Corriere della Sera, 26 marzo 2026
Intervista a Francesca De Stefano Versace
Quando i medici le proposero delle cure per provare ad avere i figli che non arrivavano, Francesca De Stefano disse no. Si era fidata. Non di una sensazione. Ma della certezza maturata nel percorso di fede intrapreso con suo marito Santo Versace. «Perché “dovevo” avere tutto? Ho preferito assecondare il progetto che il Signore aveva per me e che stavo scoprendo giorno per giorno». Il «figlio» è arrivato nel 2021 in un’altra forma, con la Fondazione Santo Versace, di cui lei è vicepresidente e il marito è presidente. E il primo aprile, nel nuovo complesso del carcere di Rebibbia a Roma, fiorirà un altro di quei semi gettati nella clinica della fertilità, dove un no è diventato la chiave per generare tante altre forme di maternità, accudimento e cura. L’ultima si chiama «Abbracci in libertà», felice sorella della stessa iniziativa intrapresa nel carcere milanese di Bollate, dove l’anno scorso è stato rigenerato uno spazio per dare alle madri detenute la possibilità di incontrare i figli in un ambiente accogliente. A Roma l’attenzione è stata posta sui padri detenuti, con uno spazio riqualificato che comprende area picnic, giochi e gazebo colorati.
Che effetto le fa portare gli «Abbracci in libertà» anche a Rebibbia?
«È una grande emozione. Il nome del progetto lo avevo scelto io perché sono”abbracciona” di carattere. Aver spostato lo sguardo sui padri è un arricchimento di quanto messo in pratica a Bollate».
Lì avevate operato con il supporto della Banca del Fucino. Qui?
«Anche a Rebibbia. Ma soprattutto abbiamo voluto coinvolgere i detenuti, perché era importante che si assumessero la responsabilità di rendere più bello e più sano uno spazio dedicato ai loro figli. L’idea è proprio quella della bellezza che cura».
Dell’esperienza a Bollate cosa l’aveva colpita di più?
«Quando una mamma detenuta mi ha confessato di sentirsi fortunata per poter abbracciare i figli nel nuovo contesto. È necessario tutelare la genitorialità, restituendo dignità a chi è in carcere, ma anche garantire il diritto dell’infanzia, perché i minori devono poter incontrare i genitori senza traumi, in un ambiente armonioso».
Il carcere è entrato da tempo nel Dna suo e di suo marito Santo. Il primo progetto per le detenute lo avete sostenuto a Lecce molti anni fa.
«Sì, era il 2007, si chiamava “Made in Carcere”: abbiamo supportato un laboratorio sartoriale con tessuti di scarto per fare accessori. Nel 2018 abbiamo deciso di dedicarci alle fragilità in modo trasversale. Il Covid ci ha bloccati, ma nel 2021 con la nascita della Fondazione Santo Versace abbiamo intrapreso l’attività in modo totalizzante».
Altro comune denominatore: la musica. Lo dimostrano le iniziative con l’Orchestra del Mare e il percorso per tecnici del suono.
«L’Orchestra del Mare, progetto di “Casa dello Spirito e delle Arti”, suona strumenti realizzati con il legno delle barche dei migranti nei laboratori di liuteria e falegnameria di diverse carceri. A febbraio hanno tenuto un concerto a Roma e il ricavato è andato a favore del nostro primo progetto internazionale in Africa».
E i tecnici del suono?
«Si stanno già formando a Rebibbia, sono cinque per adesso, e il progetto si chiama “Un’altra musica”. A giugno inaugureremo uno studio di registrazione dentro il carcere: per noi è la scommessa più grande. Ci sta sostenendo Intesa SanPaolo».
Avete preso alla lettera l’Articolo 21 dell’ordinamento penitenziario.
«Il lavoro abbatte la recidiva del 99 per cento. È una cosa risaputa e sulla quale non ci si impegna abbastanza. Ma è una responsabilità che ci tocca tutti perché una società migliore riguarda ciascuno».
Non le manca mai la sua vita precedente di avvocato?
