dei Vasu, sorella degli aditya, centro dell’immortalità»?