«Sono stata ispettore di finanza pubblica, ho lavorato alla Presidenza del Consiglio e in Senato. Poi ho deciso di abbandonare la carriera nella pubblica amministrazione perché coltivavo il grandissimo sogno di dedicarmi al sociale. In questo, mia madre Cristina è stata un modello».
Perché?
«Lei insegnava inglese, ma la sera si dedicava a preparare i pasti per le suorine di Madre Teresa di Calcutta, a Reggio: il suo è stato l’esempio concreto del mettersi al servizio degli altri. Le sarò sempre grata per questo. E per avermi fatto conoscere Santo».
A Milano nel 2005.
«Mamma si era pensionata dal lavoro di insegnante, ma aveva ancora voglia di fare. E siccome era, ed è, bravissima a preparare cioccolatini, pensò di farne un’attività e volle chiedere dei consigli a Santo. Per una serie fortuita di coincidente anche io ero a Milano e li raggiunsi, con un tailleur Dolce & Gabbana...».
Mi raccontò che dopo essere uscita dal suo ufficio chiamò il fidanzato di allora per chiudere la relazione.
«Sì. O Santo o nessuno. Lui era l’unico della famiglia che non conoscevo, ma ci univano tante cose invisibili: sono nata lo stesso giorno della sorellina Tinuccia, morta bambina; lui e la sua famiglia, quando non ero ancora nata, prendevano in affitto la nostra casa in montagna, a Gambarie di Aspromonte; mia nonna vestiva solo dalla mamma di Santo e mia madre solo da Gianni».
Di lui che ricordo ha?
«Ero bambina e Gianni stava già a Milano, ma nei primi tempi tornava una volta al mese a Reggio Calabria e apriva il negozio la domenica per le amiche. Una volta accompagnai mia mamma e lo vidi all’opera con tanti foulard variopinti: mi sembrava di stare in una favola».
Santo, immagino, non poteva conoscerlo: avete 25 anni di differenza.
«No, infatti, non lo avevo mai incontrato. Sentivo solo una frase: “L’ha detto Santo”. Mi incuteva quasi timore».
Il timore è diventato amore. Matrimonio civile nel 2014 e nella Basilica di San Lorenzo in Lucina nel 2023.
«Il matrimonio religioso è stato il completamento del nostro percorso di fede. Dai 41 ai 47 anni ho sofferto di disturbi alimentari. Sono stati sette anni molto dolorosi, ma ne rivivrei 14, perché mi hanno portata a un cambio radicale di prospettiva».
Come è avvenuto l’incontro con la fede?
«Io prima credevo “per corrispondenza”, per tradizione familiare, ma quella fede non voleva dire nulla. Una sera, non peggiore delle altre, ma terribile come le altre, mi sono rivolta a Gesù gridando: “Questa non è più vita, tu mi devi aiutare!”. Lì è cominciata la mia rinascita: è stato come per un miope mettere gli occhiali e riuscire a vedere».
Le chiedo scusa, ma dobbiamo essere chiari: lei non è guarita dai disturbi alimentari con la preghiera.
«Le cure mediche sono indispensabili, e io sono stata curata da medici eccellenti. Ma a fare la differenza, nel mio percorso personale, è stata proprio quella preghiera urlata a Gesù, oltre all’amore e alla presenza costante di mio marito».
Lei e Santo andate a messa ogni domenica?
«Sì, e ogni sera leggiamo il Vangelo. Quando dobbiamo decidere chi aiutare, preghiamo per il discernimento».
Avete conosciuto il nuovo pontefice?
«Papa Leone lo abbiamo visto a una bellissima messa a San Giovanni in Laterano, ora speriamo di poter assistere alla lavanda dei piedi del Giovedì Santo. E Papa Francesco mi ha lasciata senza fiato: gli avevamo presentato il “Miracolo della vita”, una casa-rifugio per madri in Kenya, lui benedisse il progetto e aggiunse: “Non vi fermate”».
I figli di Santo, Francesca e Antonio, partecipano alle attività della Fondazione?
«Sono molto impegnati ciascuno nel proprio lavoro, ma orgogliosissimi della Fondazione e ci sono vicini».
E Donatella?
«Non c’è stata ancora occasione per coinvolgerla, ma sarebbe bello fare qualcosa insieme per i più fragili».